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Newsletter n.3 Maggio/Giugno 2005

IN PRIMO PIANO

 


IN PRIMO PIANO
Marketing editoriale
I romanzi dell'anno? Escono a getto continuo


Addii 1
La morte di Saul Bellow gigante moderno, critico del modernismo


Addii 2
È scomparso Augusto Roa Bastos, massimo testimone epico e critico del Paraguay


Addii 3
Franco Cavallo, un poeta giocoso e adamantino


Addii 4
E' morto Eugénio De Andrade, insigne esponente della poesia lirica portoghese


Bicentenario
Andersen tra favole, terrori e ossessioni sessuali


Antologie
La poesia italiana del secondo Novecento vista da Daniele Piccini

Nuovi autori europei
La Nothomb sprofonda nella fame, Francisco Casavella s’immerge nel post-franchismo

Ballestra
Mescolando italiano e dialetto, un romanzo su sua nonna


Oulipo
Quando la letteratura è il “Topos del Topo”

Brancati
A Mezzo secolo dalla morte si ricorda il tormentato scrittore siciliano

Bertolt Brecht
Antidemocratico per paradosso, ma non troppo


Crovi
Una ricognizione critica lungo i sentieri della letteratura del sud


Industria culturale
Il bilancio in chiaroscuro di “un paese senza”

Editoria
Il quarantennale degli Oscar Mondadori e gli anni d’oro della Einaudi


Esterházy
No all’Europa burocratica, sì allo sviluppo culturale dell’Europa


Testo e extratesto
Le vie del “romanzo dell’io” sono finite?


Libri per ragazzi
Nel nome di Rodari alla caccia dei lettori del futuro

Biblioteche digitali
Le istituzioni europee sfidano il progetto “Google print

Internet
Nascono nella Blogsfera nuove forme di scrittura

Kundera
Un "sipario" alzato sul romanzo anti-lirico

Luzi
Quando il poeta fiorentino scriveva a Fabrizio De André

Magris
Un nuovo romanzo su due secoli di infamie e di dolori


Rasy
Un romanzo su Mandelštam, poeta antistalinista


Michelstaedter
Un genio poetico-filosofico che rifiutò l’inganno della civiltà
moderna

Letteratura "a nudo"
I corpi svestiti ci parlano, ma cosa ci dicono?


Nuovi fenomeni
Dialetti, anche astrusi, dilagano nelle pagine dei romanzi nazionali

Prestito bibliotecario
Il libro si prende, il diritto d’autore non si paga?

Marcel Proust
Pubblicate in Italia le memorie della governante Celeste Albaret

Letteratura e psicoanalisi
Ma l'inconscio nel testo non sarà un sintomo ideologico?

Letteratura e resistenza
Ripubblicato "Il Mondo è una prigione" di Petroni, libro bellissimo e denigrato

Ristampe e riletture
Palazzeschi, D'Annunzio, Bassani e Arpino, il Novecento antologizzato

Festival letterari
Per Rushdie sono inutili, meglio farsi due chiacchiere al bar

Senatori a vita
Fallaci, Pivano e Spaziani, c'è chi le candida per un seggio

Sergio Solmi
Un saggista e poeta nel solco del lirismo europeo

Solženicyn
Lo scrittore russo punta il dito contro la “degenerazione dell’umanesimo”

Magda Szabó
Quando l’Ungheria socialista era una “caserma felice”


Tendenze letterarie
Da Lia Levi a Yehoshua a Bajani il tema del lavoro è quasi una moda

Teorie critiche
Il postmoderno? È nato con Faulkner, ma adesso è defunto

Scrittori USA
Dall’apologia del plagio a uno Sherlock Holmes resuscitato


Jules Verne 1
Il centenario dell'inventore della letteratura di genere


Jules Verne 2
Un convegno di scienziati e scrittori sull’autore che sognò di andare sulla luna e al centro della terra

Siae
Reintegro del cda, ma chi sarà il nuovo Presidente?

