Il rapporto tra scrittura creativa e scienza, viene affrontato da un’intervista rilasciata a Claudio Magris
da Renzo Tomatis,
apparsa sul Corriere.
Allarmati dall’affermazione per la quale «l’uomo di media cultura e lo scrittore, se
non hanno una preparazione altamente specifica, non sono in
grado di capire veramente come è fatto il mondo», il che consegnerebbe
la comprensione dell’esistente, circa allo 0,1% degli abitanti
di questo curioso pianeta, concordiamo invece sulla opportunità
di esaminare il problema.
L’argomento
è affrontato a partire dal romanzo Il
fuoriuscito di Tomatis. Mentre
Magris lamenta che «la letteratura italiana, nonostante alcuni
grandi esempi – basti pensare a Galileo – è nel complesso
digiuna di esperienza scientifica», veniamo rassicurati da Tomatis (medico), il quale ricorda come le esperienze di Musil e di Cechov (rispettivamente
ingegnere e medico), se sono servite «ad analizzare gli eventi
con metodo scientifico e con mirabile precisione» non condizionano
«la loro visione e interpretazione degli eventi».
Se poi
l’articolo, approda a conclusioni diverse da quelle che sembrava
proporsi all’inizio,
chiedendosi se, alla fine, la letteratura porti
dove la ricerca non arriva, ci sentiamo un po’ rassicurati.
Ricerca
scientifica ed artistica, sono solo apparentemente sistemi
incommensurabili: sono infatti basati
entrambi sull’analisi del fenomeno e sulla sintesi interpretativa,
la prima praticata principalmente dalla ricerca scientifica,
che non può comunque fare a meno del momento sintetico, la
seconda dalla ricerca artistica, che necessita comunque del
momento analitico.
Dunque se «pondera, mensura et numero», teorizzate da Galileo, sono la base della ricerca
scientifica e del ragionamento induttivo, l’analisi più complessiva
del fenomeno non può rinunciare allo strumento della sintesi
che è propria del percorso artistico di ricerca.
C’è poi
il discorso sulle applicazioni della ricerca, quando queste
diventano industria, produzione e
lavoro. In merito, ci induce a
riflettere il convegno su narrativa e lavoro,
organizzato dal Premio «Volponi» a Porto San Giorgio, dal
titolo Raccontare il
lavoro: dal romanzo industriale alle narrazioni dell’
economia globale.
L’Unità che ha proposto una serie di racconti
sul tema del lavoro, affronta l’argomento in un articolo di Roberto Carnero. In esso,
Angelo Ferracuti,
interrogato circa la propensione degli scrittori italiani
alla rappresentazione letteraria del lavoro, risponde notando
una crescente attenzione di diversi autori sull’argomento,
e cita l’Età dell’oro
di Edoardo Nesi, e un romanzo a cui sta lavorando Andrea Carraro,
che s’intitolerà Il
sorcio, sul problema del mobbing. Con Ferracuti concorda Giovanna
Rosa, docente di letteratura italiana
contemporanea alla statale di Milano, e cita tra gli altri,
Giuseppe Caliceti,
ed Ermanno Rea, che con la sua Dismissione ambientato a Bagnoli, rappresenta tutta
la contraddittorietà della realtà industriale italiana, con
tutte le sue conseguenze nel mondo del lavoro.
Argomenti, quello della ricerca scientifica e letteraria,
solo apparentemente lontani dal rapporto tra scrittura e mondo
del lavoro, in realtà
saldamente connessi, sia pure da versanti diversi.
M.G.