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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

P.V Tondelli e N.Gennaro


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A trent'anni dalla morte resta la parabola ambigua di un poeta sostanzialmente patetico e viscerale
(M.Lunetta)

Pasolini 2
Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

(A.Tricomi)

Gli anni ’70 ripensati attraverso la diversità di due scrittori dai profili opposti e complementari 

Pier Vittorio TondelliGli anni ’70 come ossessione generazionale e metafora “poetiko-politika”. Gli anni ’70 come luogo storico-culturale dal pulsante “cuore di tenebra”, ancora largamente inesplorato, malamente ricordato, turgido di contraddizioni estreme (e di insorgenze e velleità estremiste). Gli anni ’70 ripensati attraverso due scrittori in apparenza lontanissimi e inconfrontabili, sottotraccia in verità contigui e complementari proprio in virtù delle loro anfibologiche “diversità”.

Il primo molto famoso, praticamente una icona della scena letteraria italica di fine secolo: Pier Vittorio Tondelli, padano-emiliano nato a Correggio nel 1955 e morto a soli 36 anni nel 1991. Il secondo praticamente sconosciuto, oggetto di un piccolo culto underground da parte di una ristretta cerchia di sodali ed amici: il siciliano Nino Gennaro, nato a Corleone nel 1948, morto quarantasettenne a Palermo nel settembre 1995. Ambedue omosessuali, ambedue uccisi dall’Aids, la peste sexuale (avrebbe detto Gennaro) del Novecento postremo.

L’occasione per parlarne è l’uscita pressocché contemporanea di due libri. Pier - Tondelli e la generazione di Enrico Palandri, edito da Laterza ( € 9 ) e Teatro Madre di Nino Gennaro, curato da Massimo Verdastro (Editoria & Spettacolo, € 10). Palandri, in sostanza, “usa” Tondelli per parlare anche molto di se stesso, per tentare di tracciare un bilancio generazionale dei ragazzi del ’77 bolognese, per confrontare le rispettive parabole letterarie, per almanaccare sulle reciproche e distinte vocazioni “eretiche” e di fuga, simulando un fittizio dialogo (fittizio perché “Pier”, il morto, non può replicare alle molte, opinabili asserzioni palandriane).

Anche Massimo Verdastro in un certo senso “vampirizza” Gennaro, ma lui non è un letterato, è un attore e regista che nel corso degli anni ’90 ha messo in scena ben cinque testi poetico-teatrali di Gennaro, lo ha fatto “vivere” artisticamente, lo ha strappato a un destino di totale oblio e, adesso, con questo volume ci consente per la prima volta di poter leggere in una forma editorialmente accettabile gli scritti più significativi di Nino: Una divina di Palermo, La via del sexo, Rosso Liberty, Teatro Madre, Un canto lungo un giorno e libretto gioiattiva risorsa spirituale.

Ma in che senso i due risultano esplicativi, paradigmatici delle pulsioni tumultuose degli anni ’70? Il punto di partenza, lo rileva Palandri, ed è inoppugnabile, è che i “fuoriusciti”, gli “scaturiti” dagli anni ’70 appartengono a una generazione di sconfitti, ad una generazione che ha perso la scommessa di una palingenesi politica, che ha conosciuto l’involuzione entropica dei movimenti di lotta generati dal ’68 e l’avvitarsi delle tensioni utopiche nelle spirali senza sbocco dello scontro armato.

Nel suo libro d’esordio, Altri libertini (1980), Tondelli coglie la deriva post-politica della movimentazione giovanile, la fuga nella droga pesante, i disastri psico-esistenziali, lo sbandamento sessual-emotivo, ma non gli sfuggono i risvolti di leggerezza, le spinte creative artistiche e musicali, le svisature ironico-demenziali, i sogni e bisogni libertarî che percorrono in parallelo gli anni ’70. Non a caso nel decennio successivo Tondelli diventerà (vedasi Un weekend postmoderno, 1990) il chroniqueur privilegiato e ispirato della scena giovanile “avanzata”, dalla discoteca al teatro, dai concerti alla moda, dai fumetti ai video, dalle performance alle arti visive. Non a caso, lo rimarca Palandri, il mito di Tondelli come guru e guida spiritual-kulturale della sua generazione pesca i suoi fans essenzialmente nei lettori delle riviste patinate e trendy che ospitavano i suoi articoli, fans che soltanto in un secondo, posteriore momento si avvicinavano ai suoi romanzi.

In sintesi, Tondelli ha incarnato degli anni ’70 l’anima mondana, traducendo l’istinto di socialità, che prima si sfogava quasi coattamente nella militanza politica, in un vitalismo anche modaiolo, ma sempre aperto, pervasivo, generoso, come dimostra il suo farsi mallevadore editoriale di tanti giovani scrittori. Una generosità incrociata con la mondanità che conduce Tondelli nel 1988 a fondare una rivista cultural-chic come Panta, assieme a Elisabetta Rasy ed Alain Elkann, due salottieri della letteratura che, a tutta prima, nulla c’entrano con lui e con il suo percorso intellettuale. Eppure è qui che si rivela la vocazione mondana e surmoderna di Tondelli, di andare a raffrontarsi con i non-simili, con i decisamente diversi da lui, anche a costo di confondersi e di rischiare di stravolgere i propri specifici connotati. Insomma, Tondelli sembra voler sfuggire all’ombra lunga dell’ideologismo degli anni ’70, facendo pratica di anti-settarismo e di tolleranza.  

