In questi mesi sulla stampa culturale abbiamo letto una valanga
di dibattiti a più voci e in più puntate, tutti dai toni funebri.
Si è parlato molto di morte affliggendosi su tre linee tematiche:
la morte della scrittura, la morte della critica, la morte
dell'impegno intellettuale. Impossibile citare tutti gli interventi,
ne ho contati più di trenta. Ne tenta un bilancio Carla Benedetti
sull'Espresso del
6 ottobre scorso in un articolo appassionato il cui titolo
non lascia dubbi sull'intento dell'autrice: Scrittori
e traditori. In realtà la Benedetti prende per buone soltanto le
prese di posizione dei nostri critici letterari che accusano
la letteratura italiana di non esprimere «da decenni più nulla
di memorabile». Opinioni che lei considera ingiustificate e deleterie, anche perché
condivise da tutti. La prima orazione funebre si deve
forse a Franco Cordelli con il suo Poeta postumo del 1978, osserva Carla Benedetti, ma poi l'accusa
«ha messo d'accordo tutti quanti» ed elenca Luigi Baldacci, Cesare Garboli, Giovanni Raboni, Giulio
Ferroni, Romano
Luperini, Pier
Vincenzo Mengaldo. L'accusa, aggiunge, è stata ripetuta
«talmente tante volte che ormai sembra una gag comica». E non basta: «hanno
detto anche che non ci sono più critici né "intellettuali"». Ecco il «piccolo florilegio dai giornali estivi» riportato
dall'autrice del pezzo: Goffredo
Fofi sul Sole 24
Ore: «Trent'anni fa ci lasciarono Carlo
Levi e Pier Paolo Pasolini. Vent'anni fa ci lasciarono
Italo Calvino e Elsa Morante…
Un grande passato. Nessuno ha colmato questi
vuoti, nessuno potrà mai colmarli». Angelo
Guglielmi intervistato sul Venerdì
di Repubblica:
«Cosa sta avvenendo nella nostra
letteratura? Assolutamente nulla dagli Anni Sessanta, dai
tempi di Calvino e Pasolini. E anche
del nostro Gruppo 63». Alfonso
Berardinelli sul Foglio
ha scritto che «gli autori entrati in scena dopo il 1990»
sono «mutanti». Piergiorgio Bellocchio, il fondatore dei Quaderni piacentini, intervistato dal Corriere, fa capire che dopo Volponi non ha
più incontrato nessuno scrittore italiano interessante. E
lo scrittore Sebastiano
Vassalli, anche lui intervistato dal Corriere,
ha ripetuto amaramente che in effetti questa non è l'epoca
giusta per gli scrittori.
Insomma, s'indigna la Benedetti, «un intero mondo
culturale che da decenni ripete lo stesso verdetto: siamo
tutti morti. Un'allucinazione collettiva» niente affatto innocua,
che «al contrario agisce e ha agito
in modo devastante», per anni «hanno azzerato le attese, represso
gli slanci. Hanno bruciato il terreno delle
cultura». Ed ecco che torna la polemica
che da anni Carla Benedetti porta avanti. Infatti le rovine della fortezza culturale non possono opporsi
all'invasione di «altre forze», scrive, come «la macchina
editoriale internazionale» che occupa il mercato «con libri
tutti uguali, rendendo difficile la circolazione di quelli
che non sono conformi». E qui cambia
ruolo, da notaio delle altrui contumelie a pubblica accusa:
«Questi nuovi storicisti delusi… non parlano del colonialismo
culturale, dell'aggressività della nuova industria editoriale
(questa sì mutante), non dell'abbandono del campo da parte
di critici e giornalisti culturali
rassegnati, quando non conniventi con la logica pubblicitaria
che sta aggredendo il terreno del pensiero e dell'espressione».
Ed ora la requisitoria finale che parte dai
«miti di morte» utili soltanto «ai veri avversari con cui
ci troviamo in un conflitto diretto: la normalizzazione dei
generi letterari, la monocultura del noir e del thriller,
il ricatto populistico delle classifiche di vendita, l'enorme
spazio dato alla cultura anglofona, l'audience che sostituisce
il giudizio, la promozione pubblicitaria travestita da recensione,
i testimonial televisivi e i book-jokey che hanno preso il
posto dei critici, i tempi stretti imposti dagli uffici stampa
editoriali che impediscono la riflessione, le grandi macchine
di ottundimento e colonizzazione dell'immaginario».
Come si vede il tono è acceso, apocalittico,
ma certi colpi vanno a segno. Dunque è una guerra quella
in cui ci troviamo a vivere? Solo letteraria per fortuna, ma senza quartiere?
Forse bisogna dar ragione alla Benedetti,
ma certo è una guerra che non vogliamo. Nel senso che siamo
pacifisti. Quello che dobbiamo chiederci - e chiedere anche,
e forse prima di tutti, all'autrice della requisitoria - è
quali armi abbiamo per combattere.
