Due romanzi in questi mesi hanno attratto l'attenzione dei
lettori in Italia. Irragionevolmente le ragioni del marketing
hanno voluto però assumere davanti ad essi panni ideologici,
catalogando l'uno come di destra e l'altro come di
sinistra. Di fatto, non è stato null'altro che un gioco
di società, lo strascico cioè di quel gioco inventato dall'autoironia
della sinistra quando anni fa cominciò a percepirsi non
più come religione, neppure solo intellettuale, ma solo
come umano discorso sulle cose, le parole e i desideri di
questo mondo presente e sulle rispettive loro durezze. La
cultura di sinistra non era attrezzata alla bisogna, pensò
di aggiornarsi buttandola postmodernamente sullo scherzo
e giocondamente attribuendo a questo o quel comportamento,
a questa o quella moda il marchio cultural-politico di destra
o di sinistra. L'onnivora economia del marketing ne utilizza
ora, con minore leggerezza, la materia ai propri fini commerciali,
ma si tratta solo di mercato (con qualche effetto naturalmente
anche nel campo della cultura, ad esempio gli accenni di
nascita di lobbies letterariamente un po' gratuite). Dal
punto di vista della letteratura si può commentare: tutto
fa brodo.
Dal più comprensivo punto di vista della cultura si può dire
inoltre, con sguardo interessato, che anche tali mosse pubblicitario-politiche
sembrano indicare l'inizio auspicato di un periodo di riflessione.
In ogni modo, ne sono un segno chiaro i due romanzi di cui
si tratta. Sono ambedue scritti con bravura e si fanno leggere
con piacere, ma poi ambedue posseggono quel quid, quella
sentita necessità di dire qualcosa d'importante per gli
altri, che fa di un racconto anche un fatto letterario.
Ciascuno a suo modo e ciascuno con le proprie idee, intensità,
urgenze, prospettive, ci narra il punto zero a cui siamo,
e guardano indietro, con occhio lucido, per capire.
Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, Mondadori,
2005, pp. 310.
L'angolazione narrativa delle «peggiori intenzioni» di Piperno
è quella di chi, alla fine di una lunga adolescenza,
una delle lunghe adolescenze dei nostri giorni, ha voglia
di raccontare finalmente tutto, di mettere in piazza
ogni cosa, in una sorta di pornografia interminabile e onnicomprensiva:
dalle intenzioni, le tecniche, le strategie, ai particolari
minuti, come appunto intendono La
Verità, la comprensione delle cose, gli
adolescenti. Questo considerare a posteriori il proprio
processo di formazione, in cui inevitabilmente consiste
il racconto, ha la qualità però di scoprirsi sintesi allegorica
forse perfino del Ventesimo Secolo, in ogni caso esplicitamente
dell'«ottimistico clamore della fine del Ventesimo Secolo,
il mio Secolo», cioè del tempo in cui si voleva «vivere
al massimo», gli anni della Guerra Fredda, al termine dei
quali, «nel pieno dello stramaledetto Millenovecentottantanove»,
i protagonisti si sentono «come divelti calcinacci del Muro
di Berlino».
L'ambiente è la
Roma pariolina, ebraica
e no, la Roma
dei parvenus alto-borghesi. Una borghesia né buona né cattiva,
semplicemente il mondo per intero dove il bambino e poi
il ragazzo Daniel Sonnino deve imparare a vivere fra i due
modelli umani dell'epoca: quello vitalistico, felliniano,
del nonno Bepy Sonnino e quello calcolativo ed estetico
di Nanni Cittadini, nonno di Gaia, da lui amata. Ma non
si tratta per nulla di un mondo di libertà, dove la ricchezza
economica apra spazio al libero uso della vita. Neppure
i nipoti, cui la ricchezza arriva come un dato scontato,
privo di ricordi ansiogeni, sanno liberarsi dall'ansia che
deriva dal potere sociale gerarchizzante di un oggetto posseduto,
di una possibilità attuata, in un determinato momento. La
figura che più emblematicamente incarna l'apprendimento
di questo aspetto dell'epoca, il giovane David Ruben, idolo
di tutte le compagne di scuola e, nel linguaggio metaforico
di Piperno (che spesso mima quello adolescenziale), «ombra
di platino» di tutti i coetanei, vive senza «un passato
da rispettare né un futuro da desiderare», vive il presente
come fosse uno sport. La noia possibile è da lui scongiurata
imitando il falso movimento della moda che, sistematicamente,
cambia il colore, la forma, l'oggetto, il luogo, la maniera,
il tempo, pur di conservare a ogni mossa, affannosamente,
la distinzione, così in pericolo, l'esclusività di sé come
individuo prima ancora che come gruppo sociale privilegiato.
