Vent’anni
fa moriva nel sonno Augusto
Frassineti, si direbbe con una dolcezza silenziosa e terribile,
quasi un congedo preso con un’ombra di decenza sarcastica
da un mondo che non gli piaceva. Non piaceva alla sua integrità
di cittadino. Non piaceva al suo sobrio gusto di signore che
aveva la testa volta all’Illuminismo più materialistico e
il cuore a sinistra. Gli sembrava che troppa gente fosse la
fotocopia aggiornata di quel neveu de Rameau la
cui scalcagnata epopea narrata da
Diderot egli aveva tradotto in italiano
con maestria filologica e fortissimo istinto di scrittore.
Troppo becerume, troppa pubblicità gridata e non di rado autopromozionale, nel parco giochi della nostra letteratura,
in omologia con le bassezze, le volgarità, le ipocrisie e
peggio, di un costume nazionale che non cessava di
essere untuoso e feroce. Augusto aveva quasi un culto
della sobrietà e dell’eleganza intellettuale: non per caso
se la faceva con certi signori intrattabili e impeccabili,
intransigenti e generosi che si chiamano, nel pantheon delle
Lettere Francesi, Rabelais, Diderot,
Scarron, Béroalde
de Verville, autori di testi indistruttibili che egli ha volto
in un italiano di vivacità incontenibile e di finezza assoluta.
Era
giustamente convinto, Augusto Frassineti, che una traduzione
fatta a regola d’arte avesse la stessa
dignità dell’originale: che non fosse insomma una mera voltura,
ma che potesse trovare la propria autonomia nell’energia stilistica
del traduttore. Traduzione come opera altra,
insomma: pur nella fedeltà, una fedeltà non piattamente meccanica,
al testo primario. Di questa convinzione, che era parte
integrante della sua poetica di autore,
Augusto ha prodotto i documenti inoppugnabili cui ho sopra
accennato, e che si integrano perfettamente, appunto per virtù
di linguaggio, nei testi della sua opera in proprio, dai racconti
de L’unghia dell’asino
(1961) a Un capitano
a riposo (1963) ai successivi Tre
bestemmie uguali e distinte (1969), passando attraverso
i suoi sulfurei libri
di versi e i suoi scritti per il teatro. Capitale, in questo
percorso vivacissimo e stringente, resta un libro come Misteri
dei ministeri (Guanda 1952), ampliato poi col titolo Misteri dei ministeri e altri misteri (Longanesi 1959); poi, ulteriormente accresciuto (Einaudi 1973), e di recente ristampato con disegni di Mino
Maccari (Edizioni Kami 2005).
In
Frassineti l’umorismo e la satira si tingono invariabilmente
di nero. La sua scrittura, ancorché carica di divertimento
sinistro, sembra ignorare il lettore. Animale multiforme composto
di svariate complessità, i suoi umori provengono da zone profonde
della cultura oltre che della nevrosi e dell’ansia, le sue
aggressioni più violente alla stoltezza codificata procedono
per vie oblique, presuppongono nel lettore un’inclinazione
intelligente e un’attenzione armata unite
a una forte disposizione etica: sono insomma, senza un’ombra
di spiriti didascalici, l’esatto contrario dell’intrattenimento
commestibile. Frassineti non è il maligno storiografo del
grottesco impiegatizio, l’accanito ridicolizzatore
della Pratica e dell’Apparato: è piuttosto, come il suo amato
Rabelais, un moralista iperbolico, un tragico cerebrale e
beffardo: ma con appena dietro le spalle
la desertica astrazione di Kafka
e la teutonica meticolosità mortuaria di Auschwitz.
Queste sono, fondamentalmente, le coordinate del suo capolavoro.
Che è poi una summa
di feticismi in carta da bollo spinta con irrefrenabile
libertà inventiva a vertici di una totalità metafisica: comprimendovi
dentro lo scrittore, con dotta e malvagia sapienza, secoli
(o millenni) di storia, soprattutto ma non solo italiana.
Ecco che allora questa sorta di tormentati e lacunosi manoscritti
del Mar Morto vergati da un immaginario D.K.
Cinquantacinque si pongono come un’enciclopedica metafora
del mondo, tanto più efficacemente quanto più Frassineti adotta
un’ottica “realistica” per raccontare una vicenda assurda.
Con furiosa pazienza elencatoria
il narratore sviluppa un’infinità di casi coinvolti, loro
malgrado o per inguaribile vizio sadomaso, per forza maggiore
o per autolesionismo congenito, nella logica aberrante della
suprema categoria che ha nome (e sostanza) di Ministerialità.
Tutto le appartiene, su tutto essa dilaga.
Ingenuo, tentare di sottrarsi al suo potere: che è soprattutto
un potere linguistico, solo in apparenza eternamente identico
a se stesso, in realtà capace di infinite stravaganze, di straripanti follie lessicali, di
prodigiosi parti stilistici, di scatenati neologismi. “Monolitica”
o “dicotomica” che sia, la Ministerialità si presenta
come la categoria che presiede a tutti gli atti del vivere,
dagli infami ai sublimi. Nulla sfugge alla sua farneticante
ovvietà: «la Ministerialità
non conosce limiti alla propria espansione possibile. Dal
suo profondo esprime parole e fioriscono universi dal nulla».
Per cui, la sconfitta per l’immaginazione dello scrittore
è praticamente fatale. Lo proclama
con acre divertimento lo stesso Frassineti, nell’improbabile
lettera di un misterioso lettore apposta in appendice al suo
libro.
Ma
la sconfitta più reale, e che più sta a
cuore al funambolico archivista che è il narratore, non è
certo quella subìta da noi tutti ad opera della cancrena ministeriale (che
è in fondo soltanto una bieca metafora): è quella invece di
tutto un processo storico, di un modello di esistenza associata,
la cui apologia (esplicita o silente) dura da tempi immemorabili.
Sono il Potere, la Gerarchia, il Principio
d’Autorità le vere bestie nere di
questo grande scrittore, la cui disperazione critica non è
tanto facilmente vendibile. La chiave della sua “filosofia”,
a tacer d’altro, la dànno allora
le pagine memorabili raccolte sotto la sezione intitolata
“Per una storiografia liberamente tendenziosa”, che risultano
un manuale di micidiale potenza immaginativa per chiunque
si rifiuti di piangere sulle miserie del mondo e abbia deciso,
coi mezzi che ha a disposizione, di contribuire a cambiarlo,
per quel poco che è forse ancora possibile. È a questo punto
che l’etichetta di puro “satirico” e di puro “umorista” cade brutalmente dalla faccia di Frassineti.
La satira, come l’umorismo, generalmente si accontentano di se stessi: al contrario, questa scrittura
va sempre al dilà, incisiva e implacabile
come un trapano manovrato da una testa di acuminata intelligenza
e da una mano di consumata, elegantissima maestria che scoprono
con fredda crudeltà il rovescio demenziale e oppressivo dell’accaduto
e dell’accadendo.
Mario Lunetta