Anna Politkovskaja. Un ricordo
di Claudia Zonghetti

 

Anna Politkovskaja Non ho conosciuto personalmente Anna Politkovskaja. Ma ho conosciuto molto da vicino il suo ultimo libro. Uno schiaffo. Anzi, no. Un pugno nello stomaco a ogni pagina voltata. Nove capitoli che minano inesorabilmente l'immagine imbalsamata e asettica che l'Occidente ha della Russia di oggi e dei suoi signori e padroni.

Una penna ruvida, quella della Politkovskaja. Uno stile — il suo — che non ha timore di essere sopra le righe, frutto della passione di un'osservatrice tutt'altro che distaccata. Tradurla, entrare nelle sue pagine e nelle pagine della sua vita — perché la sua vita era il suo lavoro — è stata un'esperienza intensissima dal punto di vista linguistico ed emotivo insieme. Perché quando scrive, Anna Politkovskaja non può lasciare tiepidi.

Era una persona spigolosa, mi dicono, intransigente. Lo si capisce anche dai suoi scritti. Ma la sua era l'intransigenza di chi le cose le fa, di chi agisce. Di chi non ha avuto paura di entrare in un teatro assaltato dai terroristi per parlamentare. Di chi ha cercato di arrivare a Beslan e si è ritrovata in ospedale, avvelenata durante il viaggio aereo. Di chi era sopravvissuto ad altri due attentati. Immagino che anche lei avesse paura, e per questo ogni mattina controllava la macchina, dentro e fuori, per verificare che non ci fossero ordigni. Ma la paura non l'ha mai fermata. Era una giornalista coraggiosa. Una donna da ammirare.