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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

Frassineti


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Ricordo di uno scrittore, fine umorista e moralista, tragico e beffardo che seppe elevare a pura maestria la satira della “Ministerialità

Un libro di Augusto FrassinetiVent’anni fa moriva nel sonno Augusto Frassineti, si direbbe con una dolcezza silenziosa e terribile, quasi un congedo preso con un’ombra di decenza sarcastica da un mondo che non gli piaceva. Non piaceva alla sua integrità di cittadino. Non piaceva al suo sobrio gusto di signore che aveva la testa volta all’Illuminismo più materialistico e il cuore a sinistra. Gli sembrava che troppa gente fosse la fotocopia aggiornata di quel neveu de Rameau la cui scalcagnata epopea narrata da Diderot egli aveva tradotto in italiano con maestria filologica e fortissimo istinto di scrittore. Troppo becerume, troppa pubblicità gridata e non di rado autopromozionale, nel parco giochi della nostra letteratura, in omologia con le bassezze, le volgarità, le ipocrisie e peggio, di un costume nazionale che non cessava di essere untuoso e feroce. Augusto aveva quasi un culto della sobrietà e dell’eleganza intellettuale: non per caso se la faceva con certi signori intrattabili e impeccabili, intransigenti e generosi che si chiamano, nel pantheon delle Lettere Francesi, Rabelais, Diderot, Scarron, Béroalde de Verville, autori di testi indistruttibili che egli ha volto in un italiano di vivacità incontenibile e di finezza assoluta.

Era giustamente convinto, Augusto Frassineti, che una traduzione fatta a regola d’arte avesse la stessa dignità dell’originale: che non fosse insomma una mera voltura, ma che potesse trovare la propria autonomia nell’energia stilistica del traduttore. Traduzione come opera altra, insomma: pur nella fedeltà, una fedeltà non piattamente meccanica, al testo primario. Di questa convinzione, che era parte integrante della sua poetica di autore, Augusto ha prodotto i documenti inoppugnabili cui ho sopra accennato, e che si integrano perfettamente, appunto per virtù di linguaggio, nei testi della sua opera in proprio, dai racconti de L’unghia dell’asino (1961) a Un capitano a riposo (1963) ai successivi Tre bestemmie uguali e distinte (1969), passando attraverso i suoi sulfurei  libri di versi e i suoi scritti per il teatro. Capitale, in questo percorso vivacissimo e stringente, resta un libro come Misteri dei ministeri (Guanda 1952), ampliato poi col titolo Misteri dei ministeri e altri misteri (Longanesi 1959); poi, ulteriormente accresciuto (Einaudi 1973), e di recente ristampato con disegni di Mino Maccari (Edizioni Kami 2005).

In Frassineti l’umorismo e la satira si tingono invariabilmente di nero. La sua scrittura, ancorché carica di divertimento sinistro, sembra ignorare il lettore. Animale multiforme composto di svariate complessità, i suoi umori provengono da zone profonde della cultura oltre che della nevrosi e dell’ansia, le sue aggressioni più violente alla stoltezza codificata procedono per vie oblique, presuppongono nel lettore un’inclinazione intelligente e un’attenzione armata unite a una forte disposizione etica: sono insomma, senza un’ombra di spiriti didascalici, l’esatto contrario dell’intrattenimento commestibile. Frassineti non è il maligno storiografo del grottesco impiegatizio, l’accanito ridicolizzatore della Pratica e dell’Apparato: è piuttosto, come il suo amato Rabelais, un moralista iperbolico, un tragico cerebrale e beffardo: ma con appena dietro le spalle la desertica astrazione di Kafka e la teutonica meticolosità mortuaria di Auschwitz. Queste sono, fondamentalmente, le coordinate del suo capolavoro. Che è poi una summa di feticismi in carta da bollo spinta con irrefrenabile libertà inventiva a vertici di una totalità metafisica: comprimendovi dentro lo scrittore, con dotta e malvagia sapienza, secoli (o millenni) di storia, soprattutto ma non solo italiana. Ecco che allora questa sorta di tormentati e lacunosi manoscritti del Mar Morto vergati da un immaginario D.K. Cinquantacinque si pongono come un’enciclopedica metafora del mondo, tanto più efficacemente quanto più Frassineti adotta un’ottica “realistica” per raccontare una vicenda assurda. Con furiosa pazienza elencatoria il narratore sviluppa un’infinità di casi coinvolti, loro malgrado o per inguaribile vizio sadomaso, per forza maggiore o per autolesionismo congenito, nella logica aberrante della suprema categoria che ha nome (e sostanza) di Ministerialità. Tutto le appartiene, su tutto essa dilaga. Ingenuo, tentare di sottrarsi al suo potere: che è soprattutto un potere linguistico, solo in apparenza eternamente identico a se stesso, in realtà capace di infinite stravaganze, di straripanti follie lessicali, di prodigiosi parti stilistici, di scatenati neologismi. “Monolitica” o “dicotomica” che sia, la Ministerialità si presenta come la categoria che presiede a tutti gli atti del vivere, dagli infami ai sublimi. Nulla sfugge alla sua farneticante ovvietà: «la Ministerialità non conosce limiti alla propria espansione possibile. Dal suo profondo esprime parole e fioriscono universi dal nulla». Per cui, la sconfitta per l’immaginazione dello scrittore è praticamente fatale. Lo proclama con acre divertimento lo stesso Frassineti, nell’improbabile lettera di un misterioso lettore apposta in appendice al suo libro.

Ma la sconfitta più reale, e che più sta a cuore al funambolico archivista che è il narratore, non è certo quella subìta da noi tutti ad opera della cancrena ministeriale (che è in fondo soltanto una bieca metafora): è quella invece di tutto un processo storico, di un modello di esistenza associata, la cui apologia (esplicita o silente) dura da tempi immemorabili. Sono il Potere, la Gerarchia, il Principio d’Autorità le vere bestie nere di questo grande scrittore, la cui disperazione critica non è tanto facilmente vendibile. La chiave della sua “filosofia”, a tacer d’altro, la dànno allora le pagine memorabili raccolte sotto la sezione intitolata “Per una storiografia liberamente tendenziosa”, che risultano un manuale di micidiale potenza immaginativa per chiunque si rifiuti di piangere sulle miserie del mondo e abbia deciso, coi mezzi che ha a disposizione, di contribuire a cambiarlo, per quel poco che è forse ancora possibile. È a questo punto che l’etichetta di puro “satirico” e di puro “umorista” cade brutalmente dalla faccia di Frassineti. La satira, come l’umorismo, generalmente si accontentano  di se stessi: al contrario, questa scrittura va sempre al dilà, incisiva e implacabile come un trapano manovrato da una testa di acuminata intelligenza e da una mano di consumata, elegantissima maestria che scoprono con fredda crudeltà il rovescio demenziale e oppressivo dell’accaduto e dell’accadendo.

                                                                                  Mario Lunetta