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Nel
1905 sono accadute parecchie cose in Europa, fra esse la nascita
di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron in Francia. I due,
oltre a questa casuale coincidenza, ebbero in comune gli anni d'università.
Furono amici, poi si divisero per diventare divergenti personalità
culturali di rilievo, ciascuno a suo modo. La Francia, che ha la
sana abitudine di celebrare i propri intellettuali, ne ricorda ora
la nascita, a un secolo di distanza, con rispettivi convegni ed
eventi. È molto, ma è tutto. Analogamente qui da noi, domenica 13
febbraio Il Sole-24 Ore, in una rubrica intitolata
sobriamente «Personaggi»,
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Jean-Paul
Sartre
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ha collocato alcuni pezzi d'occasione di Giuseppe Bedeschi,
Giuseppe Scaraffia, Goffredo Fofi, Armando Massarenti
e un'intervista al biografo di Camus e Malraux, oltre che ex direttore
dell'Express, Olivier Todd, accostando i nomi di Sartre
e di Aron quasi solo come trovata giornalistica.
Trovata
che incontrava però un tentativo della cultura politica di destra
di elaborare un proprio ammodernamento con l'uscita in volume dei
materiali di un convegno del 2003, organizzato da Ideazione,
su Raymond Aron, volume lanciato tramite il Giornale, che
il 18 febbraio ne ha anticipato uno dei testi, quello del Presidente
del Senato Marcello Pera. Ecco allora che a Pierluigi
Battista scatta l'idea d'inventare un derby ideologico Aron-Sartre
e, sul Corriere della Sera, il 6 marzo fischia l'inizio della
partita («Per Aron, che aveva ragione, poche e svogliate commemorazioni.
Per Sartre, che aveva torto, il piedistallo della leggenda postuma»)
sulla base di un calembour (Aron «ha avuto il torto di aver
ragione nei tempi sbagliati») che è una malignità da arbasiniana
«signora mia» e che, con la sua giocosità verbale (le «signore mie»
in salotto sono argute di parola), ha fatto reagire, magari sollecitata
(uno immagina) da telefonate redazionali, mezza intellettualità
italiana: Angelo Panebianco (due volte), Biagio de Giovanni,
Giorgio Montefoschi, Piero Melograni, Renzo Paris,
Sergio Luzzatto, Vittorio Strada e Enzo Di Mauro sul Corriere
della Sera, Bruno Gravagnuolo, Beppe Sebaste, Marco Dolcetta,
Bruno Bongiovanni e il francese
François Noudelmann su l'Unità, Claudio
Tognonato su il manifesto, Angelo Ascoli su il
Giornale, Domenico Quirico (due volte) su La Stampa, Lanfranco Pace su Il Foglio, infine
Alberto Arbasino su la Repubblica. Qualcuno per Aron,
qualcun altro per Sartre. In realtà tutti (quasi tutti) ad affermare
che oggi la propria scelta politica è (più o meno)
giusta. Soprattutto quelli che hanno abbandonato la scelta di prima
(come se bisognasse giustificarsi e non fosse legittimo cambiare
idea, sempre ma tanto più in tempi proclamati post-ideologici).
Nessuno (quasi nessuno) invece
a cercare di capire chi siano stati quei due davvero, nel loro sforzo
di intendere il proprio tempo e di agirvi dentro.
Un'impressionante
vuotezza d'impostazione: che significa aver torto nella battaglia
delle idee? Propriamente nulla. Dipende da come, quando, perché
una frase viene detta. In verità, hanno sempre tutti ragione (dal
proprio punto di vista). Dice: ma la storia ha dato ragione al liberalismo
di Aron e torto al comunismo di Sartre (in fondo si tratta sempre
di questa berlusconiana semplicità mediatica). Paradossalmente la
mossa giornalistica di Battista riduce Aron a un banale "liberale"
ideologico? Ma allora la sua "civiltà industriale" come
convergenza dei due sistemi era un trucco? E anche la sua
notoria stima verso Marx scienziato della società presente?
E pure il suo anti-ideologico senso della concretezza fattuale?
(Leggere, per credere, le interviste di Arbasino sulla Repubblica
del 30 marzo e di Dolcetta sull'Unità del 13 marzo). Se fosse
così, avremmo un piccolo "liberale" che giustamente scomparirebbe
davanti a Sartre grande pensatore della "libertà"(«la
nostra libertà attuale non è nient'altro che la scelta della lotta
per divenire liberi»), un pensatore intransigente che usa il comunismo
stalinista o il maoismo o altro ancora ai fini della sua lotta per
la libertà dell'uomo. E dire, come fa Luzzatto (sul Corriere
del 13 marzo), che Sartre fu un pensatore antidemocratico, è impreciso;
bisogna puntualizzare se fu contro la democrazia (borghese, allora
si precisava così) considerandola un troppo, da reazionario, o un
troppo poco, da libertario.
È
che banalizzare non produce pensiero. Dev'essersene accorto anche
Panebianco, il quale, dopo aver dato retta a Battista nell'immediato
(il 7 marzo) lasciandosi andare con nonchalance alla contumelia
fine (gli intellettuali sono illiberali per natura e perciò odiano
l'America), poiché è intelligente s'è accorto della trappola ed
è tornato (il 20 marzo) a precisare - crediamo concludendo - che
è meglio pensare piuttosto che scadere.
(Alberto Scarponi)
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