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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

Disfide critiche


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(M.Lunetta)

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Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

(A.Tricomi)

Polemiche a go-go tra i bizzarri funambolismi di Marzio Pieri e le sapide ironie e nostalgie di Arbasino

Alberto Arbasino«L'esplosione, "esploda ed echeggi" (per Gadda, Contini) sendo mai impossibile nelle lettere, mentre nelle esplosioni quotidiane implode l'Occidente e un passo per volta l'Oriente dal Medio all'Asia Centrale ("nelle steppe")…». Ci si chiede con non poco stupore cosa mai voglia dire questo incipit della recensione pubblicata da Stilos, il quindicinale dei libri nel suo primo numero datato 21 giugno 2005, con il titolo: Angelo Fiore, Mesogea ristampa L'erede del Beato. Il Fiore che il Novecento non raccolse, e firmata dal professor Marzio Pieri, docente di letteratura italiana a Parma. Come si vede dalle righe riportate quello di Pieri è uno stile funambolico, allusivo, spericolato nei suoi accostamenti, nelle associazioni e concatenazioni di elementi diversi. Non si tratta però di scatole cinesi, che seguono una logica verticale, ma di tessere sparpagliate in un gratuito disordine orizzontale. L'enigma più sorprendente è che dello scrittore e del libro lanciati nel titolo Pieri non parla affatto, salvo poche righe sulla novità editoriale e una schedina biografica posta in una finestra accanto a una fotografia senza didascalia. Qualche parola di elogio è spesa a favore della Mesogea, definita «una di quelle piccole case editrici che suppliscono al managerialismo segaiolo delle ex-grandi».

Dopo aver comunicato che Mesogea ha varato la sua «rivista di bandiera» e ha stretto un «patto mediterraneo con la migliore scuola storico-geografica francese», spara una bordata dicendo «là i Braudel, qua i Dionisotti e i Bobbio, razza piemontese rapace e burocratica, incapace di progettazione; del primo mi fu sempre sospetta l'indignazione antipartenopea, esiste il mare, signori, come la vostra roccia, e la "terra del fuoco" non ha motivi se non accademici di inferiorità, semmai di utile e rappresentativa differenza, dai vostri indigeribili "giornali storici" indicizzati».

Di questo livore cerca di dare una spiegazione Remo Ceserani sul manifesto del 20. 08. 05 in un articolo durissimo contro le «recensioni alla deriva, tra sciatterie e velleità creative», in particolare quella del Pieri di cui, per eccesso polemico, non fa nemmeno il nome. Ceserani ricorda «la lunga, idiosincratica, ma molto motivata polemica di Carlo Dionisotti, contro Francesco De Sanctis e Benedetto Croce» e che Dionisotti «ha lavorato pazientemente a compilare i peraltro utilissimi indici del Giornale storico della letteratura italiana».

Ma questa non era che la prima delle sparate di Marzio Pieri. Il professore prosegue a dispensare colpi di spingarda trascinato da una incontrollabile voluttà distruttiva. A un certo punto assicura che c'è una chiave, ma, a parte che non si sa quale porta possa aprire, il seguito è un profluvio di frasi a effetto, di citazioni di eventi storici, di nomi di personaggi, di richiami letterari e cinematografici. Scrive: «La chiave? Un uso umano (l'uomo nasce libero e questa sarà la sua croce) invece che ideologico della memoria della resistenza. Bastò la Maiuscola a fare fuori i resistenti veri. Avemmo padri nobili, a un punto della vita parvero nonni, non per vecchiezza loro ma dei referenti cui voleano tenerci incollati, da Leopardi a Mussolini da Manzoni a Benedetto Croce e facevan rinascere l' "uomo italiano" - con De Sanctis ministro dell'accordo fra chi l'aveva fatto il Risorgimento e chi mai l'avrebbe digerito - col braghettbozzo Parini in giuggiolio di dolci inganni da sedare con dolce fustigazione». E qui giù un altro colpo e stavolta il bersaglio è Alberto Arbasino: «Signorino giù le calze e senti qui. Arbasino? I padri ignobili, allora, gli zioni o cugini anziani; la generazione del Trenta. Son finiti col laticlavio o all'Adelphi e son cose che si pagano. Ogni tanto un sobbalzo, nasce la generazione dei fratelli? Nasciamo tardi lo so. Mancò l'ingegno e l'impegno, mancarono anche i mezzi. Qualche carica di cavalleria polacca contro i carri armati, qualche tianemmente».