Zanzotto
A colloquio con Nino Mura, vignaiolo e poeta contadino

L'Evidenziatore

(a cura di
Massimo Vecchi)


Notizie Mix

(a cura di
Massimo Vecchi)


In corso d'opera
Anticipazioni sulle prossime uscite editoriali



Marketing editoriale - I romanzi dell'anno? Escono a getto continuo

Le tendenze letterarie, che si manifestano con cadenza non infrequente, testimoniano di fermenti innovativi, di spinte sperimentali, di impeti rivoluzionari, che, emendati di qualche eccesso, costituiscono il principio attivo del progresso culturale. Non è questo il momento per tali salutari accadimenti. Più che altro si insinua e si diffonde per ogni dove, come una caligine soffocante, una dimensione culturale di basso profilo, solipsistica nell'approccio, superficiale nella costruzione, banale nelle conclusioni. A parte qualcuno che sale un gradino, per il resto si prova la sensazione di una mediocrità senza vie d'uscita. L'altra faccia di questo fenomeno è l'editoria. Qui non c'è spazio per giochi letterari, per fantasie, per introspezioni,


Giorgio Faletti

qui conta il soldo. Editoria senza editori, è stato osservato, dato che stanno via via scomparendo gli editori classici, quelli che cercavano di creare un'industria culturale e non un'industria editoriale. Oggi comandano i manager onniscienti per definizione, che vanno bene dirigere questo settore o quell'altro, in Fiat come in Rai, all'Enel o alla Mondadori, e questi sono d'altra pasta, fanno i conti, euro su euro, per chiudere alla fine un bilancio in attivo. La regola è quella del tutto e subito. L'utile ha da essere del 15 per cento e per ciascun titolo, senza compensazioni tra questo e quel libro del pacchetto prodotto nell'anno. Di qui, la fabbrica dei best seller, romanzoni del peso di 500 e più pagine all'insegna del thriller, del mistery, del sexy, del fantasy, dell'horror. All'americana, naturalmente.

Scriveva tempo fa Sergio Fanucci, capo della Fanucci Editore, che è fondamentale «il lavoro svolto quotidianamente da una serie di case editrici con un forte progetto editoriale, che non «privilegia il lettore occasionale rispetto a quello forte» ma anzi lo coinvolge, che non «crea personaggi più che scrittori» e lavora con essi per crescere insieme, che non «mortifica la produzione di lunga durata», ma anzi alimenta quella "di catalogo"(cito Giancarlo Ferretti)».

Sul tema interveniva Carla Benedetti sull'Espresso del 13 gennaio scorso sostenendo che l'editoria è impegnata unicamente a dare la caccia agli scrittori famosi per assicurarsi i loro manoscritti a suon di milioni d'anticipo, battendo la concorrenza in un rilancio a prezzi drogati. Il meccanismo, diceva la Benedetti, è questo: prendi un autore noto, affiancagli un bravo editor, fai uscire sui giornali recensioni iperboliche ed è fatta, il successo è garantito.

Però gli autori noti non sono poi molti e, per quanto si prodighino, hanno bisogno di un paio d'anni per scrivere un nuovo romanzo. I manager editoriali, visto che devono scannarsi per acchiapparne uno, rischiando il fallimento del loro gruppo, hanno partorito la furba trovata di moltiplicare la merce di marca. E dove questa tecnica di marketing poteva cominciare se non in America? Da qualche tempo a questa parte, tre anni o giù di lì, appena un giovane autore di qualche pregio si affaccia alla ribalta letteraria viene catturato dal manager del grosso editore, che lo lancia contemporaneamente sul mercato librario e nel firmamento letterario con slogan reboanti come «è nato il nuovo Melville», «ecco il romanzo del secolo», «una storia affascinante come Via col vento», «un vero capolavoro sulla scia di Truman Capote».

La moda ha contagiato anche l'Italia, ovviamente. I soggetti sono giovani, i prodotti scelti sono primizie, la parola passepartout è rivelazione. Non tutti sono esordienti, alcuni hanno già pubblicato qualche libro, ma lo sono per le caratteristiche del lancio. La loro non è un'uscita in libreria che già li terrebbe tremanti e trepidanti, il loro è un triplo salto mortale.  E infatti qualcuno si spezza il collo.

