Gli anni ’70 come ossessione generazionale e metafora “poetiko-politika”.
Gli anni ’70 come luogo storico-culturale dal pulsante “cuore
di tenebra”, ancora largamente inesplorato, malamente ricordato,
turgido di contraddizioni estreme (e di insorgenze e velleità
estremiste). Gli anni ’70 ripensati attraverso due scrittori
in apparenza lontanissimi e inconfrontabili, sottotraccia
in verità contigui e complementari proprio in virtù delle
loro anfibologiche “diversità”.
Il primo molto famoso, praticamente una icona della scena
letteraria italica di fine secolo: Pier
Vittorio Tondelli, padano-emiliano nato a Correggio nel
1955 e morto a soli 36 anni nel 1991. Il secondo praticamente
sconosciuto, oggetto di un piccolo culto underground da parte
di una ristretta cerchia di sodali ed amici: il siciliano
Nino Gennaro, nato
a Corleone nel 1948, morto quarantasettenne a Palermo nel
settembre 1995. Ambedue omosessuali, ambedue uccisi dall’Aids,
la peste sexuale (avrebbe detto Gennaro) del Novecento postremo.
L’occasione per parlarne è l’uscita pressocché contemporanea
di due libri. Pier - Tondelli
e la generazione di Enrico
Palandri, edito da Laterza ( € 9 ) e Teatro
Madre di Nino Gennaro, curato da Massimo Verdastro (Editoria
& Spettacolo, € 10). Palandri, in sostanza, “usa” Tondelli
per parlare anche molto di se stesso, per tentare di tracciare
un bilancio generazionale dei ragazzi del ’77 bolognese, per
confrontare le rispettive parabole letterarie, per almanaccare
sulle reciproche e distinte vocazioni “eretiche” e di fuga,
simulando un fittizio dialogo (fittizio perché “Pier”, il morto, non può replicare alle molte, opinabili
asserzioni palandriane).
Anche Massimo Verdastro in un certo senso “vampirizza” Gennaro,
ma lui non è un letterato, è un attore e regista che nel corso
degli anni ’90 ha messo in scena ben cinque testi poetico-teatrali
di Gennaro, lo ha fatto “vivere” artisticamente, lo ha strappato
a un destino di totale oblio e, adesso, con questo volume
ci consente per la prima volta di poter leggere in una forma
editorialmente accettabile gli scritti più significativi di
Nino: Una divina di Palermo, La via del sexo, Rosso Liberty, Teatro Madre,
Un canto lungo un giorno
e libretto gioiattiva risorsa spirituale.
Ma in che senso i due risultano esplicativi, paradigmatici
delle pulsioni tumultuose degli anni ’70? Il punto di partenza,
lo rileva Palandri, ed è inoppugnabile, è che i “fuoriusciti”,
gli “scaturiti” dagli anni ’70 appartengono a una generazione
di sconfitti, ad una generazione che ha perso la scommessa
di una palingenesi politica, che ha conosciuto l’involuzione
entropica dei movimenti di lotta generati dal ’68 e l’avvitarsi
delle tensioni utopiche nelle spirali senza sbocco dello scontro
armato.
Nel suo libro d’esordio, Altri libertini (1980), Tondelli coglie la deriva post-politica della
movimentazione giovanile, la fuga nella droga pesante, i disastri
psico-esistenziali, lo sbandamento sessual-emotivo, ma non
gli sfuggono i risvolti di leggerezza, le spinte creative
artistiche e musicali, le svisature ironico-demenziali, i
sogni e bisogni libertarî che percorrono in parallelo gli
anni ’70. Non a caso nel decennio successivo Tondelli diventerà
(vedasi Un weekend postmoderno, 1990) il chroniqueur privilegiato e ispirato della
scena giovanile “avanzata”, dalla discoteca al teatro, dai
concerti alla moda, dai fumetti ai video, dalle performance
alle arti visive. Non a caso, lo rimarca Palandri, il mito
di Tondelli come guru e guida spiritual-kulturale della sua
generazione pesca i suoi fans essenzialmente nei lettori delle
riviste patinate e trendy
che ospitavano i suoi articoli, fans che soltanto in un secondo,
posteriore momento si avvicinavano ai suoi romanzi.
In sintesi, Tondelli ha incarnato degli anni ’70 l’anima
mondana, traducendo l’istinto di socialità, che prima si sfogava
quasi coattamente nella militanza politica, in un vitalismo
anche modaiolo, ma sempre aperto, pervasivo, generoso, come
dimostra il suo farsi mallevadore editoriale di tanti giovani
scrittori. Una generosità incrociata con la mondanità che
conduce Tondelli nel 1988
a fondare una rivista cultural-chic
come Panta, assieme
a Elisabetta Rasy ed Alain Elkann, due salottieri della letteratura
che, a tutta prima, nulla c’entrano con lui e con il suo percorso
intellettuale. Eppure è qui che si rivela la vocazione mondana
e surmoderna di Tondelli, di andare a raffrontarsi con i non-simili,
con i decisamente diversi da lui, anche a costo di confondersi
e di rischiare di stravolgere i propri specifici connotati.
Insomma, Tondelli sembra voler sfuggire all’ombra lunga dell’ideologismo
degli anni ’70, facendo pratica di anti-settarismo e di tolleranza.
