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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

IN PRIMO PIANO - ARTICOLI


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IN PRIMO PIANO ARTICOLI

Pasolini 1
A trent'anni dalla morte resta la parabola ambigua di un poeta sostanzialmente patetico e viscerale
(M.Lunetta)

Pasolini 2
Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

(A.Tricomi)

P. V. Tondelli e
N. Gennaro

Gli anni ’70 ripensati attraverso la diversità di due scrittori dai profili opposti e complementari
(M.Palladini)

Frassineti
Ricordo di uno scrittore, fine umorista e moralista,
tragico e beffardo che seppe elevare a pura maestria la satira della "Ministerialità"

(M.Lunetta)


La narrazione teatrale
Teoria, pratica e storia di una tendenza che oggi viene premiata dal mercato, a scapito della ricerca scenica

(N.Gàmbula)

Cases
Convergenze e divergenze con Lukács di un critico della "Kultur", che si congedò augurando «buona utopia a tutti»
(A.Scarponi)


Romanzi italiani
Nei "libri dell'anno" di Piperno e Pincio si cela l'immagine disperante di una società senza futuro

(A.Scarponi)

RASSEGNA - NEWS

Calvino
Il doppio volto dell'autore delle "Città invisibili". A vent'anni dalla scomparsa l'eredità complessa del nostro scrittore più cosmopolita


Raboni
I diagrammi del suo orecchio critico all’ascolto della poesia lirica italiana contemporanea


Marin
Escono, a vent’anni dalla morte, i diari bellici del poeta di Grado. Prima ammiratore di Hitler,  poi cantore dell’esodo degli italiani d’Istria


Scrittura, critica e impegno
Tutti insieme e tutti contro tutti, più o meno appassionatamente


Disfide critiche
Polemiche a go-go tra i bizzarri funambolismi di Marzio Pieri e le sapide ironie e nostalgie di Arbasino

"Campielleide"
Premio Campiello 2005: se Scurati in Tv vuole "uccidere" Bruno Vespa

Cultura e politica
Dal fascismo al comunismo, il progetto egemonico di Togliatti passò per l'arruolamento degli intellettuali di Bottai

Moresco
Uno scrittore "apocalittico" in viaggio e alla ricerca della memoria di uno zio sovversivo


Berto
Ripubblicate in volume le sue recensioni cinematografiche, spesso assai critiche verso i "mostri sacri" del grande schermo


Scrittura, scienza, lavoro
Dai romanzi di Renzo Tomatis e Edoardo Nesi, il tentativo di superare uno storico gap della letteratura nostrana


Il "Nobel" a Pinter

Premiato finalmente il massimo drammaturgo vivente, un tributo anche al suo impegno politico, scomodo e controcorrente

D'J Pancake
Scoperta postuma in Italia di un narratore  americano, suicida a 27 anni, interessante, ma troppo “pompato”

Palahniuk
Nei racconti di "Cavie" diciassette aspiranti scrittori creano nuovi Frankestein, metafora sinistra dell'inizio del terzo Millennio


Letteratura Usa
Da Whitman a Burroughs, una Bibbia dei fuorilegge della scrittura


Letteratura Usa 2
Il dopo-11 settembre sta diventando un vero e proprio genere del romanzo americano

  

Kakutani
È nippo-americana la critica letteraria oggi più famosa e più temuta oltreatlantico


Saggio vs. romanzo
Una polemica tra Naipaul e McInerney che sa di vecchio e di prefabbricato a tavolino


Koestler
Cent’anni fa nasceva lo scrittore ungherese, coraggioso oppositore del totalitarismo sia comunista sia fascista 

Houellebecq e Nothomb Molte polemiche in Francia per i loro ultimi romanzi che trattano di eugenetica e di tivù simil-nazista

Pamuk
L'ultimo romanzo dello scrittore anatolico induce a riflettere sulla "europeizzazione" problematica e contraddittoria della Turchia


Luoghi shakespeariani
Ripensando all' isola fantastica del mago Prospero, dove si esprime il dramma del rapporto tra natura, civiltà e potere


Marx
Il filosofo tedesco non è più morto. Ma quello, a sorpresa, risorto è lo scienziato sociale, non l'utopista rivoluzionario


Gramsci
È il saggista italiano più diffuso nel mondo, dopo Machiavelli, ma la cultura nostrana fatica ad accettarlo


Chomsky e Foucault
Un dialogo mancato tra i due pensatori radicali sul tema "natura e cultura"

Benjamin
Pubblicato il carteggio privato con Gretel Karplus, la moglie di Adorno

Paolo Fabbri
Bisogna difendere la "babele delle lingue" contro il rischio dell'omologazione anglofona planetaria


Addii 1
È morto il critico Giancarlo Vigorelli, esegeta dal Manzoni, intellettuale lombardo proteso verso l'Europa

