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qui conta
il soldo. Editoria senza editori, è stato osservato, dato che stanno
via via scomparendo gli editori classici, quelli che cercavano di
creare un'industria culturale e non un'industria editoriale. Oggi
comandano i manager onniscienti per definizione, che vanno bene
dirigere questo settore o quell'altro, in Fiat come in Rai, all'Enel o alla Mondadori,
e questi sono d'altra pasta, fanno i conti, euro su euro, per chiudere
alla fine un bilancio in attivo. La regola è quella del tutto e
subito. L'utile ha da essere del 15 per cento e per ciascun titolo,
senza compensazioni tra questo e quel libro del pacchetto prodotto
nell'anno. Di qui, la fabbrica dei best seller,
romanzoni del peso di 500 e più pagine all'insegna del thriller,
del mistery, del sexy, del fantasy, dell'horror.
All'americana, naturalmente.
Scriveva tempo fa Sergio
Fanucci, capo della Fanucci Editore,
che è fondamentale «il lavoro svolto quotidianamente da una
serie di case editrici con un forte progetto editoriale, che non
«privilegia il lettore occasionale rispetto a quello forte»
ma anzi lo coinvolge, che non «crea personaggi più che scrittori»
e lavora con essi per crescere insieme, che non «mortifica
la produzione di lunga durata», ma anzi alimenta quella "di
catalogo"(cito Giancarlo Ferretti)».
Sul tema interveniva Carla Benedetti sull'Espresso del 13 gennaio
scorso sostenendo che l'editoria è impegnata unicamente a dare la
caccia agli scrittori famosi per assicurarsi i loro manoscritti
a suon di milioni d'anticipo, battendo la concorrenza in un rilancio
a prezzi drogati. Il meccanismo, diceva la Benedetti,
è questo: prendi un autore noto, affiancagli un bravo editor, fai
uscire sui giornali recensioni iperboliche ed è fatta, il successo
è garantito.
Però gli
autori noti non sono poi molti e, per quanto si prodighino, hanno
bisogno di un paio d'anni per scrivere un nuovo romanzo. I manager
editoriali, visto che devono scannarsi per acchiapparne uno, rischiando
il fallimento del loro gruppo, hanno partorito la furba trovata
di moltiplicare la merce di marca. E dove questa tecnica di marketing poteva cominciare se non
in America? Da qualche tempo a questa parte, tre anni o giù di lì,
appena un giovane autore di qualche pregio si affaccia alla ribalta
letteraria viene catturato dal manager del grosso editore, che lo lancia
contemporaneamente sul mercato librario e nel firmamento letterario
con slogan reboanti come «è nato il nuovo Melville»,
«ecco il romanzo del secolo», «una storia affascinante
come Via col vento», «un vero capolavoro sulla
scia di Truman Capote».
La moda ha contagiato anche
l'Italia, ovviamente. I soggetti sono giovani, i prodotti scelti
sono primizie, la parola passepartout è rivelazione. Non tutti sono
esordienti, alcuni hanno già pubblicato qualche libro, ma lo sono
per le caratteristiche del lancio. La loro non è
un'uscita in libreria che già li terrebbe tremanti e trepidanti,
il loro è un triplo salto mortale. E infatti qualcuno
si spezza il collo.
Qualche nome? Senza pretendere
completezza statistica, si può citare, per l'anno passato, Giorgio
Faletti, che con il suo giallo Io uccido (ed. Baldini
Castoldi Dalai, € 13,00) ha dominato le classifiche dei più venduti
e quest'anno ha raddoppiato il successo con Niente di vero tranne
gli occhi (stesso editore, € 18,60). Suo primo
estimatore, che lo definì «il più grande scrittore»
d'Italia e dintorni, Antonio D'Orrico sul Magazine
del Corriere della sera. Qualche mese fa è stato Alessandro
Piperno (gran cerimoniere ancora D'Orrico) ad avere un
fragoroso battage con la storia, ora divertente, ora graffiante,
dei Sonnino, ricca famiglia ebrea romana, dal titolo Con le peggiori
intenzioni (ed. Mondadori, € 17,00).
