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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

Scrittura, critica e impegno


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IN PRIMO PIANO ARTICOLI
Pasolini 1
A trent'anni dalla morte resta la parabola ambigua di un poeta sostanzialmente patetico e viscerale
(M.Lunetta)

Pasolini 2
Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

(A.Tricomi)

Tutti assieme e tutti contro tutti, più o meno appassionatamente

Carla BenedettiIn questi mesi sulla stampa culturale abbiamo letto una valanga di dibattiti a più voci e in più puntate, tutti dai toni funebri. Si è parlato molto di morte affliggendosi su tre linee tematiche: la morte della scrittura, la morte della critica, la morte dell'impegno intellettuale. Impossibile citare tutti gli interventi, ne ho contati più di trenta. Ne tenta un bilancio Carla Benedetti sull'Espresso del 6 ottobre scorso in un articolo appassionato il cui titolo non lascia dubbi sull'intento dell'autrice: Scrittori e traditori. In realtà la Benedetti prende per buone soltanto le prese di posizione dei nostri critici letterari che accusano la letteratura italiana di non esprimere «da decenni più nulla di memorabile». Opinioni che lei considera ingiustificate e deleterie, anche perché condivise da tutti. La prima orazione funebre si deve forse a Franco Cordelli con il suo Poeta postumo del 1978, osserva Carla Benedetti, ma poi l'accusa «ha messo d'accordo tutti quanti» ed elenca Luigi Baldacci, Cesare Garboli, Giovanni Raboni, Giulio Ferroni, Romano Luperini, Pier Vincenzo Mengaldo. L'accusa, aggiunge, è stata ripetuta «talmente tante volte che ormai sembra una gag comica». E non basta: «hanno detto anche che non ci sono più critici né "intellettuali"». Ecco il «piccolo florilegio dai giornali estivi» riportato dall'autrice del pezzo: Goffredo Fofi sul Sole 24 Ore: «Trent'anni fa ci lasciarono Carlo Levi e Pier Paolo Pasolini. Vent'anni fa ci lasciarono Italo Calvino e Elsa Morante… Un grande passato. Nessuno ha colmato questi vuoti, nessuno potrà mai colmarli». Angelo Guglielmi intervistato sul Venerdì di Repubblica: «Cosa sta avvenendo nella nostra letteratura? Assolutamente nulla dagli Anni Sessanta, dai tempi di Calvino e Pasolini. E anche del nostro Gruppo 63». Alfonso Berardinelli sul Foglio ha scritto che «gli autori entrati in scena dopo il 1990» sono «mutanti». Piergiorgio Bellocchio, il fondatore dei Quaderni piacentini, intervistato dal Corriere, fa capire che dopo Volponi non ha più incontrato nessuno scrittore italiano interessante. E lo scrittore Sebastiano Vassalli, anche lui intervistato dal Corriere, ha ripetuto amaramente che in effetti questa non è l'epoca giusta per gli scrittori.

Insomma, s'indigna la Benedetti, «un intero mondo culturale che da decenni ripete lo stesso verdetto: siamo tutti morti. Un'allucinazione collettiva» niente affatto innocua, che «al contrario agisce e ha agito in modo devastante», per anni «hanno azzerato le attese, represso gli slanci. Hanno bruciato il terreno delle cultura». Ed ecco che torna la polemica che da anni Carla Benedetti porta avanti. Infatti le rovine della fortezza culturale non possono opporsi all'invasione di «altre forze», scrive, come «la macchina editoriale internazionale» che occupa il mercato «con libri tutti uguali, rendendo difficile la circolazione di quelli che non sono conformi». E qui cambia ruolo, da notaio delle altrui contumelie a pubblica accusa: «Questi nuovi storicisti delusi… non parlano del colonialismo culturale, dell'aggressività della nuova industria editoriale (questa sì mutante), non dell'abbandono del campo da parte di critici e giornalisti culturali rassegnati, quando non conniventi con la logica pubblicitaria che sta aggredendo il terreno del pensiero e dell'espressione».

Ed ora la requisitoria finale che parte dai «miti di morte» utili soltanto «ai veri avversari con cui ci troviamo in un conflitto diretto: la normalizzazione dei generi letterari, la monocultura del noir e del thriller, il ricatto populistico delle classifiche di vendita, l'enorme spazio dato alla cultura anglofona, l'audience che sostituisce il giudizio, la promozione pubblicitaria travestita da recensione, i testimonial televisivi e i book-jokey che hanno preso il posto dei critici, i tempi stretti imposti dagli uffici stampa editoriali che impediscono la riflessione, le grandi macchine di ottundimento e colonizzazione dell'immaginario».

Come si vede il tono è acceso, apocalittico, ma certi colpi vanno a segno. Dunque è una guerra quella in cui ci troviamo a vivere? Solo letteraria per fortuna, ma senza quartiere? Forse bisogna dar ragione alla Benedetti, ma certo è una guerra che non vogliamo. Nel senso che siamo pacifisti. Quello che dobbiamo chiederci - e chiedere anche, e forse prima di tutti, all'autrice della requisitoria - è quali armi abbiamo per combattere.