Addii 2
Con il commediografo e librettista Arnold Weinstein è scomparso un esponente dell’intellighentia Usa “radical” e pacifista

Addii 3
È scomparso Edward Bunker, una “bestia feroce” che ha saputo trasformarsi in uno scrittore di razza

Addii 4
L’America nera ha perso, con August Wilson, il suo più importante drammaturgo contemporaneo

Addii 5
Con Ottavio Cecchi è morto uno degli ultimi esemplari doc di "intellettuale organico". È stato un militante del lavoro culturale comunista, però, «con un forte senso della crisi»


Mail a Dedalus



Pasolini 1 - A trent'anni dalla morte resta la parabola ambigua di un poeta sostanzialmente patetico e viscerale

Pier Paolo PasoliniDa inguaribile neoromantico intriso di maledettismo a buon mercato, Pier Paolo Pasolini sconta un’aporia irrisolvibile, che è qualcosa di più della sua contraddizione princeps (tensioni al marxismo senza mai peraltro soffermarsi sul crinale di un’analisi di classe, perché poggiate su una base di mai completamente espulsi spiriti arcaico-cattolici): un’aporia che fa di lui, paradossalmente, una figura intellettuale già in vita anacronistica. Pasolini è spinto in continuazione dalle sue contraddittorie pulsioni (le “buie viscere” e il “cuore”, che appaiono in un testo capitale della sua produzione come Le ceneri di Gramsci) a leggere la realtà in termini creaturali più che analitici e dialettici. Di qui, l’energia della sua passione e la debolezza delle sue diagnosi, specialmente quando il poeta, in veste di analista e di polemico maitre à penser, le sferri “di prima”, in modo violento e, per così dire, “generalista”. Si loda tuttora da molte parti la capacità anticipatrice del poeta, la sua lettura quasi veggente di un’Italia e di un mondo in via di accelerata conformizzazione e perdita dei pregressi caratteri particolari e distintivi: ma si evita di sottolineare come inadeguata risulti la sua ottica fondata su una scala sociologica primitiva e quasi “razzista” (sottoproletariato enfatizzato a scapito del proletariato, in quanto presunto depositario di “valori” naturali che il secondo avrebbe perduto per assumerne altri squallidamente “piccoloborghesi”; empatia verso l’illuminazione-redenzione ad opera di una sessualità violentemente astorica in contesti storicamente determinati, ecc.).

Presenzialista come nessuno degli scrittori italiani dei suoi anni, senza posa esposto dietro vetrine di mercanzia svariata, furiosamente implicato nel fuoco dell’Attualità, Pasolini è quasi un’icona del qui e ora più effimero, condannata a consumarsi senza sosta per non far spegnere la sua luce un po’ livida (la “disperata vitalità” che egli stesso si attribuisce con orgoglio dolente).

Personalmente, non cessa di stupirmi il sempre acceso interesse mediatico sul suo Personaggio più che sulla sua opera (letteraria in specie): ma forse basterebbe, a più che parziale spiegazione, il fatto che lo scrittore-cineasta ha sempre realizzato nel proprio vissuto quella – neoromantica, appunto – confusione o commistione tra arte e vita ripetutamente dichiarata e teorizzata, nei suoi versi o nei suoi interventi di autoriflessione.

Pasolini vive febbrilmente il morbo dell’Attualità mentre coltiva, non di rado secondo curvature schematiche quando non “reazionarie”, una sua nostalgica mitologia di umile Italia rurale, e – una volta trapiantato a Roma – il sogno brutalmente “realistico” di un leggendario sottoproletariato di borgata portatore di una pretesa purezza fondata sull’ignoranza e l’incoscienza (non solo di classe). Siamo ai limiti di un affettuoso “razzismo” bio-letterario.

In un’intervista televisiva dei tardi Sessanta del secolo scorso, egli dirà, da “privilegiato” cantore dei bassifondi, di riuscire ad amare e trovarsi in sintonia solo con gente che non abbia superato la soglia di un’istruzione da “quarta elementare”, dal momento che gli studi ulteriori distruggerebbero irrimediabilmente quel patrimonio pressoché angelico, trasformando degli adorabili semianalfabeti in orrendi piccoli borghesi omologati, pronti per il nuovo fascismo della società dei consumi.

