«L'esplosione, "esploda ed echeggi" (per Gadda, Contini) sendo mai impossibile
nelle lettere, mentre nelle esplosioni quotidiane implode
l'Occidente e un passo per volta l'Oriente
dal Medio all'Asia Centrale ("nelle steppe")…».
Ci si chiede con non poco stupore cosa mai voglia dire questo
incipit della recensione pubblicata da Stilos, il quindicinale dei libri nel suo
primo numero datato 21 giugno 2005, con il titolo: Angelo
Fiore, Mesogea ristampa L'erede
del Beato. Il Fiore che il Novecento non raccolse, e firmata dal professor Marzio Pieri,
docente di letteratura italiana a Parma. Come si vede
dalle righe riportate quello di Pieri
è uno stile funambolico, allusivo,
spericolato nei suoi accostamenti, nelle associazioni e concatenazioni
di elementi diversi. Non si tratta però di scatole cinesi, che seguono una logica verticale,
ma di tessere sparpagliate in un gratuito disordine orizzontale.
L'enigma più sorprendente è che dello scrittore e del libro
lanciati nel titolo Pieri
non parla affatto, salvo poche righe sulla novità editoriale
e una schedina biografica posta in una finestra accanto a
una fotografia senza didascalia. Qualche parola di
elogio è spesa a favore della Mesogea, definita «una
di quelle piccole case editrici che suppliscono al managerialismo
segaiolo delle ex-grandi».
Dopo aver comunicato che Mesogea ha varato la sua «rivista
di bandiera» e ha stretto un «patto mediterraneo con la migliore
scuola storico-geografica francese», spara una bordata dicendo
«là i Braudel, qua i Dionisotti e i Bobbio,
razza piemontese rapace e burocratica, incapace di progettazione;
del primo mi fu sempre sospetta l'indignazione antipartenopea,
esiste il mare, signori, come la vostra roccia, e la "terra
del fuoco" non ha motivi se non accademici di
inferiorità, semmai di utile e rappresentativa differenza,
dai vostri indigeribili "giornali storici" indicizzati».
Di questo livore cerca di dare una spiegazione Remo Ceserani
sul manifesto del
20. 08. 05 in un articolo durissimo contro le «recensioni alla deriva, tra sciatterie
e velleità creative», in particolare quella del Pieri di cui, per eccesso polemico, non fa nemmeno
il nome. Ceserani ricorda «la lunga, idiosincratica,
ma molto motivata polemica di Carlo Dionisotti, contro Francesco
De Sanctis e Benedetto
Croce» e che Dionisotti «ha lavorato pazientemente a compilare
i peraltro utilissimi indici del Giornale
storico della letteratura italiana».
Ma questa non era che la prima delle
sparate di Marzio Pieri.
Il professore prosegue a dispensare colpi di spingarda trascinato
da una incontrollabile voluttà distruttiva. A
un certo punto assicura che c'è una chiave, ma, a parte che
non si sa quale porta possa aprire, il seguito è un profluvio
di frasi a effetto, di citazioni di eventi storici, di nomi
di personaggi, di richiami letterari e cinematografici. Scrive:
«La chiave? Un uso umano (l'uomo nasce libero e questa sarà
la sua croce) invece che ideologico della memoria della resistenza.
Bastò la Maiuscola a fare fuori
i resistenti veri. Avemmo padri nobili, a
un punto della vita parvero nonni, non per vecchiezza loro
ma dei referenti cui voleano tenerci incollati, da Leopardi
a Mussolini da Manzoni a Benedetto Croce e facevan rinascere l' "uomo italiano"
- con De Sanctis ministro dell'accordo fra chi l'aveva fatto
il Risorgimento e chi mai l'avrebbe digerito - col braghettbozzo
Parini in giuggiolio di dolci inganni
da sedare con dolce fustigazione». E
qui giù un altro colpo e stavolta il bersaglio è Alberto
Arbasino: «Signorino giù le calze e senti qui. Arbasino?
I padri ignobili, allora, gli zioni o cugini
anziani; la generazione del Trenta. Son
finiti col laticlavio o all'Adelphi e son cose che si pagano. Ogni tanto un sobbalzo, nasce
la generazione dei fratelli? Nasciamo tardi
lo so. Mancò l'ingegno e l'impegno, mancarono
anche i mezzi. Qualche carica di cavalleria polacca contro
i carri armati, qualche tianemmente».
Per tutta risposta Arbasino manda questa letterina che il
manifesto pubblica il 27.08.05: «Da Remo Ceserani apprendo d'essere attaccato e biasimato
con la generazione del Trenta per "essere finito col
laticlavio e all'Adelphi, e son cose che si pagano".
