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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

Romanzi italiani


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Pasolini 1
A trent'anni dalla morte resta la parabola ambigua di un poeta sostanzialmente patetico e viscerale
(M.Lunetta)

Pasolini 2
Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

(A.Tricomi)

Nei "libri dell'anno" di Piperno e Pincio si cela l'immagine disperante
di una società senza futuro

Tommaso Pincio

Due romanzi in questi mesi hanno attratto l'attenzione dei lettori in Italia. Irragionevolmente le ragioni del marketing hanno voluto però assumere davanti ad essi panni ideologici, catalogando l'uno come di destra e l'altro come di sinistra. Di fatto, non è stato null'altro che un gioco di società, lo strascico cioè di quel gioco inventato dall'autoironia della sinistra quando anni fa cominciò a percepirsi non più come religione, neppure solo intellettuale, ma solo come umano discorso sulle cose, le parole e i desideri di questo mondo presente e sulle rispettive loro durezze. La cultura di sinistra non era attrezzata alla bisogna, pensò di aggiornarsi buttandola postmodernamente sullo scherzo e giocondamente attribuendo a questo o quel comportamento, a questa o quella moda il marchio cultural-politico di destra o di sinistra. L'onnivora economia del marketing ne utilizza ora, con minore leggerezza, la materia ai propri fini commerciali, ma si tratta solo di mercato (con qualche effetto naturalmente anche nel campo della cultura, ad esempio gli accenni di nascita di lobbies letterariamente un po' gratuite). Dal punto di vista della letteratura si può commentare: tutto fa brodo.

Dal più comprensivo punto di vista della cultura si può dire inoltre, con sguardo interessato, che anche tali mosse pubblicitario-politiche sembrano indicare l'inizio auspicato di un periodo di riflessione. In ogni modo, ne sono un segno chiaro i due romanzi di cui si tratta. Sono ambedue scritti con bravura e si fanno leggere con piacere, ma poi ambedue posseggono quel quid, quella sentita necessità di dire qualcosa d'importante per gli altri, che fa di un racconto anche un fatto letterario. Ciascuno a suo modo e ciascuno con le proprie idee, intensità, urgenze, prospettive, ci narra il punto zero a cui siamo, e guardano indietro,  con occhio lucido, per capire.


Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, Mondadori, 2005, pp. 310.

L'angolazione narrativa delle «peggiori intenzioni» di Piperno è quella di chi, alla fine di una lunga adolescenza, una delle lunghe adolescenze dei nostri giorni, ha voglia di raccontare finalmente tutto, di mettere in piazza ogni cosa, in una sorta di pornografia interminabile e onnicomprensiva: dalle intenzioni, le tecniche, le strategie, ai particolari minuti, come appunto intendono La Verità, la comprensione delle cose, gli adolescenti. Questo considerare a posteriori il proprio processo di formazione, in cui inevitabilmente consiste il racconto, ha la qualità però di scoprirsi sintesi allegorica forse perfino del Ventesimo Secolo, in ogni caso esplicitamente dell'«ottimistico clamore della fine del Ventesimo Secolo, il mio Secolo», cioè del tempo in cui si voleva «vivere al massimo», gli anni della Guerra Fredda, al termine dei quali, «nel pieno dello stramaledetto Millenovecentottantanove», i protagonisti si sentono «come divelti calcinacci del Muro di Berlino».