Qualche nome? Senza pretendere completezza statistica, si può citare, per l'anno passato, Giorgio Faletti, che con il suo giallo Io uccido (ed. Baldini Castoldi Dalai, € 13,00) ha dominato le classifiche dei più venduti e quest'anno ha raddoppiato il successo con Niente di vero tranne gli occhi (stesso editore, € 18,60). Suo primo estimatore, che lo definì «il più grande scrittore» d'Italia e dintorni, Antonio D'Orrico sul Magazine del Corriere della sera. Qualche mese fa è stato Alessandro Piperno (gran cerimoniere ancora D'Orrico) ad avere un fragoroso battage con la storia, ora divertente, ora graffiante, dei Sonnino, ricca famiglia ebrea romana, dal titolo Con le peggiori intenzioni (ed. Mondadori, € 17,00).

Poi, in successione sempre più ravvicinata, Piersandro Pallavicini, supporter Tullio Avoledo, che su Il Giornale etichetta come «il miglior romanzo italiano dell'anno» il suo Atomico dandy (ed. Feltrinelli, € 16,00), protagonista un quarantenne di successo, con una moglie splendida, che dirige un dipartimento universitario impegnato a studiare la possibilità di realizzare un rivoluzionario computer molecolare, di cui a un tratto si scopre abbia avuto da giovane, negli Anni Ottanta, una personalità opposta, squallida e torbida.

Angiola Codacci-Pisanelli sull'Espresso lancia alla grande Patrizia Bisi, autrice di Daimon (ed. Einaudi), un romanzo che ha per protagonista Diletta, una bambina dalla doppia personalità, genio musicale da una parte e mostro furioso dall'altra, che lotta contro la malattia e contro chi, per curarla, vuole normalizzarla.

Leonardo Colombati, afferma Luigi Mascheroni ne Il Giornale del 21 aprile, con il suo Perceber (ed. Sironi) non ha scritto il romanzo dell'anno, ha scritto «il romanzo del decennio, il decennio che è trascorso e quello che verrà» poiché nelle sue 500 pagine più 100 di note, glossari e citazioni, costate undici anni di lavoro all'autore, si raccontano 41 episodi realistici ambientati in diversi quartieri di Roma, tra gli altri quello del tram che a viale Trastevere investe un anziano tranciandogli la gamba destra. E a questi episodi si intersecano la cosmologia cabalistica e l'anatomia del corpo umano in un impasto narrativo ambizioso e difficile, in cui si mescolano riferimenti e richiami a personaggi storici e a classici della letteratura.

Pino Roveredo ha trovato un sostenitore eccellente in Claudio Magris, che ha scritto l'introduzione alla sua raccolta di racconti Mandami a dire… (ed. Bompiani, € 9,00), come si legge nel Corriere della sera del 15 aprile 2005. Roveredo non è un esordiente, ha già pubblicato romanzi e testi teatrali e il saggio di Magris ne tiene conto tracciando un entusiastico profilo letterario dello scrittore, tanto da dire che già nove anni fa con Capriole in salita Roveredo «è entrato di forza nella letteratura». Trasferendo sulla pagina il linguaggio delle dita con il quale si esprimevano i suoi genitori sordomuti, Roveredo, che ha conosciuto, scrive Magris, «il disordine, l'alcool, la brutale, ancorché brevissima, esperienza del carcere e dell'ospedale psichiatrico, la vita randagia ai margini della società», nei suoi racconti narra «le vite spezzate, i voli interrotti» di una folla di personaggi a cui fa vivere le violenze, le umiliazioni, «gli sbandamenti o le canagliate, ma anche il generoso e spavaldo coraggio con cui essi cercano di sfuggire alla morsa della vita, i sogni ingenui ma potenti che li portano aldilà dei confini del reale».

