A un anno esatto dalla morte di Giovanni Raboni
(16 settembre 2004) è uscito presso l’editore Garzanti il
volume La poesia che si fa, in cui il curatore
Andrea Cortellessa ha raccolto e ordinato
quarant’anni di interventi critici
dedicati alla poesia italiana del ’900. Raboni,
sottolinea Cortellessa, è stato un critico-critico, il suo
versante di autore in versi e la sua personale visione poetica
non hanno mai offuscato o inquinato il suo sguardo critico.
Come dice Franco Cordelli (Corriere della Sera): «Per il Raboni lettore
di poesia, la scrittura critica è nel senso di Freud,
pari all’analisi interminabile. E
come nel Raboni poeta, due sono i tratti salienti: la fluidità, al
limite della liquidità, dell’inafferrabile; e la sottigliezza,
ineguagliata nella scrittura critica del secondo Novecento».
Nel volume si rileggono le sue motivate riserve nei confronti
di Ungaretti, così come riappare
la sua contrarietà a Montale che pure giudica «lo spartiacque
della poesia italiana del Novecento. Chi non ne ha subito
l’influenza?». Un altro punto appare a Cordelli
cruciale: «È, che io sappia, l’unico scrittore del Novecento
che non abbia ripudiato i padri in favore dei nonni o degli
zii. Egli ha compiuto il percorso opposto: ha abbattuto gli
idoli della gioventù (l’idolo del
monoteismo) in favore dei padri, o dei fratelli maggiori,
Tenace, avvincente e antica è la sua lotta per il riconoscimento
della grandezza di Luzi, Sereni,
Bertolucci e Caproni». Aggiunge Maurizio Cucchi (Tuttolibri-La Stampa):
«Quello che a Raboni premeva
era cercar di cogliere la verità dell’esperienza poetica nella
forza e nell’autonomia dello stile e della forma, “avanzata”
e vistosamente innovativa, o paradossalmente anacronistica
che fosse. Accanto a questo va ricordata la costante attenzione
di Raboni per il nuovo, per le generazioni
venute dopo la sua. A lui si devono… le proposte (e a volte
le prime pubblicazioni) degli autori di maggiore personalità
venuti dopo di lui: come Milo De Angelis,
Giuseppe Conte, Vivian Lamarque, Cesare Viviani, per dirne alcuni. Questo in virtù
di una capacità… di cogliere la qualità del testo di prima
mano… una sorta di “orecchio assoluto”… quello di Raboni,
nei confronti della parola poetica propria e altrui».