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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

Cultura e politica


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A trent'anni dalla morte resta la parabola ambigua di un poeta sostanzialmente patetico e viscerale
(M.Lunetta)

Pasolini 2
Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

(A.Tricomi)

Dal fascismo al comunismo, il progetto egemonico di Togliatti passò per l'arruolamento degli intellettuali di Bottai

Il libro 'I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948' di Mirella SerriSe si fruga nella storia italiana della prima metà del Novecento ci si imbatte in personaggi dalla vita singolare, soprattutto se si esplorano gli intrecci tra cultura e politica. Un certo numero di italiani ha inneggiato al fascismo fino al 24 luglio del '43 e il giorno dopo si è lanciato a caccia di simboli del regime e di busti del duce per abbatterli e sbeffeggiarli. Forse non erano quelli che andavano alle adunate oceaniche, forse erano quelli che erano costretti ad andarci per non rischiare guai, forse erano quelli che da anni covavano risentimenti, di certo erano quelli che si opponevano al regime e preparavano la caduta di Mussolini. E' normale, è una legge storica.

Adesso un libro documenta il comportamento di molti intellettuali famosi che hanno militato sotto due bandiere, prima erano schierati con il fascio e dopo sono passati a sinistra. Parliamo del saggio di Mirella Serri dal titolo I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948, edito da Corbaccio, pp.369, € 19,60. E' una ricerca minuziosa, ricca di particolari e di correlazioni quella condotta da Mirella Serri, giornalista culturale della Stampa e studiosa del nostro passato recente. Intanto viene definita l'area in cui il fenomeno delle due vite si è prodotto ed è l'area che ruotava intorno alla rivista quindicinale Primato, fondata e diretta dal potente ministro Giuseppe Bottai, che era stata concepita, scrive la Serri, «come il piano nobile della propaganda fascista» e doveva «elaborare teorie e avanzare proposte sul terreno del Nuovo ordine europeo», ma sostenne «assai intensamente un punto di vista razzista» nei suoi commenti e approfondimenti.

Certo il titolo I redenti sembra una definizione un tantino riduttiva, accomodante, sicché Mirella Serri si sente in dovere di spiegare le ragioni della scelta scrivendo che è stata preferita a quella di «dissimulatori» tenendo conto dei due momenti di quelle vicende poiché quegli intellettuali «già in crisi o critici nei confronti della dittatura» vissero un'avventura assai sofferta dovendo «scegliere tra un'assenza di vita, ovvero astenersi dalla vita pubblica, oppure essere utilizzati, grazie anche ai propri talenti, come efficaci strumenti di penetrazione culturale e politica». In realtà le convinzioni e le posizioni di questa schiera di intellettuali erano diversissime. Ci furono «i doppiogiochisti come Mario Alicata, militante rivoluzionario nei ranghi del regime per far proseliti alla causa comunista», ma anche quelli «convinti sostenitori del fascismo ma che disprezzavano l'arroganza dei gerarchi, il "pescecanismo", la corruzione, le "anomalie" interne del regime» e poi ancora quelli che «nutrivano dubbi sul fascismo, ne sostenevano la causa ma obbedivano, come diceva Enzo Forcella, alle "ragioni della guerra"».

Vediamo altri nomi: Carlo Muscetta, «certamente il più ingegnoso» lo definisce Nello Ajello su la Repubblica del 27 settembre scorso, si è giustificato citando il saggio dello scrittore del Seicento Torquato Accetto La dissimulazione onesta e sostenendo che Bottai sapeva benissimo come la pensavano lui, Alicata e gli altri giovani collaboratori. Il poeta Alfonso Gatto disse che aveva fatto come chi giura incrociando le dita, lo storico Delio Cantimori sostenne che si era rifugiato in una sorta di "nicodemismo" adeguandosi al pensiero dominante e nascondendo le proprie vere convinzioni. E altri ancora, come il pittore Renato Guttuso, il regista cinematografico Michelangelo Antonioni, l'archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli e lo storico Carlo Morandi, che riconobbe «Abbiamo peccato un po' tutti», quasi che questa comunanza nell'errore fosse un salvacondotto generale.

Di fronte al ritorno dei redenti parecchi si mostrarono intransigenti, altri più cauti. Tra questi, Nello Ajello cita «gli esponenti del Partito d'azione e qualche liberale, da Pietro Calamandrei a Guido De Ruggiero, da Ernesto Rossi a Pietro Pancrazi e Francesco Flora» d'accordo con i comunisti «Velio Spano, Pietro Secchia, Celeste Negarville, Vittorio Vidali». Al contrario di Palmiro Togliatti, aggiunge Ajello: «Generoso (e in qualche caso scopertamente strumentale) risultò il perdono impartito da Togliatti a quegli intellettuali che considerava funzionali al suo progetto di un'egemonia culturale». In sostanza «un anticipo di quella "benevola amnistia" che porterà la sua firma come Guardasigilli)».

Comunque Mirella Serri non è riuscita a scampare all'accusa di conformismo rivoltale da Annalisa Terranova sul Secolo d'Italia, organo di Alleanza Nazionale, il partito dei fascisti sdoganati (cioè "redenti" alla democrazia, si può dire). Ce lo fa sapere Dino Messina sul Corriere della sera del 13 ottobre. E' un attacco obliquo, nel senso che la Terranova nel suo articolo intitolato Basta revisionismi si torna a Marx «ha criticato duramente il ciclo di dibattiti curato dalla Serri "Conversazioni sulla storia"» sottolineando il tema della discussione coordinata dal corsivista dell'Unità Bruno Gravagnuolo Tutto Marx deve stare in soffitta? e facendone scaturire «la domanda maliziosa: "Forse la manifestazione vuole riposizionarsi in vista del voto di primavera?"».  E poi l'articolista del Secolo ha proseguito la sua polemica scrivendo che «nessuno storico di orientamento antiprogressista» è stato chiamato, che Giano Accame, spesso invitato, questa volta è assente e che la faziosità della Serri è provata dalla tavola rotonda da lei organizzata su Omosessualità e fascismo senza parlare delle discriminazioni operate dal PCI nei confronti di Pier Paolo Pasolini.

Dal canto suo Mirella Serri ha replicato, informa Messina, che «tra i presenti ci sono storici come Eugenio Di Rienzo e Mauro Canali che hanno un orientamento del tutto diverso da altri partecipanti come Nicola Tranfaglia o Gian Enrico Rusconi. Che un politologo di valore come Giovanni Sartori non ha difficoltà a criticare in egual misura destra e sinistra. "E poi - ha detto la Serri - non credo a un manuale Cencelli nella storiografia"».

M.V.