Altro caso quello di Umberto Contarello, raccomandato da Franco Marcoaldi su la Repubblica del 20 aprile scorso per il suo romanzo d'esordio messo in circolazione da Feltrinelli al prezzo di € 10,00, al quale ha dato, annota Marcoaldi, «un titolo semplice e azzeccato: Una questione di cuore; titolo che va letto in una duplice, anzi in una triplice accezione» perché la storia di Alberto, sceneggiatore cinematografico come l'autore, che conduce una vita fallimentare e all'improvviso è colpito da un brutto infarto, si conclude con «una triplice "questione di cuore": un uomo, che non ascoltava il proprio corpo e tantomeno i propri sentimenti è stato costretto a farlo quando il cuore gli è andato in pezzi e d'ora in avanti, forse, saprà interrompere la coatta frenesia che ha contraddistinto la sua esistenza». Di fronte a due scritture, quella dello sceneggiatore e quella del romanziere,  «Contarello esce vincente - osserva Marcoaldi - accompagnando a una prosa svelta, dialogica e visiva, come vuole la sua professione abituale, brevi monologhi interiori, descrizioni dei caratteri in campo, baluginanti riflessioni esistenziali».

Insomma, capolavori a raffica. A questo proposito va citato Paolo Di Stefano, che in un breve editoriale pubblicato nelle pagine culturali del Corriere della Sera del 9 aprile scorso se la prendeva tra l'annoiato e l'irritato con Tullio Avoledo che, come abbiamo ricordato, ha «battezzato il nuovo libro di Piersandro Pallavicini, Amico dandy, come il "miglior romanzo di quest'anno. E chiudeva la sua nota con le parole: «Pensavamo di poter stare tranquilli per il prossimo secolo dopo l'uscita del romanzo di Alessandro Piperno visto che molti ci avevano assicurato che la letteratura italiana non avrebbe saputo proporre niente di meglio fino al 2100 o giù di lì. Invece è passato appena un mesetto e arriva un romanzo ancora migliore. Un altro dandy dopo Piperno. Incredibile».

Ahimé, non è finita. Anzi, è ovvio, non finirà mai. Venerdì 20 maggio sul Corriere della sera Stefano Bucci pubblica un articolo, di spalla su 6 colonne a pag. 35, in cui tra occhiello, titolo e catenaccio si danno tre informazioni diverse per definire il multiforme impatto di un nuovo capolavoro della letteratura nostrana. Occhiello: «Il Riformista e Il manifesto incoronano La ragazza che non era lei. Il Foglio aveva esaltato invece Con le peggiori intenzioni». Titolo: «Contro Piperno la sinistra sceglie Pincio». Catenaccio, tra virgolette a indicare che si tratta di una citazione: «"La stella più lucente della narrativa italiana di oggi, un autore che è un maestro"». Sul Riformista il glorificatore di Tommaso Pincio, autore de La ragazza che non era lei, appena edito da Einaudi Sile Libero (pp. 308, € 14,80) è Gabriele Pedullà, mentre sul manifesto è Emanuele Trevi. Pedullà scrive tra l'altro che Pincio supera «ogni possibile ripiegamento intimista, la catalogazione normalizzante della letteratura in generi, la stanchezza di quelli che erano gli innovatori di un tempo, da Sebastiano Vassalli ad Antonio Tabucchi». Dal canto suo Trevi, riferisce Bucci, definisce lo scrittore «un vero maestro della gestione narrativa del "male oscuro" con tutto il suo sinistro corteggio di fallimenti e inibizioni».

Quanto ad Antonio D'Orrico questa volta lascia l'incenso nel cassetto e, sul Magazine del Corriere della sera, sferza ferocemente Tommaso Pincio (pseudonimo di Marco Colapietro) negandogli perfino il diritto di cittadinanza letteraria: «Qualcuno, meglio se un parente», suggerisce, dovrebbe comunicargli che «scrivere libri non fa per lui. Per il suo bene (e il nostro soprattutto)».

