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n.5 Ottobre/Novembre 2005
| IN PRIMO PIANO - ARTICOLI |
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| Pasolini 1 - A trent'anni dalla morte resta la parabola ambigua di un poeta sostanzialmente patetico e viscerale | ||
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| Pasolini 2 - Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo | ||
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L’opera insostenibile
e spesso
mancata di Pasolini, al pari del suo corpo
atrocemente martoriato, appartiene dunque a un poeta civile che ha voluto
sfidare la morte: quella dell’arte, provando ad opporle una summa interminabile
e inclassificabile della tradizione letteraria e della cultura umanistica
tutta; quella dell’autore, cercando di ripristinare l’aura di una figura
ormai misconosciuta, e perciò facendosi profeta, opinion-maker corsaro
e luterano, offrendosi infine quale martire, sempre per dimostrare che
quella dell’artista è una presenza ancora necessaria alla società. E
così egli ha perso forse due volte. Da un lato, perché non ci ha saputo
dare il capolavoro né ha potuto impedire ciò che certo non poteva essere
lui a impedire, ossia quel processo di delegittimazione della letteratura
che appare adesso del tutto compiuto. Dall’altro perché, sottraendosi
all’obbligo morale abitualmente avvertito dai grandi scrittori, quello
cioè di impegnarsi ad offrire alla collettività
dei libri che possano restare, appunto dei capolavori, ha contribuito
ulteriormente non a difendere, ma piuttosto a dissolvere il mito dell’autore,
rimpiazzandolo con quello dell’intellettuale inteso come “battitore libero”,
nonché iniziando, tra i primi, a muoversi nella stessa direzione in cui
frequentemente oggi si muove chi tende a ridurre quel mito alla triste
realtà del facitore di testi e di merci che
anzitutto è una vedette del mondo dello spettacolo, un prodotto dell’industria
culturale. Ma se Pasolini
ha perso, in un certo qual modo ha perso vincendo. Voleva sfidare la morte e sopravviverle? Ebbene,
è vero che pur avendolo eccessivamente celebrato erigendo alla sua opera
un monumento – dieci Meridiani – senza precedenti nella letteratura italiana,
facciamo forse molta più fatica oggi di ieri a reputarlo un classico,
così come credo che addirittura maggiori saranno
le resistenze dei suoi futuri lettori e giudici a concedergli il tributo
generalmente concesso ai grandi autori. Ciononostante, chiunque voglia
adesso e vorrà domani comprendere come sono cambiate e cosa sono diventate
la letteratura e l’Italia dal dopoguerra agli anni Settanta, deve e dovrà
obbligatoriamente fare i conti con i suoi testi assai più che con quelli
di scrittori magari meno irrisolti di lui, nonché
misurarsi con una morte scandalosa legata a quell’opera
deforme non da una rapporto
di causalità – come vorrebbero quanti in essa vedono l’esito di un complotto
ordito dal Palazzo o, addirittura, un suicidio “per procura” –, ma da
uno di semplice, e tragica, contiguità. Quello di Pasolini è cioè un delitto politico perché qualcuno, verosimilmente un
branco di picchiatori neofascisti, ha voluto ridurre al silenzio un frocio che, nei suoi romanzi, nelle sue poesie, nelle sue
pellicole cinematografiche, nei suoi saggi e interventi polemici, si era
permesso di denunciare, con lucidità e forza sconosciute a molti altri
scrittori e intellettuali dell’epoca, il degrado culturale, morale di
una società, la nostra, oggi addirittura più corrotta, squallida di trent’anni fa. Amarlo
e insieme odiarlo; recuperarlo per poi volerlo superare; affrancarsi dal
suo mito per riscoprire la reale sostanza della sua opera e del suo messaggio
etico-civile; usarlo:
come in passato, è ancora e sempre questo che con Pasolini
siamo e saremo chiamati a fare. |
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