Due cose su Antonio
Moresco a proposito di due suoi libri. Presso l'editore
Fanucci è uscito con il titolo Scritti di viaggio, di
combattimento e di sogno.
Ne aveva dato notizia Mirella
Appiotti nelle molte pagine di Tuttolibri
da lei dedicate nello scorso agosto ad anticipare l'uscita
autunnale dei romanzi e dei saggi italiani e stranieri. Il
libro racconta alcuni eventi memorabili, dal massacro nel
Teatro Dubrovka di Mosca all'invasione delle cavallette e
viaggi nello spazio e nel tempo. Scrive la Appiotti: «Lo sguardo sul nuovo millennio
di uno scrittore apocalittico. Prendere
o lasciare. Noi prendiamo». E' un bel giudizio che
lo scrittore può inserire con soddisfazione nel proprio album.
Che peraltro appare già ricco se, soltanto fermandoci
all'ultimo periodo, troviamo altri due testi marcatamente
elogiativi. Alfonso
Berardinelli sul Foglio
si è rivolto a Moresco con queste parole, riportate da Mirella
Appiotti: «Sei un mistico, un anacoreta, un figlio dei padri
del deserto… sei eccessivo, hai bisogno
di esagerare… qualcuno ti santifica come un genio misconosciuto,
emarginato, irredento. Ma tu non
vuoi che ti si riconosca, non vuoi redenzione…». E
Andrea Di Consoli sull'Unità del 13 settembre scorso pubblica una recensione del recente
libro di Moresco Zio
Demostene, edito da Effigie
di Giovanni Giovannetti (pp. 101, € 12,00), cominciando da alcune sue
riflessioni e dalla sensazione provata di «leggere un grande
scrittore» perché «in questo romanzo familiare Moresco sa
suscitare interesse e commozione in pratica dal niente, ovvero
da storie minime di famiglia, finanche tramandate oralmente
o supportate da qualche fotografia». In secondo luogo, aggiunge,
perché Moresco indagando sul proprio pedigree biologico «trova
le ragioni di un vivere (e di uno scrivere) randagio, solitario,
nevrotico e malinconico, e quindi collocando la sua ascendenza
scrittoria in senso storico-familiare, quanto basta per abbattere
ogni forma di mistica dell'ispirazione». In terzo luogo «sono
stato ammaliato dalla semplicità» di Moresco, «dal suo amore
per le vite semplici e "sovversive", taciturne e
marginali», tanto che nella lettura di Zio
Demostene Andrea Di Consoli ha avuto «la sensazione che nel "grande"
Moresco convergano più "tensioni" della narrativa
di oggi, compiendole tutte: una certa scrittura corporale e
lavica (Scarpa, Genna),
una certa visionarietà ebbra, strampalata e lunare (Cavazzoni),
nonché la netta sensazione che l'invenzione linguistica, così
congiunta alla malinconia e allo struggimento "fraterno",
sia un effetto raro».
Poi, passando al libro, Di Consoli racconta che è nato «dalla
fantasia diabolica di Giovanni Giovannetti, che è editore
da poco epperò ha capito che l'editore deve progettare, pensare,
sognare l'opera insieme all'autore (è questo ciò che manca
nel nostro paese)». Ebbene Giovannetti,
andato a frugare nel Casellario Politico Centrale di Roma
(nessuno spiega per qual motivo), «ha trovato un fascicolo
dedicato interamente a certo Demostene Moresco, la cui foto,
apposta in copertina, aveva una grandissima somiglianza con
Antonio Moresco. Giovannetti alza il telefono e chiama Moresco.
Gli dice: "Ti dice niente il
nome Demostene?". Moresco gli risponde: "E' mio
zio". Da lì nasce l'idea di raccontare le vite randagie
della famiglia Moresco e di questo zio ribelle, scontroso
e dolcissimo», che canta canzoni sovversive e ovviamente viene tenuto d'occhio dalla polizia fascista. «Moresco ci mette
tutti, in una confusione esilarante e struggente: i genitori,
i nonni, gli zii, chi parte e chi resta, chi muore di fame
e chi va in guerra, chi viene molestato dai "signori" e chi ha un segreto
inconfessabile nel cuore. Tutti accomunati
dallo stesso imbarazzo di stare su questa maledetta terra,
tutti umili personaggi di un Nord Italia poverissimo eppure
impeccabile dinanzi al fotografo quando c'è da farsi la foto
con il vestito della domenica».
M.V.