L'ambiente è la Roma pariolina, ebraica e no, la Roma dei parvenus alto-borghesi. Una borghesia né buona né cattiva, semplicemente il mondo per intero dove il bambino e poi il ragazzo Daniel Sonnino deve imparare a vivere fra i due modelli umani dell'epoca: quello vitalistico, felliniano, del nonno Bepy Sonnino e quello calcolativo ed estetico di Nanni Cittadini, nonno di Gaia, da lui amata. Ma non si tratta per nulla di un mondo di libertà, dove la ricchezza economica apra spazio al libero uso della vita. Neppure i nipoti, cui la ricchezza arriva come un dato scontato, privo di ricordi ansiogeni, sanno liberarsi dall'ansia che deriva dal potere sociale gerarchizzante di un oggetto posseduto, di una possibilità attuata, in un determinato momento. La figura che più emblematicamente incarna l'apprendimento di questo aspetto dell'epoca, il giovane David Ruben, idolo di tutte le compagne di scuola e, nel linguaggio metaforico di Piperno (che spesso mima quello adolescenziale), «ombra di platino» di tutti i coetanei, vive senza «un passato da rispettare né un futuro da desiderare», vive il presente come fosse uno sport. La noia possibile è da lui scongiurata imitando il falso movimento della moda che, sistematicamente, cambia il colore, la forma, l'oggetto, il luogo, la maniera, il tempo, pur di conservare a ogni mossa, affannosamente, la distinzione, così in pericolo, l'esclusività di sé come individuo prima ancora che come gruppo sociale privilegiato. Una realtà precaria che ha bisogno di una visione del mondo cinematografica composta di «eroismo, anarchia, violenza, lealtà, sentimentalismo, sangue, amore romantico, amore carnale…».

Il narratore (non il protagonista, giacché «il solo vero protagonista di questa storia» è  la coscienza muta di un cameriere, detto l'Arabo, che «genialmente» ha colto l'analogia di tale mondo con quello tolstoiano, per la struttura oligarchica e violentemente gerarchica che li accomuna), Daniel Sonnino è nel 2001 un trentenne precario universitario che si trova a New York, «privata dei suoi gemelli d'acciaio», dove lo raggiunge la notizia della morte di Nanni Cittadini e dove, prima di ripartire per Roma, sta incontrando un antico compagno di scuola, Giorgio Sevi, soddisfattissimo del proprio successo professionale americano (cui Daniel, «atavico adolescente», risponde, secondo la regola del loro antico mondo, con la menzogna, «unico scudo per schermirsi dalle aggressioni dei successi altrui»). Così, racconta il narratore, una porzione consistente del romanzo, quasi tutta la seconda parte, viene scritta nella nottata successiva durante il viaggio aereo – simbolicamente: in un «ambulante empireo sospeso a novemila metri d'altezza sull'Oceano Atlantico» – per dire tutto, appunto, e «ripartire da zero».

Ed è la parte più importante del libro, sostiene ancora il narratore, qui infatti comincia «la storia che sin dal principio io m'ero proposto di raccontare, prima di perdermi in un labirinto di inutili dietrologie», come l'ascesa e caduta sociale dell'affascinante Bepy Sonnino, suo troppo potente modello personale, e l'ascesa senza caduta della «vipera con la calcolatrice» Nanni Cittadini, pur frustrato dalla impossibilità di trasformarsi in un aristocratico. I riferimenti psicologici dei ragazzi degli anni ottanta sono i nonni non i padri, i quali o vivono per così dire passivamente, di rimessa, o si suicidano. La generazione del sessantotto risulta un vuoto.

Tali dietrologie sono state tuttavia una narrazione del tutto congrua per fornire il senso di ciò che accadrà, oltre ad aver costituito per il lettore un illuminante disegno di tipi umani appartenenti a un pezzo di società italiana degli anni cinquanta-settanta del novecento. Un disegno tracciato dalla coscienza di un narratore ormai (quasi) esterno e che si giova dello spirito d'osservazione e del punto di vista di un adolescente a sua volta (quasi) esterno al teatro del mondo in cui stava entrando. Forse è questa la zona più gradevole del romanzo, mentre quella che verte sugli anni ottanta – troppo corriva a prima vista con il proprio argomento (il fallimento amoroso), fino a rischiare il genere rosa, per la verità il rosa shocking, come s'addice alla spregiudicatezza moderna – possiede in realtà un retrogusto amaro di delusione e perfino di disperazione autentica.

La ragazzetta del rifiuto non è altro, alla fine degli anni ottanta, nel 1989, quando avviene la presa di coscienza da parte di Daniel, che «una diciottenne scema e di buona famiglia». Ma nel 2001, quando il narratore ormai, grasso e spennacchiato, passa il tempo guardando la vita alla tv satellitare, egli non può non confessare: «Gaia è, anzitutto, la mia epoca». La casa costruita per lei infatti, vista ora alla tv, «sembra alludere a una fragilità metafisica», è «un luogo morto», niente più che il «set d'una soap opera». Ciò nondimeno, si trattava di «una società in cui amare un tipo-alla-Gaia era una necessità, ancor prima che un obbligo», la frustrazione di competere nel vuoto contro il vuoto doveva essere negata dal senso di appartenenza a quel vuoto.