Al polo opposto Nino Gennaro, raggiante poeta di vita, non
si confonde, non si contamina, permane forte e intatta nel
tempo la sua istanza anti-borghese e anti-mondana. Gennaro
semmai si trasmuta nello spirito, il suo cambiamento passa
per una maturazione interiore che da un lato gli fa riannodare
e riapprezzare le sue radici familiari e contadine, e dall’altro
lato ne dischiude la sensibilità filosofico-religiosa, e lo
porta col progredire della sua malattia a una percezione della
vita scheggiata di visioni cosmico-sacrali, ma anche pregna
di una semplicità dell’essere e dell’esserci delle cose che
reclama la purezza di cuore di una decisa prassi di “gioiattiva”.
Ma, si badi, ciò non comporta alcun ritorno in seno alla Chiesa.
Mentre, sembra, che Tondelli nell’ultimo periodo della sua
esistenza si sia riconvertito alla fede cattolica, la svolta
(chiamiamola così) simil-gnostica e para-mistica di Gennaro
lievita nel tempo mescolando suggestioni buddhistiche-sufistiche
e vibrazioni teo-cristiche del tutto a-confessionali, sono
lampi di poesia dove brillano, m’è già occorso di notare,
«stille di saggezza orientale riverberate di solarità mediterranea».
Perché, per quanto abbia compiuto un lungo periplo di vita
“taking a walk on the wild and dark side”, Gennaro era un
uomo del profondo sud pervaso di luce solare, ossia affamato
di affetto, di bisogno di calore e comunità, al punto da avere
costituito intorno a sé una sorta di splendida famiglia alternativa.
La sua scrittura era un fiume selvaggio, ribelle a ogni canone
e ad ogni regola, un fiume impetuoso che erompeva nelle centinaia
di quaderni e bloc-notes redatti a mano con pennarelli versicolori
e diffusi tra amici e conoscenti. Coraggioso protagonista,
fin da ragazzo, nel suo paese natale (Corleone è il paese
di Totò Riina, tanto per capirci), di temerarie battaglie
anti-mafiose, Gennaro incarna degli anni ’70 l’indomita anima
combattente e, insieme, pedagogica. Gorgoglia nella sua scrittura,
battente e baroccheggiante, il grido rauco di chi vuole dire
la “sua” verità, di chi vuole scuotere il prossimo, di chi
vuole far capire agli altri che cambiare la propria vita è
l’unica, autentica rivoluzione.
La sua scrittura in sostanza fa tutt’uno con la sua vita,
è il sismografo delle sue passioni e delle sue idiosincrasie,
delle sue scorribande omoerotiche e delle sue scontorsioni
etiche ed estetiche, è la verbalizzazione in atto e in sussultante
corso della sua vicenda personale, sempre dentro ad un cortocircuito
pubblico-privato, dove si riconoscono le stigmate fondanti
del movimentismo anni ’70. Sotto questo profilo, è lecito
affermare che Gennaro non ha mai tradito l’animus
profondo del decennio ’70, un bisogno in fondo para-religioso
di “comunismo” come desiderio di innovare i parametri comunitari
del vivere, come richiesta di trasformazione antropologico-culturale,
richiesta per nulla trans-politica, bensì politica in senso
forte, alto, idealmente motivante, ciò che oggi appare arduo
persino concepire.
Come autore di una vita diversa, non soltanto dal punto di
vista sessuale, ma per le sue scelte esistenziali-quotidiane,
per il suo impegno con gli altri a farsi latore e attore di
cangiante umanità, Gennaro va riconosciuto come scrittore
“politico”, che dal fortilizio della sua marginalità, del
suo “non-successo” ha saputo restare sino in fondo un “anti-sistema”.
E, forse, nel suo piccolo, tramutare la sindrome generale
da sconfitta in individuale e contagiosa energia vincente.
Dal suo canto, l’eretico-perdente di (immediato) successo
Tondelli ha provato ad usare il sistema almeno tanto quanto
il sistema ha inglobato e usato lui. Ma pur vincendo sul piano
della fama, e pur operando complessivamente con indubbia intelligenza
culturale, il romanziere di Correggio non ha vinto sul piano
dei valori, delle problematiche anni ’70 che si agitavano
nel sottofondo dei suoi libri. La generazione letteraria che
ha tenuto a battesimo è andata da tutt’altra parte e il suo
esempio non ha avuto seguito, né ha trovato eredi. Il mito
tondelliano, di cui parla Palandri, si rivela infine un mito
sterile. E Tondelli è per me l’emblema dei figli degli anni
’70, decantati e/o disincantati, che non tanto hanno perso,
ma che via via si sono persi, hanno smarrito molto, se non
il meglio di sé.
Gennaro, invece, il meglio di sé ha saputo con inestinguibile
vitalità, anche nella morte, rattenerlo e donarlo agli altri.
Se c’era un sogno di vera purezza negli anni ’70, pur attraversando
montagne di merda e di spazzatura, in Gennaro questo sogno
non si è mai estinto. Ha saputo da genuino poeta sognarlo,
anche per noi, sino alla fine. Anzi, oltre la fine.
Marco Palladini