Il dibattito continua nelle pagine ospitali del Corriere della sera. A intervenire questa volta (25 maggio) è Filippo La Porta, intenzionato a dimostrare che Pincio e Piperno sono due facce della stessa medaglia, come sostiene il titolo del pezzo. A suo parere i due giovani autori sono «dotati di innegabile personalità stilistica», ma il vero problema è che i narratori italiani di oggi «sembrano i "giapponesi" della cultura mondiale, abilissimi a riprodurre e imitare qualsiasi prodotto sul mercato, di ieri e di oggi». Di Pincio dice che «si ispira a Pynchon» non per la somiglianza del nome ma perché ne «reinventa l'universo paranoico, mediato però con Warhol e la fantascienza terminale. Piperno sembra abitare in una Mitteleuropa capitolina ed è salutato volentieri come il simil-Proust». Tutto questo sarebbe sopportabile se la narrativa italiana riuscisse a «darci un sentimento del mondo», se riuscisse a «inventare un linguaggio sufficientemente personale capace di esprimere il caos dell'esperienza nella contemporaneità», ma La Porta sembra avere forti dubbi. Infine il critico sostiene che «Piperno, ispirandosi a un'epopea appena stravolta, conclude nel tono italianissimo della commedia» mentre Pincio «che muove da una straziante poeticità, tende a spettacolarizzare il tragico, a tradurlo nella leggenda metropolitana o nella frizzante rilettura dell'immaginario pop».

Cinque giorni dopo, sempre sul Corriere, Gabriele Pedullà risponde a La Porta, sostenendo che i casi di Piperno e Pincio sono «diametralmente opposti» e precisa: «Scrittore dal mestiere superiore al talento, Piperno è stato presentato come "il Philip Roth italiano" - formula con cui la Mondadori ha potuto venderlo a scatola chiusa alla scorsa Fiera di Francoforte». Invece tra Pincio e Pynchon, «nonostante o forse proprio a causa dello pseudonimo, non c'è nessun rapporto di filiazione stilistica». Ma poi Pedullà affronta una seconda questione aperta da La Porta «laddove denuncia i rischi di una Poetica Unica (pericolosa come il Racconto Unico e il Pensiero Unico) e prescrive "un sobrio e duttile empirismo"». Pedullà afferma che «ogni recensore, che lo ammetta o meno, ha la sua lista segreta di memos for the next millennium sul modello di quelli proposti da Calvino nelle Lezioni americane» e conclude dicendo che «se "fare i nomi" è sempre una buona regola del giornalismo culturale, lasciare che i lettori dei quotidiani conoscano i criteri sui quali, in quanto critici, fondiamo le nostre ripulse e le nostre adesioni, mi sembra un irrinunciabile principio di democrazia delle idee».

Sabato 28 maggio si fa avanti con un'intera pagina de Il Foglio, quotidiano in formato gigante, Alessandro Giuli, che in una decina di cartelle sonda, scava, confronta e giudica quelli che sembrano ormai configurarsi come i due esponenti più osannati delle nostre lettere e al tempo stesso le due figure politicamente più carismatiche del momento, nella simbologia della repubblica letteraria naturalmente. E, indagando, si schiera sia come critico che come politico. Su Piperno scrive che «noialtri lettori di massa, dunque qualunquisti per definizione e sospettati non a torto di tendenze destrorse» siamo rimasti «afflitti da troppa bravura, così cerebralmente sfacciata, calcolata, sovrappeso e irrimediabilmente fredda. Accademica». Del romanzo di Pincio invece pensa che sia «una formidabile storia americana allucinata psichedelica felicemente sconclusionata, fatta di polvere merda sesso violenza alienazione fuga e formule matematiche». Guardando a tutto quello che c'è nel romanzo di Pincio, Giuli osserva che quelli fra noi che «la cultura beat poi svaccata nel fenomeno hippy l'hanno appresa nelle traduzioni di Fernanda Pivano ma poi di lì si sono intestarditi» e «passando magari per Mircea Eliade, Elemire Zolla o Julius Evola» hanno compreso che «quell'originaria filosofia on the road fu un interessantissimo tentativo di reagire al nichilismo della materia con il disordine dello spirito mal coltivato».

L'inflazione di capolavori promette di continuare. Il seguito al prossimo numero.

Massimo Vecchi

                                                            

Direttore Responsabile
Marco Palladini

Comitato di redazione
Tiziana Colusso, Massimo Giannotta
Alberto Scarponi, Massimo Vecchi

Segretaria di redazione
Maria Vasaturo
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