Biagio Marin, il poeta di Grado nato nel 1891
e morto fa nel 1985, è stato un personaggio appartato per
vocazione sia geografica sia letteraria. Nelle sue opere in
versi da Elegie istriane a I canti dell’Isola,
a La vita xe
fiama ha saputo evocare e ricordare il dramma degli italiani
d’Istria costretti, dopo la guerra, a un lacerante esodo,
rimasto per i più una immedicabile ferita. Adesso giusto per
il ventennale della morte, la Libreria Editrice
Goriziana ha deciso di pubblicare
La pace lontana, Diari 1941-1950 per la
cura di Ilenia
Marin, un prezioso volume che raccoglie tutte le note
di memoria che il poeta goriziano era venuto accumulando proprio in quel periodo bellico
e postbellico cruciale sia per lui che per la “sua gente”.
Parlandone su Repubblica,
Francesco Erbani rammenta la parabola di Marin che approda alla guerra
fascista convinto e filo-tedesco - come sottolinea
Giovanni Tesio
su La Stampa
nel diario si rinviene persino un grottesco, iperbolico elogio
del Führer (“Dio assista Hitler.
Egli è il vero grande eroe di questa grande epoca. Eroe tragico, di dimensioni
tali, che i Greci mai avrebbero potuto immaginare”).
Poi, via via, fortunatamente si ricrede di fronte agli errori e agli
orrori crescenti del conflitto, respingendo «l’incubo di “un’Europa
in regime uniforme di lavoro germanizzato”,
un continente senz’anima, i cui popoli sono “scancellati nella
loro individualità; non più arte, non poesia, non pensiero:
tecnica tecnica
tecnica”». Ma
è lo sradicamento nel dopoguerra che detta a Marin le pagine
più accorate: «Gli avvenimenti incalzano e gli appunti registrano
la sofferenza… di fronte alle ritorsioni, alle discriminazioni,
al “dolore e l’esilio”… (“Mai più verzeremo le porte / de casa che nasse n’ha visto / mai più
quela crose
del Cristo / sul campo de morte”), (Marin) è il poeta che
rinfaccia all’Italia di aver voltato gli occhi dall’altra
parte, di aver ignorato cosa accadeva ai suoi confini orientali…
Ma è anche il poeta che che conserva lucidità e profondità storica: “Abbiamo fatto
per primi la stessa cosa agli altri”, scrive il 15 maggio
del ’45, “abbiamo annessa la
Slovenia brutalmente, abbiamo fatto la guerra
alla Francia per Nizza, ciò che era più stupido, per la
Savoia… Abbiamo seminato odio e ingiustizia
a piene mani: ora ecco qui l’amaro frutto della nostra semina».