E non sarà superfluo aggiungere una nota sintomatica: tutte le figure femminili del romanzo vengono studiate con grande attenzione dall'acuto osservatore adolescente nei loro risvolti psicologici, risvolti che le fanno ovviamente una diversa dall'altra, ma tale studio appassionato lo conduce anche a svelare un loro carattere comune: posseggono comunque qualcosa di chiuso, di mai detto, qualcosa di tenuto per sé. Daniel Sonnino, nonostante il suo esplosivo e durevole innamoramento, non racconta di nessun amore (accenna solo a successive esperienze strutturanti). E non racconta neppure di libere amicizie.             

Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei, Einaudi, 2005, pp. 306.

Laika Orbit, il nome della ragazza del titolo di questo romanzo, implica già l'orizzonte, il linguaggio e in qualche modo anche la visione dell'autore: la protagonista sarà come l'ignara cagnetta che nel 1957 fu mandata a sperimentare lo spazio extraterrestre, un mondo che non era il suo. Nel mondo dove viveva, Laika Orbit (ma non è certo che questo sia il suo nome), seduta da sola in un pub o fast-food che, almeno in quest'altro mondo, si chiama Loop Restaurant, aveva avuto «la sensazione netta e inequivocabile che non ci fosse alcun posto dove poter andare davvero e nessuna vera ragione per fare o non fare qualcosa, per dire o non dire, andare o non andare». In pratica si era sentita «morire di una tristezza inutile». Allora le si era avvicinato un uomo, le si era seduto accanto, e comprendendo il suo bisogno l'aveva invitata dunque a fuggire. Dove? «Laggiù.» Laggiù dove non c'era «niente di niente».

Il romanzo comincia con il risveglio di Laika nel «mondo delle cose avvilenti, che sono poi le cose normali di sempre», «il mondo irreale di questa nostra epoca senza senso». Si trova in un albergo, il Déjà-vu Hotel, nuda accanto all'uomo che l'ha indotta a fuggire, di cui non conosce il nome, ma sa che talora parla togliendo le vocali dalle parole. La città dove sono arrivati si chiama Cloaca Maxima. L'economia del luogo è fondata su un complesso di escrementifici, dove «macchine che hanno fame», una fame chimica, producono merda per il commercio.

Perché loro sono lì, non lo sa. Lei è venuta, o verrà man mano, a sapere che lo stato ha organizzato un gioco, il runaway, per chi abbia voglia di fuggire, che altri sono diventati «surfisti della terraferma», misticamente legati alla propria tavoletta, che il Presidente dice ogni tanto frasi come: «Questo è un paese in cui spuntano le ali ai sogni» o «Il passato è finito», che a poca distanza dall'albergo c'è una targa dove si legge: «William Burroughs. Investigatore psichiatrico. Specialista in pedinamenti psicosomatici e ritrovamento degli stati di coscienza. Massima discrezione», che dappertutto ti càpita di ascoltare in continuazione la romantica melodia di una canzone, Blue Moon, i cui versi dicono esattamente quello che ti sta accadendo (You saw me standing alone - Blue Moon - Without a dream in my heart - Blue Moon - ecc.), trasmessa soprattutto dalla «radio del karma» dove tale Little Big Om (una fusione tra nenia buddista e un ricordo del nome di un nativo americano) tiene «strampalati pistolotti buddisti» culminanti nella costatazione che i suoi asoltatori somigliano «tutti, chi più chi meno, a una ragazza che da qualche tempo se ne va in giro per le strade dello stato lamentandosi che questo mondo è una gabbia di matti e che non può essere reale… Voleva un'altra vita e adesso si lamenta di aver perso quella che aveva. Voleva fuggire da casa e adesso piange perché non sa più come tornarci», ma bisogna mettersi «in testa che il karma va preso per quello che è». L'unica realtà certa per Laika è che lei ha le gambe belle.

