Sul manifesto del
20 settembre 2005 Guido
Liguori recensisce il volume di Antonio
A. Santucci, Antonio
Gramsci 1891-1937 (a cura di Lelio
La Porta, con una premessa
di Eric J. Hobsbawm
e una nota di Joseph A. Buttigieg), pubblicato in omaggio
all’autore, prematuramente scomparso a 54 anni. Liguori coglie
così l’occasione non soltanto per sottolineare il contributo
di uno studioso esatto e intelligente all’approfondimento
del complicato nodo (biografico e teorico-politico) costituito
da Gramsci (ricorda
per esempio che la raccolta delle Lettere
dal carcere curata da Santucci per la casa editrice Sellerio
«resta la più completa e complessivamente la migliore di quelle
disponibili in lingua italiana), ma anche per rilevare come
in Italia la «congiuntura politica» influenzi troppo lo studio
e la ricezione di Gramsci, trasformando «un comunista e un
marxista» ora in un liberale di sinistra, ora in un «azionista»
sui generis, ora in un generico democratico.
Né manca di notare la stranezza per cui sembra che alla cultura
italiana risulti difficile accettare che Gramsci sia «il saggista
italiano moderno più diffuso nel mondo (più tradotto, più
pubblicato, più studiato) dai tempi di Machiavelli». E in
tale polemica Guido Liguori si giova della propria competenza
in materia, comprovata ultimamente anche dal volume Gramsci. Guida alla lettura (Unicopli,
2005) che ha redatto insieme a Chiara
Meta per orientare il lettore fra i 15.000 titoli della
intera bibliografia gramsciana, derivanti da un forte interesse,
oltre che italiano, anche sudamericano (soprattutto in Brasile),
statunitense e inglese per il pensiero di questo teorico della
politica (basta ricordare l’importanza della sua elaborazione
sul concetto di egemonia) e della lingua, in particolare della
traduzione, insomma di Gramsci scienziato della società contemporanea.
A.S.