Per ora si può proporre un altro florilegio. Cominciando
da Mario Lavagetto,
autore del pamphlet Eutanasia
della critica, uscito qualche mese fa presso Einaudi (pp.
96,€ 7,00), che in un intervista
rilasciata a Giovanni
Choukhadarian e pubblicata dal quindicinale Stilos, che ha dedicato al dibattito sulla critica due paginoni del
numero datato 13-26 settembre. Il motivo del suo testo, spiega
Lavagetto, è stato il desiderio di «sottolineare
le difficoltà di una disciplina che rischia di essere pian
piano emarginata e soppressa in modo apparentemente indolore.
Se ne parla sempre meno, la si pubblica
sempre meno, la si riduce a una funzione di amplificatore
pubblicitario per i libri a larga circolazione, finendo per
collocarla, non importa se intenzionalmente, tra gli strumenti
di persuasione subliminare». Dunque la critica non è morta, la vogliono uccidere lentamente,
tant'è vero che Lavagetto afferma questo principio: «la teoria
letteraria è parte organica della letteratura e non può in
alcun modo essere estirpata senza compromettere l'esistenza
dell'intero "organismo"». Poi il saggista sostiene
che la critica deve essere una guida accorta alla lettura
e che «l'arte del commento è difficile e richiede intelligenza
critica ma, in egual misura, discrezione e spirito di servizio».
Lui sposa le idee di Ugo Foscolo che scrisse: «Il commento deve essere critico per mostrare
la ragione poetica; filologico per delucidare il genio della
lingua e le origini delle voci solenni; istorico per illuminare
i tempi ne' quali scrisse l'autore e i fatti da lui cantati; filosofico
acciocché dalle origini delle voci solenni e da' monumenti
della storia tragga quelle verità universali e perpetue rivolte
all'utilità dell'animo alla quale mira la poesia».
Alla richiesta di un parere sulla narrativa italiana degli
ultimi vent'anni Lavagetto non fa nomi né bilanci, però dice:
«non sono sicuro che la morte di Calvino
costituisca davvero uno spartiacque o un punto d'osservazione
privilegiato. Perché non piuttosto la morte di Pasolini? O la morte di Moravia? O soprattutto
l'impatto del postmoderno?». Domande
a cui Mario Lavagetto cerca risposta e noi con lui.
Vediamo che cosa ne pensa Romano Luperini, docente
di Letteratura italiana all'Università di Siena e recente
autore de La fine del postmoderno (ed. Guida, pp.
129, € 8,50), intervistato da Patrizia
Danzè e pubblicato anche lui da Stilos,
di fronte a Lavagetto. Innanzi tutto chiariamo
alcune cose sul postmodernismo: quel «periodo della teoria
della giustapposizione e della differenza, che si sostituivano
alla contraddizione, ha fallito», dice Luperini. «Vattimo
in campo filosofico e Ceserani
in quello letterario hanno creduto che la postmodernità fosse
una nuova epoca storica, che aprisse nuovi mondi»
… «ma questa epoca storica non c'è stata». E
adesso, prosegue, «c'è voglia di tornare alla materialità
nell'arte e nelle situazioni concrete. La leggerezza, le angelologie,
i neoplatonismi o le miscele di facili nichilismi e misticismi
aristocratici, il mondo ridotto a parola, non reggono più».
E per quanto riguarda la narrativa «questa evoluzione si è vista in alcuni "cannibali",
come Nove e Ammaniti, i quali, forse più il secondo
che il primo, passano da storie dove l'identità storica è
molto sullo sfondo a situazioni concrete di là delle quali
c'è un'Italia storicamente e socialmente individuabile». E
Luperini non si esime dal fare altri nomi di scrittori contemporanei:
«Un'ottica modernista c'è anche nel Balestrini di Sandokan. Storia di camorra. A confrontarlo con Tristano muore di Tabucchi è evidente come il primo aderisca alla cronaca spietata della
realtà, rappresentata anche iperrealisticamente e dunque modernisticamente;
il secondo è un esempio di postmodernismo colto ed elegante,
giocato su una prospettiva ontologica-nichilistica».
Quanto alla questione del declino,
anche Luperini conviene che un processo di declino
si è verificato in Italia negli Anni
Ottanta, «non solo politico ed economico, ma anche intellettuale»
poiché c'è stato «come un salto tra le generazioni» e di conseguenza
«Fortini, Sciascia e Volponi
sono stati dimenticati; Pasolini,
soprattutto quello migliore, il saggista, ha avuto la stessa
fine ed è stato ridotto all'icona di un santino omosessuale.
L'unico che resiste è Calvino forse perché il suo razionalismo
e la sua chiarezza illuministica
sono un modo di accettare la realtà e farla accettare in maniera
silenziosa senza mettersi in gioco o scoprirsi». Nessuno da
salvare? A giudizio di Luperini «elementi nuovi ci sono stati
ma non rivoluzionari… l'unico ad apportare delle vere novità
e ad aver lasciato degli eredi è stato Tondelli perché non s'è lasciato
molto depistare dall'ontologico, forse perché la sua esperienza
di vita gli ha dato la capacità di stare ancorato a situazioni
concrete». Apprezzamento anche per il Gruppo
63, che è stato «portatore di una nuova visione del mondo,
fino agli Anni Settanta».