Per ora si può proporre un altro florilegio. Cominciando da Mario Lavagetto, autore del pamphlet Eutanasia della critica, uscito qualche mese fa presso Einaudi (pp. 96,€ 7,00), che in un intervista rilasciata a Giovanni Choukhadarian e pubblicata dal quindicinale Stilos, che ha dedicato al dibattito sulla critica due paginoni del numero datato 13-26 settembre. Il motivo del suo testo, spiega Lavagetto, è stato il desiderio di «sottolineare le difficoltà di una disciplina che rischia di essere pian piano emarginata e soppressa in modo apparentemente indolore. Se ne parla sempre meno, la si pubblica sempre meno, la si riduce a una funzione di amplificatore pubblicitario per i libri a larga circolazione, finendo per collocarla, non importa se intenzionalmente, tra gli strumenti di persuasione subliminare». Dunque la critica non è morta, la vogliono uccidere lentamente, tant'è vero che Lavagetto afferma questo principio: «la teoria letteraria è parte organica della letteratura e non può in alcun modo essere estirpata senza compromettere l'esistenza dell'intero "organismo"». Poi il saggista sostiene che la critica deve essere una guida accorta alla lettura e che «l'arte del commento è difficile e richiede intelligenza critica ma, in egual misura, discrezione e spirito di servizio». Lui sposa le idee di Ugo Foscolo che scrisse: «Il commento deve essere critico per mostrare la ragione poetica; filologico per delucidare il genio della lingua e le origini delle voci solenni; istorico per illuminare i tempi ne' quali scrisse l'autore e i fatti da lui cantati; filosofico acciocché dalle origini delle voci solenni e da' monumenti della storia tragga quelle verità universali e perpetue rivolte all'utilità dell'animo alla quale mira la poesia».

Alla richiesta di un parere sulla narrativa italiana degli ultimi vent'anni Lavagetto non fa nomi né bilanci, però dice: «non sono sicuro che la morte di Calvino costituisca davvero uno spartiacque o un punto d'osservazione privilegiato. Perché non piuttosto la morte di Pasolini? O la morte di Moravia? O soprattutto l'impatto del postmoderno?». Domande a cui Mario Lavagetto cerca risposta e noi con lui.

Vediamo che cosa ne pensa Romano Luperini, docente di Letteratura italiana all'Università di Siena e recente autore de La fine del postmoderno (ed. Guida, pp. 129, € 8,50), intervistato da Patrizia Danzè e pubblicato anche lui da Stilos, di fronte a Lavagetto. Innanzi tutto chiariamo alcune cose sul postmodernismo: quel «periodo della teoria della giustapposizione e della differenza, che si sostituivano alla contraddizione, ha fallito», dice Luperini. «Vattimo in campo filosofico e Ceserani in quello letterario hanno creduto che la postmodernità fosse una nuova epoca storica, che aprisse nuovi mondi» … «ma questa epoca storica non c'è stata». E adesso, prosegue, «c'è voglia di tornare alla materialità nell'arte e nelle situazioni concrete. La leggerezza, le angelologie, i neoplatonismi o le miscele di facili nichilismi e misticismi aristocratici, il mondo ridotto a parola, non reggono più». E per quanto riguarda la narrativa «questa evoluzione si è vista in alcuni "cannibali", come Nove e Ammaniti, i quali, forse più il secondo che il primo, passano da storie dove l'identità storica è molto sullo sfondo a situazioni concrete di là delle quali c'è un'Italia storicamente e socialmente individuabile». E Luperini non si esime dal fare altri nomi di scrittori contemporanei: «Un'ottica modernista c'è anche nel Balestrini di Sandokan. Storia di camorra. A confrontarlo con Tristano muore di Tabucchi è evidente come il primo aderisca alla cronaca spietata della realtà, rappresentata anche  iperrealisticamente e dunque modernisticamente; il secondo è un esempio di postmodernismo colto ed elegante, giocato su una prospettiva ontologica-nichilistica».

Quanto alla questione del declino, anche Luperini conviene che un processo di declino si è verificato in Italia negli Anni Ottanta, «non solo politico ed economico, ma anche intellettuale» poiché c'è stato «come un salto tra le generazioni» e di conseguenza «Fortini, Sciascia e Volponi sono stati dimenticati; Pasolini, soprattutto quello migliore, il saggista, ha avuto la stessa fine ed è stato ridotto all'icona di un santino omosessuale. L'unico che resiste è Calvino forse perché il suo razionalismo e la sua chiarezza illuministica sono un modo di accettare la realtà e farla accettare in maniera silenziosa senza mettersi in gioco o scoprirsi». Nessuno da salvare? A giudizio di Luperini «elementi nuovi ci sono stati ma non rivoluzionari… l'unico ad apportare delle vere novità e ad aver lasciato degli eredi è stato Tondelli perché non s'è lasciato molto depistare dall'ontologico, forse perché la sua esperienza di vita gli ha dato la capacità di stare ancorato a situazioni concrete». Apprezzamento anche per il Gruppo 63, che è stato «portatore di una nuova visione del mondo, fino agli Anni Settanta».