Per tutta risposta Arbasino manda questa letterina che il manifesto pubblica il 27.08.05: «Da Remo Ceserani apprendo d'essere attaccato e biasimato con la generazione del Trenta per "essere finito col laticlavio e all'Adelphi, e son cose che si pagano". Circa quella elezione a Montecitorio fu una vicenda condivisa con Sanguineti, Cacciari e Natalia Ginzburg (e Volponi al Senato). Per la faccenda editoriale, si continua a condividerla con Savinio, Landolfi, Sciascia, Manganelli e altri. Circa le paghe, un invito a collaborare a Alias. Pazienza, e auguri». Data l'offesa gratuita ricevuta la replica si direbbe troppo flebile e giustificatoria. Ma qualche giorno dopo Arbasino occupa un'intera pagina di Alias con un saggio sullo stato della critica letteraria. Non una parola sullo scritto di Marzio Pieri, l'indagine è a tutto campo e il titolo è eloquente: Postumi o mediocri, un'estate militante.

La prima considerazione di Arbasino è raggelante: «In tutte le arti e nella musica e nella politica e negli spettacoli si constata una comune pochezza, caratteristica delle epoche mediocri. E basta solo un generico raffronto coi valori culturali e il clima del primo Novecento». E poi:«Impegnati o stralunati? Fra le considerazioni e le provocazioni degli eruditi e dei militanti e dei praticanti specialisti si scorgono procedere folle di thriller e killer in ogni sobborgo, masse di coppie in crisi e di intellettuali in crisi (spesso coincidenti), resse di babbi e baby e mamme e nonne e nonni e tanti altri congiunti dentro flashbacks di infanzie irrinunciabili, Tir e tourbillons di trasgressioni alternative "politically correct", con denunce controcorrente delle tare e noie della società di provincia come metafora di protesta contro la vita italiana impietosa e scomoda nel terzo millennio». Certo il compito non è facile. Ma c'è di peggio. Arbasino osserva che «se un lavoratore della lettura domanda per le sue prestazioni un onorario analogo a quello dei liberi professionisti o degli artigiani specializzati, le risposte imbarazzate che riceve chiariscono la bassa considerazione in cui si tiene questa attività». E' una triste esperienza toccata a tutti quelli, quorum ego, a cui la penna dà da vivere. Aggiungerei soltanto che l'imbarazzo era ed è nelle domande prima ancora che nelle risposte.

Un episodio personale raccontato da Arbasino a dimostrazione del cambiamento epocale avvenuto in mezzo secolo. Quando doveva pubblicare il suo primo libro di racconti «Italo Calvino, mio primo editor da Einaudi, osservò seriamente a Luciano Foà e Bruno Fonzi, in mia presenza: "Non lo si può mettere in una collana di debuttanti. Questo qui ha già ventisette anni, deve andare nei Coralli" E gli altri altrettanto seri: "E già, un esordiente a ventisette anni…". Oggi  forse saremmo scoppiati a ridere tutt'e quattro».

Altri tempi, si dice, infatti oggi si legge spesso di «un giovane di quarantadue anni». Un confronto tra le epoche è un'operazione in perdita. «Si ricordano ancora gli Anni Cinquanta e Sessanta - scrive Arbasino - non solo per la produzione narrativa e poetica e saggistica e cinematografica, ma riscontrando la qualità e le firme delle recensioni che regolarmente apparivano su Paragone, Tempo Presente, Nuovi Argomenti, Il Verri, Il caffè, Il menabò, Officina, Palatina…», delle critiche teatrali, musicali, cinematografiche e artistiche di scrittori come Vigolo, Longhi, Moravia, Montale e Flaiano, degli articoli letterari di Cecchi, Milano, De Robertis, Debenedetti e Praz, Brandi, Contini, Anceschi, Comisso, Solmi, Antonicelli. Insomma, allora, scrive Arbasino, «agiva quella saggistica recensoria d'attualità, con spazi e argomenti ampi e autorevoli, su giornali con meno pagine di oggi… oltre tutto, i giudizi di "titolari" come Cecchi e Milano e Bo erano affidabili come i voti degli insegnanti metodici e non come quegli interventi estemporanei di cui ci si chiede soltanto il perché».

Qual è la conclusione di questa analisi che sa tanto di amaro? Si può prendere questo brano di Alberto Arbasino: «Chissà però se questa estate di organi e orgasmi e origami gialli e noir e filosofici, con revival di Moro e del Muro fra mojito e infradito, i villeggianti da bravi premi e canoni e convegni di pensatori bestseller su "Clonazione & Fibrillazione & Testosterone" hanno meditato sulle sospensioni del giudizio e del pregiudizio critico o acritico o precario, negli "eventi" dove ci si è fatti spiegare dagli autori "live" i loro libri, dunque diventa inutile comprarli e leggerli».

M.V.