Una realtà precaria che ha bisogno di una visione del mondo
cinematografica composta di «eroismo, anarchia, violenza,
lealtà, sentimentalismo, sangue, amore romantico, amore
carnale…».
Il narratore (non il protagonista, giacché «il solo vero
protagonista di questa storia» è
la coscienza muta di un cameriere, detto l'Arabo,
che «genialmente» ha colto l'analogia di tale mondo con
quello tolstoiano, per la struttura oligarchica e violentemente
gerarchica che li accomuna), Daniel Sonnino è nel 2001 un
trentenne precario universitario che si trova a New York,
«privata dei suoi gemelli d'acciaio», dove lo raggiunge
la notizia della morte di Nanni Cittadini e dove, prima
di ripartire per Roma, sta incontrando un antico compagno
di scuola, Giorgio
Sevi, soddisfattissimo del proprio successo professionale
americano (cui Daniel, «atavico adolescente», risponde,
secondo la regola del loro antico mondo, con la menzogna,
«unico scudo per schermirsi dalle aggressioni dei successi
altrui»). Così, racconta il narratore, una porzione consistente
del romanzo, quasi tutta la seconda parte, viene scritta
nella nottata successiva durante il viaggio aereo – simbolicamente:
in un «ambulante empireo sospeso a novemila metri d'altezza
sull'Oceano Atlantico» – per dire tutto, appunto, e «ripartire
da zero».
Ed è la parte più importante del libro, sostiene ancora il
narratore, qui infatti comincia «la storia che sin dal principio
io m'ero proposto di raccontare, prima di perdermi in un
labirinto di inutili dietrologie», come l'ascesa e caduta
sociale dell'affascinante Bepy Sonnino, suo troppo potente
modello personale, e l'ascesa senza caduta della «vipera
con la calcolatrice» Nanni Cittadini, pur frustrato dalla
impossibilità di trasformarsi in un aristocratico. I riferimenti
psicologici dei ragazzi degli anni ottanta sono i nonni
non i padri, i quali o vivono per così dire passivamente,
di rimessa, o si suicidano. La generazione del sessantotto
risulta un vuoto.
Tali dietrologie sono state tuttavia una narrazione del tutto
congrua per fornire il senso di ciò che accadrà, oltre ad
aver costituito per il lettore un illuminante disegno di
tipi umani appartenenti a un pezzo di società italiana degli
anni cinquanta-settanta del novecento. Un disegno tracciato
dalla coscienza di un narratore ormai (quasi) esterno e
che si giova dello spirito d'osservazione e del punto di
vista di un adolescente a sua volta (quasi) esterno al teatro
del mondo in cui stava entrando. Forse è questa la zona
più gradevole del romanzo, mentre quella che verte sugli
anni ottanta – troppo corriva a prima vista con il proprio
argomento (il fallimento amoroso), fino a rischiare il genere
rosa, per la verità il rosa shocking, come s'addice alla
spregiudicatezza moderna – possiede in realtà un retrogusto
amaro di delusione e perfino di disperazione autentica.
La ragazzetta del rifiuto non è altro, alla fine degli anni
ottanta, nel 1989, quando avviene la presa di coscienza
da parte di Daniel, che «una diciottenne scema e di buona
famiglia». Ma nel 2001, quando il narratore ormai, grasso
e spennacchiato, passa il tempo guardando la vita alla tv
satellitare, egli non può non confessare: «Gaia è, anzitutto,
la mia epoca». La casa costruita per lei infatti, vista
ora alla tv, «sembra alludere a una fragilità metafisica»,
è «un luogo morto», niente più che il «set d'una soap opera».