E veniamo alla morte della critica. Romano Luperini non ha dubbi: «La crisi della critica è l'altra faccia della crisi degli intellettuali, che, perduta la funzione di intellettuali- legislatori, tendono ad assumere quella di intellettuali-esperti, al servizio di istituzioni pubbliche o private, o di intellettuali-intrattenitori». Indagando sulle ragioni di tale disastro, il saggista ritiene che «insieme con le cause oggettive della crisi date dall'ingranaggio dell'industria culturale, dal tramonto dell'umanesimo, dalla crisi della lettura e dalla caduta del nesso tra filologia e critica, ci sono anche cause soggettive che distruggendo l'impegno civile lo hanno derubricato a chiacchiera» e ancora «tutto questo ha contribuito a isterilire la critica, che, per sua natura, deve svolgere una funzione sociale, deve rivolgersi a un pubblico che la segue. Oggi invece la critica è relegata nei luoghi istituzionali, gli autori si rivolgono al pubblico senza la mediazione della critica e si comportano come cantautori, messi là dalla macchina propagandistica. E non c'è più dibattito culturale né conflitto di poetiche». Sembra che restino poche speranze per il futuro. E infatti Luperini sostiene che «finché in Italia ci sarà vuoto sociale e mancherà fervore di vita civile e culturale non si uscirà dalla crisi».

Dobbiamo dire che, sfogliando e compulsando, pare che a dare il via a questa lunga estate ardente della nostra letteratura sia stato un articolo di Luca Canali uscito sull'Unità il 3 giugno scorso e dedicato all'ultimo libro di Giulio Ferroni I confini della critica edito da Guida, in cui il saggista afferma che ogni critico deve esercitare un eclettismo diffidente, cioè la disponibilità ad aperture problematiche nei confronti di altre discipline, essere pronto al dialogo ma anche al conflitto contro la corrività del postmoderno, e essere animato da una "pietas" verso la memoria che la letteratura deposita in sé.

Per finire, affrontiamo la mole massiccia e articolata del dibattito svolto sulle pagine del Corriere della sera, condotto lodevolmente da Paolo Di Stefano, il quale per tutta l'estate, in genere il mercoledì, ha dedicato una pagina del giornale a conversazioni con scrittori e critici letterari, sotto la testatina I libri L'impegno, colloqui nei quali sono via via confluiti tutti temi letterari di cui fin qui abbiamo parlato. La serie è cominciata il 29 giugno con un incontro con Alfonso Berardinelli, è proseguita con Ferroni, Cordelli, Lavagetto, La Capria, Carla Benedetti, Vassalli, Bellocchio, Doninelli, Mengaldo, Sanguineti, La Porta, Onofri, Luperini, Piperno e per ultimi, per ora, Giuseppe Conte e Antonio Scurati. Nomi, come si vede in gran parte già citati qui sopra, quindi riportiamo soltanto qualche dichiarazione del poeta ligure, come questa, da condividere: «Non potrei mai pensare che con la caduta delle ideologie politiche siano venute meno le ideologie letterarie. Anzi. La letteratura non può limitarsi a essere un gioco linguistico o un prodotto adatto al mercato, deve sempre più disegnare una visione del mondo e una visione spirituale». E più avanti: «L'equilibrio tra uomo e natura è un argomento su cui il poeta dovrebbe riflettere». Sugli autori di oggi Conte dice  che distingue «tra autori che hanno preoccupazioni etico-spirituali e autori materialisti: per questo a Sanguineti ed Eco preferisco di gran lunga Citati e Magris. E anche l'itinerario di Segre, dalla semiotica e dallo strutturalismo alla critica come impegno, per me è esemplare… Voglio dire che Eco e Sanguineti sono più distruttivi che costruttivi… semmai ritengo che Eco con i suoi romanzi abbia avuto un notevole influsso sui narratori italiani, aprendo importanti interrogativi sul rapporto con il romanzo di genere e con la letteratura popolare». Quanto agli scrittori giovani, ai "cannibali", Conte li liquida con questa osservazione: «Facendo la fenomenologia del mondo così com'è si finisce con l'aderire al proprio oggetto, si finisce per confermare l'esistente», in pratica «i nipotini della neoavanguardia, raccontando il mondo dei supermercati, della televisione, della pubblicità hanno aderito al mercato e al consumo, senza criticarlo ma mimandolo». E allora qual è la soluzione? «la vera rivoluzione per me è il lirismo filosofico e mistico di un poeta come Adonis, incompatibile con il mondo contemporaneo, ma capace di raccontare il mondo nella sua complessità».

M. V.