Nato a Budapest nel settembre 1905 da una famiglia ebrea,
Arthur Koestler a quindici anni si trasferisce
con i genitori a Vienna, a ventuno parte
per la
Palestina, nel 1929 torna in Europa e, stabilitosi
in Germania, abbraccia la causa comunista. In seguito all’ascesa
al potere di Hitler, Koestler si stabilisce a Parigi, continuando
da lì le sue attività giornalistiche.
Ma fu il suo viaggio in Spagna a segnare fortemente la sua
carriera professionale e le sue future convinzioni politiche,
infatti al ritorno in Francia si distacca definitivamente
dal partito comunista, che considera cinico, brutale e troppo
vicino alle posizioni della casa madre sovietica.
Il libro più famoso dello scrittore ungherese, Buio
a mezzogiorno,
che gli regala la fama internazionale, analizza con
lucidità, come sottolinea Piero Ignazi
sul Sole 24 ore,
i meccanismi perversi di un’adesione fideistica a una causa
totalizzante e descrive come essa porti all’annichilimento
della persona in nome di un fine superiore attraverso il rullo
compressore di una pretesa verità assoluta.
Koestler sarà un critico molto tagliente sia verso il comunismo
che il fascismo, ma non rinunciò mai all’idea che si possa costruire un mondo migliore. Poi, negli anni, abbandonò
progressivamente l’impegno politico dedicandosi ad altri interessi,
fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1983.
Koestler, coltivava una sua particolare “logica dell’umorismo”,
come titola anche l’articolo del
Sole 24 ore: il riso, per lui, dà sfogo a eccitazioni emotive che
sono diventate inutili, che vanno eliminate seguendo le vie
di minor resistenza. Per lo scrittore comicità e impegno appartengono
a campi cognitivi che non sono separati da un confine netto:
il giullare è il fratello del saggio.
La sua vita è stata degna di un romanzo d’avventure e, soprattutto,
fu caratterizzata dalle tipiche e cruciali problematiche del ’900.
M.Vel.