Ancora una volta, Pasolini è in difetto di ironia. La sua corda si tende soltanto dal pathos al sarcasmo, dall’emozione malinconica all’invettiva. C’è insomma, nel suo corredo psichico e nel suo sistema di sensibilità, una carenza di distanza da se stesso e dal mondo: e tutto questo si riversa immediatamente nelle macro e nelle microstrutture del suo linguaggio creativo. Il suo è un occhio unidirezionale, tarato sul calibro di uno sconfinato narcisismo autodistruttivo (ma tuttavia, sempre intento all’autocelebrazione). Un occhio esclusivamente frontale, cui è negata qualsiasi modalità di visus retro/introspettivo. L’occhio del Pasolini poeta e saggista è inabilitato a individuare dettagli e frammenti di realtà se non filtrandoli attraverso la sessualità elevata a strumento misterioso di redenzione o di morte (come si vedrà clamorosamente in un film decisamente irrisolto come Salò o le 120 giornate di Sodoma e in un macroromanzo postumo come Petrolio).

Ovvio è che per un poeta che ha scritto Il pianto della scavatrice l’elegia e il patetico siano sempre in agguato. In termini quasi didattico-pedagogici lo conferma ad abundantiam soprattutto la prima parte di Divina mimesis (1975, prima opera postuma dello scrittore e suo sanguinolento auto-identikit), di cui appena uscito scrivevo: «È chiaro, ed è appena doverosamente generoso non pesare Pasolini su un libro come Divina mimesis, che egli probabilmente non avrebbe licenziato nello stato attuale: ma è altrettanto chiaro che anche questo libro gli appartiene totalmente, appartiene all’ideologia regressiva e sempre più misticheggiante con la quale, come un San Sebastiano sempre più trafitto e scoperto nella sua sete di martirio, egli continuava imperterrito ad aggredire il mondo, più che a conoscerlo (e contribuire a cambiarlo) con gli strumenti della ragione».

Autore sostanzialmente patetico e viscerale, Pasolini – a dispetto della sua generosità ideologica – manca di radicalità di pensiero, quindi di radicalità formale. È questo che determina l’ambiguità del suo “espressionismo” e lo stempera in cadenze di sommesso epicedio autoreferenziale. Un’ambiguità che in tutta la sua opera (di poeta, di narratore, di drammaturgo, di saggista, di cineasta) si prova a costruire al proprio interno un apparato di strutture coese, che trova soltanto in un tasso (evidentissimo, e a più riprese denunciato dallo stesso autore) di religiosità forte, quanto si voglia “laicizzato”, ma in tutti i casi persistente e significativo, il proprio background e il proprio collante: una sorta di ideologia con tutti i crismi, negata nei suoi termini confessionali eppure innegabilmente “spiritualistica”, e comunque incompatibile con quella laicità e direi con quel materialismo integrale che resta, pur nella sua condizione minoritaria, il nerbo profondo e veramente antagonista della nostra cultura moderna.

Sono queste le ragioni per cui il vivissimo talento dell’autore di Ragazzi di vita e di Poesia in forma di rosa mi ha sempre messo in sospetto. Pasolini rimane, per tutti i suoi lasciti positivi e negativi,  una figura intensamente emblematica del passaggio italiano tra anni della ricostruzione capitalistica e anni della massificazione piccoloborghese della società e delle coscienze: e sarebbe stato davvero il caso, anziché continuare a alimentare fino ad oggi il pulverulento rituale della Celebrazione dell’Eroe Caduto, di sceverare il grano dal loglio nel corpo dell’opera (e della pratica operatività) dello scrittore; di valutare insomma sine ira et studio la dialettica del Personaggio e dell’Autore dentro gli anni che gli fu dato vivere, in una proiezione meno deformante e agiografica. Senza santificazioni, perciò. Senza equivoche consacrazioni. E non si potrà fare a meno allora, credo, di convenire ancor oggi col giudizio conclusivamente severo di Franco Ferrarotti, per il quale Pasolini rimane, malgrado tutti i suoi sforzi in contrario, «un intellettuale tradizionale, un’edizione aggiornata del “lupo della steppa” di Hermann Hesse, con la sua autonomia illusoria, la sua posizione fondamentalmente astorica e aclassista, la confusione fra dato e prescrizione in nome d’una suprema “liricità”, che opta per il mito e l’irrazionalità contro la storia e contro la politica».

Davvero, aggiungerei, in una divisione del Sé al tempo stesso detestata e adorata, ma mai ricomposta in una dinamica superiore.     