Poi, in successione sempre più
ravvicinata, Piersandro Pallavicini, supporter Tullio
Avoledo, che su Il Giornale etichetta
come «il miglior romanzo italiano dell'anno» il suo
Atomico dandy (ed. Feltrinelli, € 16,00), protagonista un
quarantenne di successo, con una moglie splendida, che dirige un
dipartimento universitario impegnato a studiare la possibilità di
realizzare un rivoluzionario computer molecolare, di cui a un tratto
si scopre abbia avuto da giovane, negli Anni Ottanta, una personalità
opposta, squallida e torbida.
Angiola Codacci-Pisanelli sull'Espresso
lancia alla grande Patrizia Bisi, autrice di Daimon
(ed. Einaudi), un romanzo che ha per protagonista Diletta, una bambina
dalla doppia personalità, genio musicale da una parte e mostro furioso
dall'altra, che lotta contro la malattia e contro chi, per curarla,
vuole normalizzarla.
Leonardo Colombati,
afferma Luigi Mascheroni ne Il
Giornale del 21 aprile, con il suo Perceber (ed. Sironi)
non ha scritto il romanzo dell'anno, ha scritto «il romanzo
del decennio, il decennio che è trascorso e quello che verrà»
poiché nelle sue 500 pagine più 100 di note, glossari e citazioni,
costate undici anni di lavoro all'autore, si raccontano 41 episodi
realistici ambientati in diversi quartieri di Roma, tra gli altri
quello del tram che a viale Trastevere investe un anziano tranciandogli
la gamba destra. E a questi episodi si intersecano
la cosmologia cabalistica e l'anatomia del corpo umano in un impasto
narrativo ambizioso e difficile, in cui si mescolano riferimenti
e richiami a personaggi storici e a classici della letteratura.
Pino Roveredo ha
trovato un sostenitore eccellente in Claudio Magris, che
ha scritto l'introduzione alla sua raccolta di racconti Mandami
a dire… (ed. Bompiani, € 9,00), come si legge nel Corriere
della sera del 15 aprile 2005. Roveredo non è un esordiente,
ha già pubblicato romanzi e testi teatrali e il saggio di Magris
ne tiene conto tracciando un entusiastico profilo letterario dello
scrittore, tanto da dire che già nove anni fa con Capriole in
salita Roveredo «è entrato di forza nella letteratura».
Trasferendo sulla pagina il linguaggio delle dita con il
quale si esprimevano i suoi genitori sordomuti, Roveredo,
che ha conosciuto, scrive Magris, «il disordine, l'alcool,
la brutale, ancorché brevissima, esperienza del carcere e dell'ospedale
psichiatrico, la vita randagia ai margini della società»,
nei suoi racconti narra «le vite spezzate, i voli interrotti»
di una folla di personaggi a cui fa vivere le violenze, le umiliazioni,
«gli sbandamenti o le canagliate, ma anche il generoso e spavaldo
coraggio con cui essi cercano di sfuggire alla morsa della vita,
i sogni ingenui ma potenti che li portano aldilà dei confini del
reale».
Altro caso quello di Umberto Contarello, raccomandato da Franco Marcoaldi
su la Repubblica del 20 aprile scorso per il suo romanzo
d'esordio messo in circolazione da Feltrinelli al prezzo di € 10,00,
al quale ha dato, annota Marcoaldi, «un titolo semplice e
azzeccato: Una questione di cuore; titolo che va letto in
una duplice, anzi in una triplice accezione» perché la storia
di Alberto, sceneggiatore cinematografico come l'autore, che conduce
una vita fallimentare e all'improvviso è colpito da un brutto infarto,
si conclude con «una triplice "questione di cuore":
un uomo, che non ascoltava il proprio corpo e tantomeno i propri
sentimenti è stato costretto a farlo quando il cuore gli è andato
in pezzi e d'ora in avanti, forse, saprà interrompere la coatta
frenesia che ha contraddistinto la sua esistenza». Di fronte
a due scritture, quella dello sceneggiatore e quella del romanziere, «Contarello esce
vincente - osserva Marcoaldi - accompagnando a una prosa svelta,
dialogica e visiva, come vuole la sua professione abituale, brevi
monologhi interiori, descrizioni dei caratteri in campo, baluginanti
riflessioni esistenziali».
