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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

Moresco


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Pasolini 2
Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

(A.Tricomi)

Uno scrittore "apocalittico" in viaggio e alla ricerca della memoria di uno zio sovversivo

Antonio MorescoDue cose su Antonio Moresco a proposito di due suoi libri. Presso l'editore Fanucci è uscito con il titolo Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno. Ne aveva dato notizia Mirella Appiotti nelle molte pagine di Tuttolibri da lei dedicate nello scorso agosto ad anticipare l'uscita autunnale dei romanzi e dei saggi italiani e stranieri. Il libro racconta alcuni eventi memorabili, dal massacro nel Teatro Dubrovka di Mosca all'invasione delle cavallette e viaggi nello spazio e nel tempo. Scrive la Appiotti: «Lo sguardo sul nuovo millennio di uno scrittore apocalittico. Prendere o lasciare. Noi prendiamo». E' un bel giudizio che lo scrittore può inserire con soddisfazione nel proprio album. Che peraltro  appare già ricco se, soltanto fermandoci all'ultimo periodo, troviamo altri due testi marcatamente elogiativi. Alfonso Berardinelli sul Foglio si è rivolto a Moresco con queste parole, riportate da Mirella Appiotti: «Sei un mistico, un anacoreta, un figlio dei padri del deserto… sei eccessivo, hai bisogno di esagerare… qualcuno ti santifica come un genio misconosciuto, emarginato, irredento. Ma tu non vuoi che ti si riconosca, non vuoi redenzione…». E Andrea Di Consoli sull'Unità del 13 settembre scorso pubblica una recensione del recente libro di Moresco Zio Demostene, edito da Effigie di Giovanni Giovannetti (pp. 101, € 12,00), cominciando da alcune sue riflessioni e dalla sensazione provata di «leggere un grande scrittore» perché «in questo romanzo familiare Moresco sa suscitare interesse e commozione in pratica dal niente, ovvero da storie minime di famiglia, finanche tramandate oralmente o supportate da qualche fotografia». In secondo luogo, aggiunge, perché Moresco indagando sul proprio pedigree biologico «trova le ragioni di un vivere (e di uno scrivere) randagio, solitario, nevrotico e malinconico, e quindi collocando la sua ascendenza scrittoria in senso storico-familiare, quanto basta per abbattere ogni forma di mistica dell'ispirazione». In terzo luogo «sono stato ammaliato dalla semplicità» di Moresco, «dal suo amore per le vite semplici e "sovversive", taciturne e marginali», tanto che nella lettura di Zio Demostene Andrea Di Consoli ha avuto «la sensazione che nel "grande" Moresco convergano più "tensioni" della narrativa di oggi, compiendole tutte: una certa scrittura corporale e lavica (Scarpa, Genna), una certa visionarietà ebbra, strampalata e lunare (Cavazzoni), nonché la netta sensazione che l'invenzione linguistica, così congiunta alla malinconia e allo struggimento "fraterno", sia un effetto raro».

Poi, passando al libro, Di Consoli racconta che è nato «dalla fantasia diabolica di Giovanni Giovannetti, che è editore da poco epperò ha capito che l'editore deve progettare, pensare, sognare l'opera insieme all'autore (è questo ciò che manca nel nostro paese)». Ebbene Giovannetti, andato a frugare nel Casellario Politico Centrale di Roma (nessuno spiega per qual motivo), «ha trovato un fascicolo dedicato interamente a certo Demostene Moresco, la cui foto, apposta in copertina, aveva una grandissima somiglianza con Antonio Moresco. Giovannetti alza il telefono e chiama Moresco. Gli dice: "Ti dice niente il nome Demostene?". Moresco gli risponde: "E' mio zio". Da lì nasce l'idea di raccontare le vite randagie della famiglia Moresco e di questo zio ribelle, scontroso e dolcissimo», che canta canzoni sovversive e ovviamente viene tenuto d'occhio dalla polizia fascista. «Moresco ci mette tutti, in una confusione esilarante e struggente: i genitori, i nonni, gli zii, chi parte e chi resta, chi muore di fame e chi va in guerra, chi viene molestato dai "signori" e chi ha un segreto inconfessabile nel cuore. Tutti accomunati dallo stesso imbarazzo di stare su questa maledetta terra, tutti umili personaggi di un Nord Italia poverissimo eppure impeccabile dinanzi al fotografo quando c'è da farsi la foto con il vestito della domenica».

M.V.