Mario Lunetta

Pasolini 2 - Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

Una locandina del film 'Uccellacci e uccellini' di PasoliniL’opera di Pasolini è sì inequivocabilmente autobiografica; soffre sì di una condizione come di minorità rispetto al suo autore, che non se ne distacca, non le lascia autonomia alcuna, quasi la occulta, certamente la sovrasta, con il proprio corpo e la propria voce. È sì quella di un impenitente Narciso, di un uomo rimasto ragazzo, divenuto (o forse nato) nevrotico e comunque smanioso di rifugiarsi nel suo grembo, non metafora, ma reale sostituto, di quello materno. È però anche un’opera felicemente scissa al proprio interno, squarciata da due tendenze opposte che di continuo lottano per prevalere e sembrano volersela contendere. La tendenza dell’autore a giudicarla un proprio esclusivo possesso, il luogo nel quale ritirarsi e il diario quasi terapeutico da aggiornare costantemente: insomma, nulla più che un autoritratto contraddistinto da segni contraddittori e frequenti correzioni, e allora destinato a rimanere incompiuto, perché in continuo divenire sono le sue fattezze di uomo, il suo animo di eterno adolescente, le sue idee di intellettuale, il suo stile di poeta manierista. L’altra, ancora e sempre dell’autore, a viverla e a costruirla come un inesausto tentativo di fotografare l’esistente, la storia e i mutamenti sociali e culturali di volta in volta in atto nel paese, e allora a concepirla come un dovuto e necessario, addirittura profetico, ritratto generazionale, per raccontare le illusioni e gli errori, le scelte e le colpe di uomini e di scrittori nati sotto il fascismo e in seno alla modernità, chiamati a traghettare altrove l’Italia e l’arte, e infine costretti ad ammettere di aver consegnato la prima alla borghesia e di non aver saputo o voluto impedire il collasso della seconda.

L’opera insostenibile e spesso mancata di Pasolini, al pari del suo corpo atrocemente martoriato, appartiene dunque a un poeta civile che ha voluto sfidare la morte: quella dell’arte, provando ad opporle una summa interminabile e inclassificabile della tradizione letteraria e della cultura umanistica tutta; quella dell’autore, cercando di ripristinare l’aura di una figura ormai misconosciuta, e perciò facendosi profeta, opinion-maker corsaro e luterano, offrendosi infine quale martire, sempre per dimostrare che quella dell’artista è una presenza ancora necessaria alla società. E così egli ha perso forse due volte. Da un lato, perché non ci ha saputo dare il capolavoro né ha potuto impedire ciò che certo non poteva essere lui a impedire, ossia quel processo di delegittimazione della letteratura che appare adesso del tutto compiuto. Dall’altro perché, sottraendosi all’obbligo morale abitualmente avvertito dai grandi scrittori, quello cioè di impegnarsi ad offrire alla collettività dei libri che possano restare, appunto dei capolavori, ha contribuito ulteriormente non a difendere, ma piuttosto a dissolvere il mito dell’autore, rimpiazzandolo con quello dell’intellettuale inteso come “battitore libero”, nonché iniziando, tra i primi, a muoversi nella stessa direzione in cui frequentemente oggi si muove chi tende a ridurre quel mito alla triste realtà del facitore di testi e di merci che anzitutto è una vedette del mondo dello spettacolo, un prodotto dell’industria culturale.

Ma se Pasolini ha perso, in un certo qual modo ha perso vincendo. Voleva sfidare la morte e sopravviverle? Ebbene, è vero che pur avendolo eccessivamente celebrato erigendo alla sua opera un monumento – dieci Meridiani – senza precedenti nella letteratura italiana, facciamo forse molta più fatica oggi di ieri a reputarlo un classico, così come credo che addirittura maggiori saranno le resistenze dei suoi futuri lettori e giudici a concedergli il tributo generalmente concesso ai grandi autori. Ciononostante, chiunque voglia adesso e vorrà domani comprendere come sono cambiate e cosa sono diventate la letteratura e l’Italia dal dopoguerra agli anni Settanta, deve e dovrà obbligatoriamente fare i conti con i suoi testi assai più che con quelli di scrittori magari meno irrisolti di lui, nonché misurarsi con una morte scandalosa legata a quell’opera deforme non da una rapporto di causalità – come vorrebbero quanti in essa vedono l’esito di un complotto ordito dal Palazzo o, addirittura, un suicidio “per procura” –, ma da uno di semplice, e tragica, contiguità. Quello di Pasolini è cioè un delitto politico perché qualcuno, verosimilmente un branco di picchiatori neofascisti, ha voluto ridurre al silenzio un frocio che, nei suoi romanzi, nelle sue poesie, nelle sue pellicole cinematografiche, nei suoi saggi e interventi polemici, si era permesso di denunciare, con lucidità e forza sconosciute a molti altri scrittori e intellettuali dell’epoca, il degrado culturale, morale di una società, la nostra, oggi addirittura più corrotta, squallida di trent’anni fa.

Amarlo e insieme odiarlo; recuperarlo per poi volerlo superare; affrancarsi dal suo mito per riscoprire la reale sostanza della sua opera e del suo messaggio etico-civile; usarlo: come in passato, è ancora e sempre questo che con Pasolini siamo e saremo chiamati a fare.

                                                                                    Antonio Tricomi

* L’autore di questo intervento ha di recente pubblicato l’ampio saggio Sull’opera mancata di Pasolini (Carocci, 2005, pag. 448, € 29,80)



Direttore Responsabile
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