Se si fruga nella storia italiana della prima metà del Novecento ci si imbatte in personaggi dalla vita singolare,
soprattutto se si esplorano gli intrecci tra cultura e politica.
Un certo numero di italiani ha inneggiato
al fascismo fino al 24 luglio del '43 e il giorno dopo si
è lanciato a caccia di simboli del regime e di busti del duce
per abbatterli e sbeffeggiarli. Forse non erano quelli che
andavano alle adunate oceaniche, forse erano quelli che erano
costretti ad andarci per non rischiare guai, forse erano quelli
che da anni covavano risentimenti, di certo erano quelli che
si opponevano al regime e preparavano la caduta di Mussolini.
E' normale, è una legge storica.
Adesso un libro documenta il comportamento di molti intellettuali
famosi che hanno militato sotto due bandiere, prima erano
schierati con il fascio e dopo sono passati a sinistra. Parliamo
del saggio di Mirella
Serri dal titolo I
redenti. Gli intellettuali che vissero due
volte. 1938-1948, edito
da Corbaccio, pp.369,
€ 19,60. E' una ricerca minuziosa, ricca di particolari e di correlazioni quella
condotta da Mirella Serri, giornalista culturale della
Stampa e studiosa del nostro passato recente.
Intanto viene definita l'area in
cui il fenomeno delle due vite si è prodotto ed è l'area che
ruotava intorno alla rivista quindicinale Primato,
fondata e diretta dal potente ministro Giuseppe
Bottai, che era stata concepita, scrive la Serri, «come il piano nobile della propaganda fascista»
e doveva «elaborare teorie e avanzare proposte sul terreno
del Nuovo ordine europeo», ma sostenne «assai intensamente
un punto di vista razzista» nei suoi commenti e approfondimenti.
Certo il titolo I redenti sembra
una definizione un tantino riduttiva, accomodante, sicché
Mirella Serri si sente in dovere di spiegare le ragioni della
scelta scrivendo che è stata preferita a quella di «dissimulatori»
tenendo conto dei due momenti di quelle vicende poiché quegli
intellettuali «già in crisi o critici nei confronti della
dittatura» vissero un'avventura assai sofferta dovendo «scegliere
tra un'assenza di vita, ovvero astenersi dalla vita pubblica,
oppure essere utilizzati, grazie anche ai propri talenti,
come efficaci strumenti di penetrazione culturale e politica».
In realtà le convinzioni e le posizioni di questa schiera
di intellettuali erano diversissime.
Ci furono «i doppiogiochisti come Mario
Alicata, militante rivoluzionario nei ranghi del regime
per far proseliti alla causa comunista», ma anche quelli «convinti
sostenitori del fascismo ma che disprezzavano l'arroganza
dei gerarchi, il "pescecanismo", la corruzione,
le "anomalie" interne del regime» e poi ancora quelli
che «nutrivano dubbi sul fascismo, ne sostenevano la causa
ma obbedivano, come diceva Enzo
Forcella, alle "ragioni della guerra"».
Vediamo altri nomi: Carlo
Muscetta, «certamente il più ingegnoso» lo definisce Nello Ajello su la Repubblica del 27
settembre scorso, si è giustificato citando il saggio dello
scrittore del Seicento Torquato
Accetto La dissimulazione onesta e sostenendo che
Bottai sapeva benissimo come la pensavano lui, Alicata e gli
altri giovani collaboratori. Il poeta Alfonso
Gatto disse che aveva fatto come chi giura incrociando
le dita, lo storico Delio Cantimori sostenne che si era rifugiato
in una sorta di "nicodemismo" adeguandosi al pensiero
dominante e nascondendo le proprie vere convinzioni. E
altri ancora, come il pittore Renato
Guttuso, il regista cinematografico Michelangelo Antonioni, l'archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli e lo storico
Carlo Morandi,
che riconobbe «Abbiamo peccato un po' tutti», quasi
che questa comunanza nell'errore fosse un salvacondotto generale.
Di fronte al ritorno dei redenti parecchi si mostrarono intransigenti,
altri più cauti. Tra questi, Nello Ajello
cita «gli esponenti del Partito d'azione e qualche liberale,
da Pietro Calamandrei a Guido De Ruggiero, da Ernesto Rossi a Pietro Pancrazi e Francesco
Flora» d'accordo con i comunisti «Velio
Spano, Pietro Secchia, Celeste Negarville, Vittorio Vidali».
Al contrario di Palmiro
Togliatti, aggiunge Ajello: «Generoso (e in qualche caso
scopertamente strumentale) risultò il perdono impartito da Togliatti a quegli intellettuali
che considerava funzionali al suo progetto di un'egemonia
culturale». In sostanza «un anticipo di quella "benevola
amnistia" che porterà la sua firma come Guardasigilli)».
Comunque Mirella Serri non è riuscita a scampare
all'accusa di conformismo rivoltale da Annalisa Terranova sul Secolo
d'Italia, organo di Alleanza Nazionale, il partito dei
fascisti sdoganati (cioè "redenti" alla democrazia,
si può dire). Ce lo fa sapere Dino
Messina sul Corriere
della sera del 13 ottobre. E' un attacco obliquo, nel
senso che la Terranova nel suo articolo intitolato Basta revisionismi si torna
a Marx «ha criticato duramente il ciclo di dibattiti curato
dalla Serri "Conversazioni sulla storia"» sottolineando
il tema della discussione coordinata dal corsivista dell'Unità
Bruno Gravagnuolo
Tutto Marx deve stare
in soffitta? e facendone scaturire
«la domanda maliziosa: "Forse la manifestazione vuole
riposizionarsi in vista del voto di primavera?"».
E poi l'articolista del Secolo
ha proseguito la sua polemica scrivendo che «nessuno storico
di orientamento antiprogressista» è stato chiamato, che Giano
Accame, spesso
invitato, questa volta è assente e che la faziosità della
Serri è provata dalla tavola rotonda da lei organizzata su
Omosessualità e fascismo
senza parlare delle discriminazioni operate dal PCI nei confronti
di Pier Paolo Pasolini.
Dal canto suo Mirella Serri ha replicato,
informa Messina,
che «tra i presenti ci sono storici come Eugenio
Di Rienzo e Mauro
Canali che hanno un orientamento del tutto diverso da
altri partecipanti come Nicola Tranfaglia o Gian Enrico Rusconi. Che
un politologo di valore come Giovanni
Sartori non ha difficoltà a criticare in egual misura
destra e sinistra. "E poi - ha detto la
Serri - non credo a
un manuale Cencelli nella storiografia"».
M.V.