Ciò nondimeno, si trattava di «una società in cui amare
un tipo-alla-Gaia era una necessità, ancor prima che un
obbligo», la frustrazione di competere nel vuoto contro
il vuoto doveva essere negata dal senso di appartenenza
a quel vuoto.
E non sarà superfluo aggiungere una nota sintomatica: tutte
le figure femminili del romanzo vengono studiate con grande
attenzione dall'acuto osservatore adolescente nei loro risvolti
psicologici, risvolti che le fanno ovviamente una diversa
dall'altra, ma tale studio appassionato lo conduce anche
a svelare un loro carattere comune: posseggono comunque
qualcosa di chiuso, di mai detto, qualcosa di tenuto per
sé. Daniel Sonnino, nonostante il suo esplosivo e durevole
innamoramento, non racconta di nessun amore (accenna solo
a successive esperienze strutturanti). E non racconta neppure
di libere amicizie.
Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei, Einaudi,
2005, pp. 306.
Laika Orbit, il nome della ragazza del titolo di questo romanzo,
implica già l'orizzonte, il linguaggio e in qualche modo
anche la visione dell'autore: la protagonista sarà come
l'ignara cagnetta che nel 1957 fu mandata a sperimentare
lo spazio extraterrestre, un mondo che non era il suo. Nel
mondo dove viveva, Laika Orbit (ma non è certo che questo
sia il suo nome), seduta da sola in un pub o fast-food che,
almeno in quest'altro mondo, si chiama Loop Restaurant,
aveva avuto «la sensazione netta e inequivocabile che non
ci fosse alcun posto dove poter andare davvero e nessuna
vera ragione per fare o non fare qualcosa, per dire o non
dire, andare o non andare». In pratica si era sentita «morire
di una tristezza inutile». Allora le si era avvicinato un
uomo, le si era seduto accanto, e comprendendo il suo bisogno
l'aveva invitata dunque a fuggire. Dove? «Laggiù.» Laggiù
dove non c'era «niente di niente».
Il romanzo comincia con il risveglio di Laika nel «mondo
delle cose avvilenti, che sono poi le cose normali di sempre»,
«il mondo irreale di questa nostra epoca senza senso». Si
trova in un albergo, il Déjà-vu Hotel, nuda accanto all'uomo
che l'ha indotta a fuggire, di cui non conosce il nome,
ma sa che talora parla togliendo le vocali dalle parole.
La città dove sono arrivati si chiama Cloaca Maxima. L'economia
del luogo è fondata su un complesso di escrementifici, dove
«macchine che hanno fame», una fame chimica, producono merda
per il commercio.
Perché loro sono lì, non lo sa. Lei è venuta, o verrà man
mano, a sapere che lo stato ha organizzato un gioco, il
runaway, per chi abbia voglia di fuggire, che altri
sono diventati «surfisti della terraferma», misticamente
legati alla propria tavoletta, che il Presidente dice ogni
tanto frasi come: «Questo è un paese in cui spuntano le
ali ai sogni» o «Il passato è finito», che a poca distanza
dall'albergo c'è una targa dove si legge: «William Burroughs.
Investigatore psichiatrico. Specialista in pedinamenti psicosomatici
e ritrovamento degli stati di coscienza. Massima discrezione»,
che dappertutto ti càpita di ascoltare in continuazione
la romantica melodia di una canzone, Blue Moon, i
cui versi dicono esattamente quello che ti sta accadendo
(You saw me standing alone - Blue Moon - Without a dream
in my heart - Blue Moon - ecc.), trasmessa soprattutto dalla
«radio del karma» dove tale Little Big Om (una fusione tra
nenia buddista e un ricordo del nome di un nativo americano)
tiene «strampalati pistolotti buddisti» culminanti nella
costatazione che i suoi asoltatori somigliano «tutti, chi
più chi meno, a una ragazza che da qualche tempo se ne va
in giro per le strade dello stato lamentandosi che questo
mondo è una gabbia di matti e che non può essere reale…
Voleva un'altra vita e adesso si lamenta di aver perso quella
che aveva. Voleva fuggire da casa e adesso piange perché
non sa più come tornarci», ma bisogna mettersi «in testa
che il karma va preso per quello che è». L'unica realtà
certa per Laika è che lei ha le gambe belle.