Se la ragazza vive la «disperazione di non ricordare più chi è», l'uomo che le ha fatto la proposta nichilistica del «niente di niente» conosce invece perfettamente la congerie di storie che lo hanno prodotto e in specie sa benissimo di essere un figlio dei figli dei fiori. Ha avuto naturalmente una madre, Kinky Baboosian, la quale a 16 anni, una sera del novembre 1957, era andata al cinema di Skatchawathpsie con K., ma il film era stato interrotto per annunciare il volo spaziale della cagnetta Laika, e allora il ragazzo K. l'aveva palpeggiata, lei s'era offesa, era andata via, a casa aveva trovato il padre che le aveva annunciato che la madre aveva abbandonato lui e lei e che in realtà lui non era suo padre, così anche lei se n'era andata di casa. Dalla sequenza convulsa degli eventi precedenti e successivi a quella data  – che a un certo punto a San Francisco nella comune al numero 1999 di Page Street, dove «erano tutti così giovani e belli da non poter vedere altro che questo» e volevano fregare l'economia con il matrimonio di gruppo, vedranno Kinky partorire il suo bambino e rifiutarsi di dargli un nome, di nuovo per fregare il sistema del denaro e delle armi – il lettore del romanzo volutamente non è messo in condizione di decidere chi sia davvero quest'uomo senza nome, che poi si chiama, più o meno matematicamente, Zxyz, che in polemica con il linguaggio verbale parla togliendo le vocali alle parole, che molti considerano niente più che un deficiente, che per contro afferma di essere un grande matematico, di aver studiato a Princeton e di vivere clandestinamente in una baracca con compiti statali segreti, e che un giorno scopre come K. sia divenuto il terrorista solitario detto Unabomber, ora in carcere per una serie di attentati e omicidi, così ne studia le tecniche dinamitarde. Al lettore dunque, con la tecnica comunicativa dei rumori che qui si fa strumento narrativo, cioè con l'eccesso dei dati, viene impedito di sapere con chiarezza  se questo risultato umano del sessantotto americano e derivati sia di fatto uno spirito contestatore di alta qualità intellettuale o soltanto un borderline sentimentale, ansiosamente in cerca di normalità, alla fine frastornato e vittima delle circostanze.       

D'altronde, anche quanto a Laika non è chiaro se questa «ragazza che non è lei» nel mondo irreale di oggi abbia in realtà incontrato una sorta di principe azzurro – un uomo pervenuto «alla soluzione solitaria di qualsiasi problema, al calcolo di ogni variante possibile, alla individuazione di tracce di regolarità anche nei sistemi tendendi al disordine», uno capace di «pensare l'impensabile», come sembra sia stato incaricato di fare – o invece non debba accettare la normalità delle cose e seguire la polizia che, in centrale, le farà certamente ricordare come si chiama. Allora Laika si accorgerà di aver solo immaginato tutte o quasi le vicende narrate nel romanzo.

Due quadri coerenti, uno della concreta Italia attuale e delle sue premesse, uno della metafisica, allegorica America attuale e delle sue premesse. Coerenti perché ci raccontano di un'unica società, perennemente e pericolosamente adolescente, ricattata dall'individuale «terrore di non farcela» (Piperno) o, che è lo stesso in sostanza, dalla disperazione individuale di non essere (Pincio). Una società senza futuro, che sta là e non dà altro che l'impotenza del singolo di fronte alla chimera di crearsi da sé un senso personale. Una massa di individui chiusi, in attesa di uscire dal grado zero della vita, dall'adolescenza eterna. Questa è l'idea che due romanzi, due fatti letterari, ci trasmettono della nostra società reale, palesemente diversa e distante da quella descritta nelle pagine di cronaca e di commento dei quotidiani. Ma «i giornali hanno con la vita all'incirca lo stesso rapporto che le cartomanti con la metafisica» sosteneva Karl Kraus. Non sarà che, per la comprensione delle cose, usiamo troppo poco la letteratura?     

Alberto Scarponi