Al polo opposto Nino Gennaro, raggiante poeta di vita, non si confonde, non si contamina, permane forte e intatta nel tempo la sua istanza anti-borghese e anti-mondana. Gennaro semmai si trasmuta nello spirito, il suo cambiamento passa per una maturazione interiore che da un lato gli fa riannodare e riapprezzare le sue radici familiari e contadine, e dall’altro lato ne dischiude la sensibilità filosofico-religiosa, e lo porta col progredire della sua malattia a una percezione della vita scheggiata di visioni cosmico-sacrali, ma anche pregna di una semplicità dell’essere e dell’esserci delle cose che reclama la purezza di cuore di una decisa prassi di “gioiattiva”. Ma, si badi, ciò non comporta alcun ritorno in seno alla Chiesa. Mentre, sembra, che Tondelli nell’ultimo periodo della sua esistenza si sia riconvertito alla fede cattolica, la svolta (chiamiamola così) simil-gnostica e para-mistica di Gennaro lievita nel tempo mescolando suggestioni buddhistiche-sufistiche e vibrazioni teo-cristiche del tutto a-confessionali, sono lampi di poesia dove brillano, m’è già occorso di notare, «stille di saggezza orientale riverberate di solarità mediterranea».

Perché, per quanto abbia compiuto un lungo periplo di vita “taking a walk on the wild and dark side”, Gennaro era un uomo del profondo sud pervaso di luce solare, ossia affamato di affetto, di bisogno di calore e comunità, al punto da avere costituito intorno a sé una sorta di splendida famiglia alternativa. La sua scrittura era un fiume selvaggio, ribelle a ogni canone e ad ogni regola, un fiume impetuoso che erompeva nelle centinaia di quaderni e bloc-notes redatti a mano con pennarelli versicolori e diffusi tra amici e conoscenti. Coraggioso protagonista, fin da ragazzo, nel suo paese natale (Corleone è il paese di Totò Riina, tanto per capirci), di temerarie battaglie anti-mafiose, Gennaro incarna degli anni ’70 l’indomita anima combattente e, insieme, pedagogica. Gorgoglia nella sua scrittura, battente e baroccheggiante, il grido rauco di chi vuole dire la “sua” verità, di chi vuole scuotere il prossimo, di chi vuole far capire agli altri che cambiare la propria vita è l’unica, autentica rivoluzione.

La sua scrittura in sostanza fa tutt’uno con la sua vita, è il sismografo delle sue passioni e delle sue idiosincrasie, delle sue scorribande omoerotiche e delle sue scontorsioni etiche ed estetiche, è la verbalizzazione in atto e in sussultante corso della sua vicenda personale, sempre dentro ad un cortocircuito pubblico-privato, dove si riconoscono le stigmate fondanti del movimentismo anni ’70. Sotto questo profilo, è lecito affermare che Gennaro non ha mai tradito l’animus profondo del decennio ’70, un bisogno in fondo para-religioso di “comunismo” come desiderio di innovare i parametri comunitari del vivere, come richiesta di trasformazione antropologico-culturale, richiesta per nulla trans-politica, bensì politica in senso forte, alto, idealmente motivante, ciò che oggi appare arduo persino concepire.

Come autore di una vita diversa, non soltanto dal punto di vista sessuale, ma per le sue scelte esistenziali-quotidiane, per il suo impegno con gli altri a farsi latore e attore di cangiante umanità, Gennaro va riconosciuto come scrittore “politico”, che dal fortilizio della sua marginalità, del suo “non-successo” ha saputo restare sino in fondo un “anti-sistema”. E, forse, nel suo piccolo, tramutare la sindrome generale da sconfitta in individuale e contagiosa energia vincente.

Dal suo canto, l’eretico-perdente di (immediato) successo Tondelli ha provato ad usare il sistema almeno tanto quanto il sistema ha inglobato e usato lui. Ma pur vincendo sul piano della fama, e pur operando complessivamente con indubbia intelligenza culturale, il romanziere di Correggio non ha vinto sul piano dei valori, delle problematiche anni ’70 che si agitavano nel sottofondo dei suoi libri. La generazione letteraria che ha tenuto a battesimo è andata da tutt’altra parte e il suo esempio non ha avuto seguito, né ha trovato eredi. Il mito tondelliano, di cui parla Palandri, si rivela infine un mito sterile. E Tondelli è per me l’emblema dei figli degli anni ’70, decantati e/o disincantati, che non tanto hanno perso, ma che via via si sono persi, hanno smarrito molto, se non il meglio di sé.

Gennaro, invece, il meglio di sé ha saputo con inestinguibile vitalità, anche nella morte, rattenerlo e donarlo agli altri. Se c’era un sogno di vera purezza negli anni ’70, pur attraversando montagne di merda e di spazzatura, in Gennaro questo sogno non si è mai estinto. Ha saputo da genuino poeta sognarlo, anche per noi, sino alla fine. Anzi, oltre la fine.

                                                                                                                                                                                            Marco Palladini