Se la ragazza vive la «disperazione di non ricordare più
chi è», l'uomo che le ha fatto la proposta nichilistica
del «niente di niente» conosce invece perfettamente la congerie
di storie che lo hanno prodotto e in specie sa benissimo
di essere un figlio dei figli dei fiori. Ha avuto naturalmente
una madre, Kinky Baboosian, la quale a 16 anni, una sera
del novembre 1957, era andata al cinema di Skatchawathpsie
con K., ma il film era stato interrotto per annunciare il
volo spaziale della cagnetta Laika, e allora il ragazzo
K. l'aveva palpeggiata, lei s'era offesa, era andata via,
a casa aveva trovato il padre che le aveva annunciato che
la madre aveva abbandonato lui e lei e che in realtà lui
non era suo padre, così anche lei se n'era andata di casa.
Dalla sequenza convulsa degli eventi precedenti e successivi
a quella data – che
a un certo punto a San Francisco nella comune al numero
1999 di Page Street, dove «erano tutti così giovani e belli
da non poter vedere altro che questo» e volevano fregare
l'economia con il matrimonio di gruppo, vedranno Kinky partorire
il suo bambino e rifiutarsi di dargli un nome, di nuovo
per fregare il sistema del denaro e delle armi – il lettore
del romanzo volutamente non è messo in condizione di decidere
chi sia davvero quest'uomo senza nome, che poi si chiama,
più o meno matematicamente, Zxyz, che in polemica con il
linguaggio verbale parla togliendo le vocali alle parole,
che molti considerano niente più che un deficiente, che
per contro afferma di essere un grande matematico, di aver
studiato a Princeton e di vivere clandestinamente in una
baracca con compiti statali segreti, e che un giorno scopre
come K. sia divenuto il terrorista solitario detto Unabomber,
ora in carcere per una serie di attentati e omicidi, così
ne studia le tecniche dinamitarde. Al lettore dunque, con
la tecnica comunicativa dei rumori che qui si fa
strumento narrativo, cioè con l'eccesso dei dati, viene
impedito di sapere con chiarezza se questo risultato umano del sessantotto americano
e derivati sia di fatto uno spirito contestatore di alta
qualità intellettuale o soltanto un borderline sentimentale,
ansiosamente in cerca di normalità, alla fine frastornato
e vittima delle circostanze.
D'altronde, anche quanto a Laika non è chiaro se questa «ragazza
che non è lei» nel mondo irreale di oggi abbia in realtà
incontrato una sorta di principe azzurro – un uomo pervenuto
«alla soluzione solitaria di qualsiasi problema, al calcolo
di ogni variante possibile, alla individuazione di tracce
di regolarità anche nei sistemi tendendi al disordine»,
uno capace di «pensare l'impensabile», come sembra sia stato
incaricato di fare – o invece non debba accettare la normalità
delle cose e seguire la polizia che, in centrale, le farà
certamente ricordare come si chiama. Allora Laika si accorgerà
di aver solo immaginato tutte o quasi le vicende narrate
nel romanzo.
Due quadri coerenti, uno della concreta Italia attuale e
delle sue premesse, uno della metafisica, allegorica America
attuale e delle sue premesse. Coerenti perché ci raccontano
di un'unica società, perennemente e pericolosamente adolescente,
ricattata dall'individuale «terrore di non farcela» (Piperno)
o, che è lo stesso in sostanza, dalla disperazione individuale
di non essere (Pincio). Una società senza futuro, che sta
là e non dà altro che l'impotenza del singolo di fronte
alla chimera di crearsi da sé un senso personale. Una massa
di individui chiusi, in attesa di uscire dal grado zero
della vita, dall'adolescenza eterna. Questa è l'idea che
due romanzi, due fatti letterari, ci trasmettono della nostra
società reale, palesemente diversa e distante da quella
descritta nelle pagine di cronaca e di commento dei quotidiani.
Ma «i giornali hanno con la vita all'incirca lo stesso rapporto
che le cartomanti con la metafisica» sosteneva Karl Kraus.
Non sarà che, per la comprensione delle cose, usiamo troppo
poco la letteratura?