Storico e polemista di razza, Ernesto Galli Della Loggia (da qui in
avanti GDL) ha da anni una ossessione:
l'egemonia culturale in Italia della sinistra. Non si dà pace
GDL, intellettuale di fede liberal-democratica, ma di fatto limitrofo al centrodestra,
per questo predominio, per lui esiziale, in
quanto frutto di una subdola azione politico-ideologica
delle forze comuniste. Studioso assai impegnato in una rilettura
in chiave "revisionista" della storia nazionale, GDL invece
di domandarsi perché la cultura di destra in Italia sia stata
e tuttora sia priva di figure di grande spicco, di personalità
catalizzanti, di pensatori leader, di scrittori di talento,
di case editrici di prestigio, di centri di dibattito di qualità,
passa il tempo a lamentarsi dell'egemonismo discriminatorio
e fazioso della sinistra, meravigliandosi ad esempio che nella
Einaudi "rossa" potesse tranquillamente
collocarsi un liberal-azionista
come Bobbio. Eppure già trent'anni
fa un non-comunista come Moravia
in un'intervista spiegava: con chi posso parlare di cultura
in Italia? Con i vecchi fascisti? Con i liberali malagodiani?
Con i democristiani? Meglio lasciar perdere. Io posso parlare
e magari furiosamente litigare soltanto con i comunisti. Abbiamo
citato l'Einaudi: per GDL è il "mostro"
odiato-amato, la punta di lancia, il fiore all'occhiello del
grande, occhiuto progetto comunista di egemonizzazione della cultura. Qual è il segreto per cui la casa editrice torinese è riuscita per decenni a
dare piena attuazione a questo disegno? Recensendo sul Corriere della Sera il libro di Ernesto Ferrero
in cui si rievoca un trentennio di vicende einaudiane,
viste e vissute dall'interno, da parte di uno che è stato
prima capo ufficio stampa e poi direttore editoriale, GDL
ha avuto la rivelazione. Il segreto, contenuto nelle pagine
di I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli), sta nello snobismo sprezzante del fondatore
della casa editrice, ovvero Giulio
Einaudi, nel suo protervo elitismo,
nel suo aristocraticismo padronale
e maleducato. Citando a piene mani Ferrero,
scrive GDL: «L'editore
è di cultura mediocre. ama trattare male chiunque sia troppo
debole o educato per ribellarsi; è pieno di sé; ha "una curiosità
da scimmia", ma ogni cosa o persona rischia in breve di venirgli
a noia. è pettegolo, sarcastico, vuole sempre avere la meglio;
non mostra mai gratitudine a nessuno ed è sempre pronto a
sfruttare tutti. al ristorante poi non esita a infilzare la
forchetta nel piatto degli altri per "assaggiare".». Lo stile
snobistico di Einaudi intrecciato con «. il
radicarsi di un fortissimo senso di appartenenza, dell'idea
di essere un "gruppo", un insieme di persone, cioè, associate
a qualcosa di più di qualche interesse o scopo comuni, bensì
da una sorta di comune identità antropologica e in fin dei
conti morale», costituisce a parere di GDL il marchio vincente
della sinistra culturale, un mix di arroganza, di militantismo,
di esclusivismo, di settarismo, di narcisismo, di ideologismo
e di cinismo. Forzando i confini del suo argomentare, e cioè
identificando tout-court Giulio Einaudi
con l'essenza della cultura di sinistra, GDL arriva a concludere:
«. mettersi per qualunque ragione contro di lui. avrebbe costituito
prima di tutto un gesto di suprema volgarità stilistica, mettersi
cioè dalla parte della normalità plebea, contro l'eleganza
del gesto inatteso, del giudizio tagliente; avrebbe significato
mostrare di voler fare sul serio contro ogni ovvio obbligo
di leggerezza e di celia. Impensabile». Dunque, per GDL che
sta dalla parte dei "normali plebei", gli intellettuali "democratici"
non si sono opposti per decenni a
Einaudi, e cioè alla cultura comunista
o comunisteggiante, per non passare
da cafoni, da poveracci senza stile, da gentucola
che "non sa stare al mondo", che non conosce le regole per
vivere nell'ambiente della vera aristocrazia culturale. Nella
visione di GDL la sostanza di quella che un tempo si chiamava
"sinistra di classe" (sottintendendo la classe operaia) si rovescia in un forsennato classismo snob (di evidente matrice alto-borghese). Da qui a concludere che lo spirito della sinistra è elitario e antipopolare,
e che il vero spirito popolare e di massa stava ieri con la Democrazia Cristiana
e oggi con le forze berlusconiane
ci vuole poco. Gratta gratta
l'intellettuale liberal-democratico
GDL ed ecco che scopri il populista di centrodestra.
Ma poi tutto
questo spiega veramente
la supposta egemonia culturale della sinistra? Spiega veramente
l'eccellenza del catalogo editoriale della
Einaudi, pur tra non pochi
errori e sottovalutazioni e abbagli e contraddizioni? Se
Giulio Einaudi era così fatuo,
capriccioso, maligno e supponente, come si spiega che la
sua "creatura" sia sopravvissuta alla grande tanto al suo
personale tracollo finanziario, quanto alla
epocale eclisse del comunismo, e sia tuttora tra
le imprese culturali di più alto livello in Italia? Possibile
che questo fosse soltanto merito dello "snobismo" o, al
massimo, delle ottime persone di cui si circondava (maltrattandole)
e che lui non c'entrasse per nulla? Uno scrittore a lungo
tra le file einaudiane, Sebastiano
Vassalli, ha replicato al riguardo a GDL sempre sul
Corsera: «. ridurre Giulio Einaudi a una macchietta "snob" non spiega nulla e non serve a nessuno,
così come non serve a nessuno presentare la casa editrice
Einaudi come un covo di "maoisti" e di ammiratori delle Pantere
Nere, frequentato per sbaglio. da Bobbio,
Mila, Venturi. E non è vero che fosse un uomo di scarse
letture. È vero, invece, che fingeva di esserlo. Giulio
Einaudi era nato nel 1912, e ha vissuto. l'ultima grande stagione dei
miti della modernità e dei miti della Sinistra, ma non l'ha
mai vissuta in maniera acritica, e non è mai stato banderuola
di nessuno. Al contrario: negli anni del miracolo economico
e della "guerra fredda", quando in Italia la contrapposizione
e lo scontro tra le ideologie erano frontali, ha mantenuto
vivo quel poco di dialogo che allora si poteva ancora mantenere
tra cultura marxista, cultura liberale
e cultura cattolica. Perché negargli questi meriti? Perche
attribuirli (i meriti) a questo o quel collaboratore, quando
era lui, in definitiva, a decidere?».
Il problema, non soltanto di GDL
ovviamente, è che dietro il revisionismo storico si percepisce
una carica di revanscismo, una foga di
anticomunismo retrospettivo che fa spesso perdere
la misura e offusca la comprensione dei processi storico-culturali.
E poi, insistiamo, perché non c'è in questo paese una Einaudi di destra? Perché una raffinata casa editrice come Adelphi,
pur assai prossima alla cultura della Tradizione, si guarda
bene dal collocarsi a destra? Perché
i vari filoni culturali di destra - da quello liberale-modernista
sino a quelli spiritualisti e antimoderni o vitalisti-reazionari
- hanno così poco peso e prestigio? A GDL l'ardua risposta.
M M M M.P.
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