Insomma, capolavori a raffica.
A questo proposito va citato Paolo Di Stefano, che in
un breve editoriale pubblicato nelle pagine culturali del Corriere
della Sera del 9 aprile scorso se la prendeva tra l'annoiato
e l'irritato con Tullio Avoledo che, come abbiamo ricordato, ha
«battezzato il nuovo libro di Piersandro Pallavicini, Amico
dandy, come il "miglior romanzo di quest'anno"».
E chiudeva la sua nota con le parole: «Pensavamo di poter
stare tranquilli per il prossimo secolo dopo l'uscita del romanzo
di Alessandro Piperno visto che molti ci
avevano assicurato che la letteratura italiana non avrebbe saputo
proporre niente di meglio fino al 2100 o giù di lì. Invece
è passato appena un mesetto e arriva un romanzo ancora migliore.
Un altro dandy dopo Piperno. Incredibile».
Ahimé, non è finita. Anzi, è
ovvio, non finirà mai. Venerdì 20 maggio sul Corriere della sera
Stefano Bucci pubblica un articolo, di spalla su 6 colonne
a pag. 35, in cui tra occhiello, titolo e catenaccio si danno
tre informazioni diverse per definire il multiforme impatto di un
nuovo capolavoro della letteratura nostrana. Occhiello: «Il
Riformista e Il manifesto incoronano La
ragazza che non era lei. Il Foglio aveva esaltato invece
Con le peggiori intenzioni». Titolo: «Contro
Piperno la sinistra sceglie Pincio». Catenaccio, tra virgolette
a indicare che si tratta di una citazione:
«"La stella più lucente della narrativa italiana di oggi,
un autore che è un maestro"». Sul Riformista il
glorificatore di Tommaso Pincio, autore de La ragazza
che non era lei, appena edito da Einaudi
Sile Libero (pp. 308, € 14,80) è Gabriele Pedullà, mentre
sul manifesto è Emanuele Trevi. Pedullà scrive tra
l'altro che Pincio supera «ogni possibile ripiegamento intimista,
la catalogazione normalizzante della letteratura in generi, la stanchezza
di quelli che erano gli innovatori di un tempo, da Sebastiano Vassalli
ad Antonio Tabucchi». Dal canto suo Trevi, riferisce Bucci,
definisce lo scrittore «un vero maestro della gestione narrativa
del "male oscuro" con tutto il suo sinistro corteggio
di fallimenti e inibizioni».
Quanto ad Antonio D'Orrico questa
volta lascia l'incenso nel cassetto e, sul Magazine del Corriere
della sera, sferza ferocemente Tommaso Pincio (pseudonimo
di Marco Colapietro) negandogli perfino il diritto di cittadinanza
letteraria: «Qualcuno, meglio se un parente», suggerisce,
dovrebbe comunicargli che «scrivere libri non fa per lui.
Per il suo bene (e il nostro soprattutto)».
Il dibattito continua nelle
pagine ospitali del Corriere della sera. A
intervenire questa volta (25 maggio) è Filippo La Porta,
intenzionato a dimostrare che Pincio e Piperno sono due facce della
stessa medaglia, come sostiene il titolo del pezzo. A suo parere
i due giovani autori sono «dotati di innegabile personalità stilistica», ma il vero problema
è che i narratori italiani di oggi «sembrano i "giapponesi"
della cultura mondiale, abilissimi a riprodurre e imitare qualsiasi
prodotto sul mercato, di ieri e di oggi». Di Pincio dice che
«si ispira a Pynchon» non per
la somiglianza del nome ma perché ne «reinventa l'universo
paranoico, mediato però con Warhol e la fantascienza terminale.