E veniamo alla morte della critica.
Romano Luperini
non ha dubbi: «La crisi della critica è l'altra faccia della
crisi degli intellettuali, che, perduta la funzione di
intellettuali- legislatori, tendono ad assumere quella
di intellettuali-esperti, al servizio di istituzioni pubbliche
o private, o di intellettuali-intrattenitori». Indagando sulle
ragioni di tale disastro, il saggista ritiene che «insieme
con le cause oggettive della crisi date dall'ingranaggio dell'industria
culturale, dal tramonto dell'umanesimo, dalla crisi della
lettura e dalla caduta del nesso tra filologia e critica,
ci sono anche cause soggettive che distruggendo l'impegno
civile lo hanno derubricato a chiacchiera» e ancora «tutto
questo ha contribuito a isterilire
la critica, che, per sua natura, deve svolgere una funzione
sociale, deve rivolgersi a un pubblico che la segue. Oggi
invece la critica è relegata nei luoghi istituzionali, gli
autori si rivolgono al pubblico senza la mediazione della
critica e si comportano come cantautori, messi là dalla macchina
propagandistica. E non c'è più dibattito culturale né conflitto di poetiche».
Sembra che restino poche speranze per il futuro. E
infatti Luperini sostiene che «finché in Italia ci
sarà vuoto sociale e mancherà fervore di vita civile e culturale
non si uscirà dalla crisi».
Dobbiamo dire che, sfogliando e compulsando, pare che a dare
il via a questa lunga estate ardente della nostra letteratura
sia stato un articolo di Luca
Canali uscito sull'Unità il 3 giugno scorso e dedicato all'ultimo
libro di Giulio Ferroni I confini della critica edito da Guida, in cui il saggista afferma
che ogni critico deve esercitare un eclettismo diffidente,
cioè la disponibilità ad aperture
problematiche nei confronti di altre discipline, essere pronto
al dialogo ma anche al conflitto contro la corrività del postmoderno,
e essere animato da una "pietas" verso la memoria
che la letteratura deposita in sé.
Per finire, affrontiamo la mole massiccia e articolata del
dibattito svolto sulle pagine del Corriere
della sera, condotto lodevolmente da Paolo
Di Stefano, il quale per tutta l'estate, in genere il
mercoledì, ha dedicato una pagina del giornale a conversazioni
con scrittori e critici letterari, sotto la testatina
I libri L'impegno,
colloqui nei quali sono via via confluiti tutti temi letterari
di cui fin qui abbiamo parlato. La serie è
cominciata il 29 giugno con un incontro con Alfonso
Berardinelli, è proseguita con Ferroni,
Cordelli, Lavagetto, La Capria, Carla Benedetti, Vassalli, Bellocchio, Doninelli, Mengaldo,
Sanguineti, La
Porta, Onofri, Luperini,
Piperno e per ultimi, per ora, Giuseppe
Conte e Antonio
Scurati. Nomi, come si vede in gran parte già citati qui
sopra, quindi riportiamo soltanto
qualche dichiarazione del poeta ligure, come questa, da condividere:
«Non potrei mai pensare che con la caduta delle ideologie
politiche siano venute meno le ideologie
letterarie. Anzi. La letteratura non può limitarsi a
essere un gioco linguistico o un prodotto adatto al mercato,
deve sempre più disegnare una visione del mondo e una visione
spirituale». E più avanti: «L'equilibrio
tra uomo e natura è un argomento
su cui il poeta dovrebbe riflettere». Sugli autori di
oggi Conte dice che
distingue «tra autori che hanno preoccupazioni etico-spirituali
e autori materialisti: per questo a Sanguineti
ed Eco preferisco di gran lunga Citati e Magris. E anche l'itinerario di Segre, dalla semiotica e dallo strutturalismo
alla critica come impegno, per me è esemplare… Voglio dire
che Eco e Sanguineti sono più distruttivi che costruttivi…
semmai ritengo che Eco con i suoi romanzi abbia avuto un notevole
influsso sui narratori italiani, aprendo importanti interrogativi
sul rapporto con il romanzo di genere e con la letteratura
popolare». Quanto agli scrittori giovani, ai "cannibali",
Conte li liquida con questa osservazione:
«Facendo la fenomenologia del mondo così com'è
si finisce con l'aderire al proprio oggetto, si finisce
per confermare l'esistente», in pratica «i nipotini della
neoavanguardia, raccontando il mondo dei supermercati, della
televisione, della pubblicità hanno aderito al mercato e al
consumo, senza criticarlo ma mimandolo». E
allora qual è la soluzione? «la vera rivoluzione per me è
il lirismo filosofico e mistico di un poeta come Adonis,
incompatibile con il mondo contemporaneo,
ma capace di raccontare il mondo nella sua complessità».
M. V.