La Reale Accademia di Svezia ha assegnato il Premio
Nobel 2005 per la letteratura al 75enne drammaturgo britannico
Harold Pinter. Un
premio, almeno stavolta, su cui c’è poco da discutere o
obiettare, essendo Pinter da tempo
il più importante autore teatrale mondiale vivente, rappresentato
praticamente ovunque sui palcoscenici del pianeta. Festeggiando
il Nobel al suo compatriota e amico, lo scrittore inglese
Ian McEwan ha scritto
(Repubblica): «Harold Pinter ha prodotto nell’arco
di cinquant’anni, uno straordinario
corpus di scrittura, e ha definito per noi una certa, unica,
speciale qualità di silenzio, di minaccia, di
assurdo sociale. Ha il merito impareggiabile di aver
liberato il teatro inglese dalle limitazioni del realismo
– e in questo senso penso di poter dire che è stato una figura
rivoluzionaria: una figura che permette a
ogni generazione di rileggerlo e reinterpretarlo,
e che sa cogliere nelle sue opere sempre nuovi significati
e nuovi valori… In Inghilterra quando la gente dice “pinteresque”
sa perfettamente cosa vuol dire, esattamente come quando si
dice kafkiano: appunto questo coktail
di assurdo nella vita delle personale normali». Per il critico
teatrale e anglista Masolino D’Amico (La Stampa) «Pinter
è stato un innovatore nella sostanza, non nella forma, ché
previde sempre spazi e recitazione convenzionali, realistici.
Quello che spiazza, sorprende e inquieta nei suoi testi è
la sommessa violazione di certe regole non dette del teatro
tradizionale, per esempio quelle secondo cui un personaggio
presentandosi dice la verità. I personaggi di Pinter
invece mentono spesso, in primo luogo su se stessi – “recitano”,
proprio come noi recitiamo nella
vita, dandoci importanza in certe situazioni o fingendo umiltà
in altre. Spiandoli, ci facciamo su di loro idee che in seguito
vengono contraddette, lasciandoci
un senso di confusione che, di nuovo con nostra costernazione,
non verrà consolato da un finale chiarificatore. In questa
vena, tralasciando i numerosi pezzi brevi… alcuni tra i titoli
principali sono Ritorno a casa (1965), Passaggio
e Silenzio (1968),
Vecchi tempi (1971), Terra di nessuno (1974), Tradimenti (1978), Altri luoghi (1982), Party Time
(1991), Moonlight
(1993), Ceneri alle
ceneri (1996)».
Franco Cordelli (Corriere della Sera),
rievoca la storia delle messe in scena italiane dei testi
di Pinter a partire dall’allestimento,
nel 1973, di Vecchi
tempi per la regia di Luchino Visconti e l’interpretazione
di Valentina Cortese, Adriana Asti e Umberto Orsini.
Regia che provocò le furibonde proteste di Pinter
che fece interrompere le repliche dello spettacolo: «… in
questo senso voglio pensare al suo teatro come alla lotta
che i suoi interpreti hanno instancabilmente condotto contro
di esso. Se uno scrittore può disinteressarsi di essere seduttivo, un regista o
un attore non possono a ciò piegarsi. L’unico che per temperamento
(parlo ovviamente dell’Italia) abbia in
tal senso assecondato Pinter
è Carlo Cecchi. Non a caso,
con Il compleanno,
Il ritorno a casa, Il calapranzi e L’amante,
tra il 1980 e l’86 ne è stato il
più assiduo interprete… Un indimenticabile Terra
di nessuno… fu quello di Giorgio
De Lullo. Era il 1976. A quell’epoca
detestavo il teatro di De Lullo
e Romolo Valli. Li consideravo, per l’appunto, due seduttori.
Mi sembravano compiacenti, con eleganza; il che è anche peggio.
Ma oggi, a distanza di tanti anni,
quello spettacolo è fissato nella mia memoria. Mi ricordo
il nitore, la chiarezza, la sollecitudine. De Lullo
e Valli interpretavano i ruoli dei due protagonisti come fossero
i ruoli della loro vita, con un’adesione ai personaggi addirittura
oltraggiosa».
Sul manifesto è
un altro critico teatrale, Gianfranco Capitta,
a ricordare l’impegno politico radicale dell’ultimo Pinter,
che quando venne l’anno scorso a
Milano di fronte agli esponenti della giunta Albertini
si mise a gridare, «… con la sua bellissima voce da attore
consumato: “Sono qui per dire che il presidente Bush
è un criminale, che il primo ministro del mio paese Tony Blair
è un criminale, e che anche il vostro Berlusconi
è un criminale”, riportando bruscamente tutti alla tragedia
della guerra in Iraq. Pinter da
anni ha affiancato alla scrittura dei suoi capolavori la militanza
totale per i diritti civili e contro la guerra. Per questo
motivo è abbastanza isolato a Londra, poco presente sui giornali
e quasi ostracizzato dalla tv». Anche per questa ragione il
Nobel a Pinter appare sacrosanto
e un giusto tributo a un grande autore
tuttora controcorrente rispetto all’establishment.