Piperno sembra abitare in una Mitteleuropa capitolina ed è salutato
volentieri come il simil-Proust». Tutto questo sarebbe sopportabile
se la narrativa italiana riuscisse a «darci un sentimento
del mondo», se riuscisse a «inventare un linguaggio
sufficientemente personale capace di esprimere il caos dell'esperienza
nella contemporaneità», ma La Porta
sembra avere forti dubbi. Infine il critico sostiene che «Piperno,
ispirandosi a un'epopea appena stravolta, conclude nel tono italianissimo
della commedia» mentre Pincio «che muove da una straziante
poeticità, tende a spettacolarizzare il tragico, a tradurlo nella
leggenda metropolitana o nella frizzante rilettura dell'immaginario
pop».
Cinque giorni dopo, sempre sul
Corriere, Gabriele Pedullà risponde a La
Porta, sostenendo che i casi di Piperno e Pincio sono «diametralmente
opposti» e precisa: «Scrittore dal mestiere superiore
al talento, Piperno è stato presentato come "il Philip Roth
italiano" - formula con cui la Mondadori ha potuto venderlo
a scatola chiusa alla scorsa Fiera di Francoforte». Invece
tra Pincio e Pynchon, «nonostante o forse proprio a causa
dello pseudonimo, non c'è nessun rapporto di filiazione stilistica».
Ma poi Pedullà affronta una seconda questione aperta da
La Porta «laddove denuncia i rischi di una Poetica
Unica (pericolosa come il Racconto Unico e il Pensiero Unico) e
prescrive "un sobrio e duttile empirismo"». Pedullà
afferma che «ogni recensore, che lo ammetta o meno, ha la sua lista segreta di memos for the next millennium
sul modello di quelli proposti da Calvino nelle Lezioni americane»
e conclude dicendo che «se "fare i nomi" è sempre
una buona regola del giornalismo culturale, lasciare che i lettori
dei quotidiani conoscano i criteri sui quali, in quanto critici,
fondiamo le nostre ripulse e le nostre adesioni, mi sembra un irrinunciabile
principio di democrazia delle idee».
Sabato 28 maggio si fa avanti
con un'intera pagina de Il Foglio, quotidiano in formato
gigante, Alessandro Giuli, che in una decina di cartelle
sonda, scava, confronta e giudica quelli che sembrano ormai configurarsi
come i due esponenti più osannati delle nostre lettere e al tempo
stesso le due figure politicamente più carismatiche del momento,
nella simbologia della repubblica letteraria naturalmente. E,
indagando, si schiera sia come critico che come politico. Su Piperno
scrive che «noialtri lettori di massa, dunque qualunquisti
per definizione e sospettati non a torto di tendenze destrorse»
siamo rimasti «afflitti da troppa bravura, così cerebralmente
sfacciata, calcolata, sovrappeso e irrimediabilmente fredda. Accademica».
Del romanzo di Pincio invece pensa che sia «una formidabile
storia americana allucinata psichedelica felicemente sconclusionata,
fatta di polvere merda sesso violenza alienazione fuga e formule
matematiche». Guardando a tutto quello che c'è nel romanzo
di Pincio, Giuli osserva che quelli fra noi che «la cultura
beat poi svaccata nel fenomeno hippy l'hanno appresa nelle traduzioni
di Fernanda Pivano
ma poi di lì si sono intestarditi» e «passando
magari per Mircea Eliade, Elemire Zolla o Julius Evola»
hanno compreso che «quell'originaria filosofia on the road
fu un interessantissimo tentativo di reagire al nichilismo della
materia con il disordine dello spirito mal coltivato».
L'inflazione di capolavori promette
di continuare. Il seguito al prossimo numero.
Massimo
Vecchi
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