Circa quella elezione a Montecitorio
fu una vicenda condivisa con Sanguineti, Cacciari e Natalia
Ginzburg (e Volponi
al Senato). Per la faccenda editoriale, si continua a
condividerla con Savinio, Landolfi, Sciascia,
Manganelli e altri. Circa le paghe, un invito a collaborare
a Alias. Pazienza,
e auguri». Data l'offesa gratuita ricevuta
la replica si direbbe troppo flebile e giustificatoria.
Ma qualche giorno dopo Arbasino occupa
un'intera pagina di Alias con un saggio sullo stato della critica letteraria. Non una
parola sullo scritto di Marzio Pieri,
l'indagine è a tutto campo e il titolo è eloquente: Postumi o mediocri, un'estate militante.
La prima considerazione di Arbasino
è raggelante: «In tutte le arti e nella musica e nella politica
e negli spettacoli si constata una comune pochezza, caratteristica
delle epoche mediocri. E basta solo un generico raffronto
coi valori culturali e il clima del
primo Novecento». E poi:«Impegnati
o stralunati? Fra le considerazioni e le provocazioni degli
eruditi e dei militanti e dei praticanti specialisti si scorgono
procedere folle di thriller e killer in ogni sobborgo, masse
di coppie in crisi e di intellettuali
in crisi (spesso coincidenti), resse di babbi e baby e mamme
e nonne e nonni e tanti altri congiunti dentro flashbacks
di infanzie irrinunciabili, Tir e tourbillons di trasgressioni
alternative "politically correct", con denunce controcorrente
delle tare e noie della società di provincia come metafora
di protesta contro la vita italiana impietosa e scomoda nel
terzo millennio». Certo il compito non è facile. Ma
c'è di peggio. Arbasino osserva che «se un lavoratore della
lettura domanda per le sue prestazioni un onorario analogo
a quello dei liberi professionisti o degli artigiani specializzati,
le risposte imbarazzate che riceve chiariscono la bassa considerazione
in cui si tiene questa attività».
E' una triste esperienza toccata a tutti quelli, quorum ego,
a cui la penna dà da vivere. Aggiungerei soltanto che l'imbarazzo
era ed è nelle domande prima ancora
che nelle risposte.
Un episodio personale raccontato
da Arbasino a dimostrazione del cambiamento epocale avvenuto
in mezzo secolo. Quando doveva
pubblicare il suo primo libro di racconti «Italo Calvino, mio primo
editor da Einaudi,
osservò seriamente a Luciano
Foà e Bruno Fonzi, in mia presenza: "Non lo si
può mettere in una collana di debuttanti. Questo qui ha
già ventisette anni, deve andare nei Coralli"
E gli altri altrettanto seri: "E già, un esordiente a
ventisette anni…". Oggi forse saremmo scoppiati
a ridere tutt'e quattro».
Altri tempi, si dice, infatti oggi
si legge spesso di «un giovane di quarantadue anni». Un confronto
tra le epoche è un'operazione in perdita. «Si ricordano ancora
gli Anni Cinquanta e Sessanta - scrive Arbasino - non solo
per la produzione narrativa e poetica e saggistica e cinematografica,
ma riscontrando la qualità e le firme delle recensioni che
regolarmente apparivano su Paragone,
Tempo Presente, Nuovi Argomenti, Il Verri,
Il caffè, Il menabò, Officina, Palatina…», delle critiche
teatrali, musicali, cinematografiche e artistiche
di scrittori come Vigolo,
Longhi, Moravia, Montale e Flaiano,
degli articoli letterari di Cecchi,
Milano, De Robertis, Debenedetti e Praz,
Brandi, Contini, Anceschi, Comisso, Solmi, Antonicelli.
Insomma, allora, scrive Arbasino, «agiva quella saggistica
recensoria d'attualità, con spazi e argomenti ampi e autorevoli,
su giornali con meno pagine di oggi…
oltre tutto, i giudizi di "titolari" come Cecchi
e Milano e Bo erano affidabili come i voti degli insegnanti
metodici e non come quegli interventi estemporanei di cui
ci si chiede soltanto il perché».
Qual è la conclusione di questa analisi
che sa tanto di amaro? Si può prendere questo brano di
Alberto Arbasino: «Chissà però se questa
estate di organi e orgasmi e origami gialli e noir
e filosofici, con revival di Moro e del Muro fra mojito e
infradito, i villeggianti da bravi premi e canoni e convegni
di pensatori bestseller su "Clonazione & Fibrillazione
& Testosterone" hanno meditato sulle sospensioni
del giudizio e del pregiudizio critico o acritico o precario,
negli "eventi" dove ci si è fatti spiegare dagli
autori "live" i loro libri, dunque diventa inutile
comprarli e leggerli».
M.V.