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Divampa
nei media nostrani, a partire da un intervento di Carla Benedetti
sull'Espresso intitolato "Genocidio culturale", la discussione
sul tema del rapporto tra mercato editoriale e critica. Benedetti,
già autrice del volume Il tradimento dei critici, accusa
questi ultimi di non occuparsi, per snobismo, disattenzione o cecità,
dei bestseller tipo Io uccido di Faletti che dominano le classifiche
del mercato letterario. Con ciò venendo meno
a un compito di analisi e di orientamento e di contravveleno culturale,
laddove quella che un tempo era letteratura popolare
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Edoardo
Sanguineti
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e di genere di buona fattura si è tramutata in prodotti di
intrattenimento "di plastica" e aggressivamente populistici.
Secondo Benedetti oggi le residue isole di intelligenza critica militante
si annidano nella Rete, si possono scovare nelle pieghe di internet,
tra blog e riviste telematiche. Sembra darle ragione Edoardo Sanguineti
che richiama la lezione di Gramsci sull'attenzione al nazional-popolare,
affermando che oggi il teorico comunista si sarebbe occupato persino
del "caso Lecciso" e in ogni caso richiama la critica a
un lavoro di comprensione e conoscenza: "Più che dire
"attenzione questo non è un capolavoro", bisogna
capire, e spiegare, perché la gente lo compra, quale ideologia
veicola, che cosa significa il fatto che molti bestseller siano fatti
in serie". Se Loredana Lipperini ammonisce a non demonizzare
i prodotti di massa affermando "Penso che si possa capire assai
più su Mozart guardando Amadeus (il film) che leggendo Paolo
Isotta", Giancarlo Ferretti mette sotto accusa il sistema editoriale:
"Una volta uno scrittore Einaudi era diverso da un autore Mondadori,
oggi non c'è differenza. C'è una "vischiosità"
generalizzata, un nomadismo editoriale che riguarda gli autori, ma
anche i manager
è il segno di debolezza di un'editoria
che privilegia il lettore occasionale rispetto a quello forte, che
crea personaggi più che scrittori, che mortifica la produzione
di lunga durata, di catalogo". Per Sebastiano Vassalli la critica
letteraria in Italia, come visione filosofico-culturale del mondo,
è addirittura morta già con Benedetto Croce, mentre
si sono moltiplicati i critici che "vanno dove li porta il cuore
e nei casi peggiori, che sono poi i più numerosi, parlano di
se stessi". Secondo Giulio Ferroni (e anche Giuseppe Conte) la
caduta delle distinzioni tra letteratura alta e bassa, il profondo
nichilismo che discende dal trionfo della cultura di massa sono anche
il frutto avvelenato "dell'onda lunga delle neoavanguardie, che,
nella loro negazione della tradizione hanno
percorso la strada
dell'oscurità e del rifiuto della comunicazione, e poi
preteso di far piazza pulita di una letteratura rivolta a dire delle
"cose", a interrogare riconoscibili esperienze". Non
è chiaramente d'accordo Alberto Arbasino che osserva ironicamente:
"Si può notare che sia il trip dell'oscurità sia
il trionfo del trash si sono contemporaneamente prodotti - nel boom
globale dei consumi - anche nelle altre culture prive di ogni neoavanguardia,
ermetismo, contestazione o Gramsci". La discussione resta aperta,
ma intanto il "genocidio", se ha ragione Benedetti, avanza. |
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