Leggendo nell’articolo di Emanuele Buzzi sul Corriere, dell’intervista apparsa
sul New York Review
of Books, in cui il premio Nobel 2001 Vidiadhar S. Naipaul, britannico di Trinidad, denuncia
il declino del genere romanzo, ci siamo sentiti irresistibilmente
risucchiati dalla noia, che è diventata inevitabilmente senso
di fastidio, quando abbiamo appreso che questa posizione,
francamente già sentita e risentita, ha perfino suscitato
una polemica.
Naipaul aveva dichiarato «Se tu scrivi un romanzo
ti siedi da solo e costruisci un po’ di narrativa. Va bene,
ma è senza importanza», teorizzando la “superiorità” del saggio
giornalistico in risposta al bisogno di concretezza e per comprendere meglio
rilevanti temi di attualità. Una provocazione,
come osserva Buzzi, in cui era facile cadere, come puntualmente
è accaduto, con un intervento di McInerney,
che dal Guardian
ha tuonato di considerare il romanzo invece insostituibile
per «capire come ci sentiamo ora e come viviamo», paragonando
Naipaul nientedimeno a Tolstoj,
seppur definito «l’eccentrico e sclerotico polemista».
La faccenda
potrebbe perfino non essere commentata, ma visto che c’è sempre
qualcuno che vuole pesare la letteratura con la bilancia utilitaristica
e che qualcun altro che gli risponde scandalizzato, ci pare
giustificabile, invece di argomentare su ciò che serve o non
serve, ricordare sommessamente che queste storie le abbiamo
già sentite e cercare educatamente di nascondere un inevitabile
sbadiglio.
Poiché siamo maliziosi, ci ha sfiorato anche il sospetto che questa
cosiddetta polemica sia stata costruita a tavolino. Dobbiamo
confessare che, se così fosse, ci saremmo aspettati qualcosa
di più da due autorevoli creativi.
M.G.