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Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

Cases


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Convergenze e divergenze con Lukács di un critico della "kultur", che si congedò augurando «buona utopia a tutti»

Cesare CasesÈ stata quasi una sorpresa, alla fine di luglio di questo 2005, la morte, pur ragionevolmente temuta, di Cesare Cases. Sembrava che, nella malattia che lo teneva sempre più fuori dal mondo, avesse come trovato un’altra forma eretica, stavolta rispetto alla ortodossia della vita stessa, nella bella casa di via san Leonardo a Firenze. Ma la vita di Cases, quella di Torino, della casa editrice Einaudi, della cattedra di germanistica, dell’Italia degli intellettuali, della battaglia delle idee, si è presentata in folla sui giornali a raccontarne la figura di «testimone secondario», come egli stesso si era voluto definire titolando così un libro nel 1985, per understatement naturalmente, ma forse anche per dire qualcosa di più. Ed è, credo, appunto tale di più che ha indotto tanti a ricordarlo con simpatia, con rispetto, nonostante la sua fama di cattivo, di Mefistofele canzonatore per quanto geniale, secondo l’immagine del suo «amico fraterno» Franco Fortini. Non so, infatti, se tutti coloro che hanno scritto di lui lo riconoscano poi maestro o addirittura modello, certo è che – mi pare di poter dire – lo sentono emblema del proprio ruolo. Un ruolo connesso a un’epoca al tramonto e probabilmente, quindi, in esaurimento con quella.

In una intervista Cases ha riscontrato che delle grandi costellazioni succedutesi nella seconda metà del novecento – la fenomenologia, il marxismo, l’esistenzialismo, lo strutturalismo – «è restato ben poco», nondimeno era contrario al «disfattismo ideologico», all’«idea che non pensare sia meglio del pensare». Eppure, negli ultimi tempi a Firenze, – riferisce Antonio Gnoli su Repubblica, – aveva la sensazione di essere un sopravvissuto: lo sei, gli aveva detto, «quando hai maturato la sensazione che quello che puoi dire non ha più una direzione, né contribuisce a un cambiamento».

Era un intellettuale che vedeva minacciata dalla vicenda storica la propria funzione di portatore di pensiero, cui aveva lavorato una vita. Tutt’altro che organico ad alcunché, Cesare Cases aveva infatti sentito un autonomo bisogno di senso, di missione, ovvero (come avrebbe detto il suo «adorato maestro», l’ungherese György Lukács) di «mandato sociale», che ora quest’altra epoca sembrava avviarsi a revocare («sappiamo tutti che viviamo in brutti tempi», scriveva nel 1977, «in cui si stenta a dare un senso alla propria attività intellettuale»). Lui a quel mandato aveva risposto con integrità: solo funzione, nessun potere, al massimo influenza, autorevolezza, anche all’interno del centro di potere Einaudi da cui la cultura italiana era stata egemonizzata per un cinquantennio.

Questo posto laterale, in secondo piano, era stato una scelta nata «per ironia, intelligenza troppo acuta, randagia autosufficienza ebraica» (Claudio Magris sul Corriere della Sera)? O non derivava piuttosto, strutturalmente, da una interpretazione autentica della parte assunta? Non per nulla qualcuno ha confessato un esplicito imbarazzo del dove e come collocarlo: germanista? letterato? sociologo della cultura? semplicemente un saggista? e, per altro verso, un marxista? (ma per niente ortodosso, giacché, dopo aver volato pesante sulle ali della, comunque non ortodossa, Distruzione della ragione lukácsiana, si era messo a planare alle quote più agevoli della Kulturkritik adorniana) e allora l’attenzione, non soltanto stilistica, per gli aforismi dell’altro, assai diverso, danubiano, l’austriaco Karl Kraus? e le sue sterminate, rigorosissime letture?

Una domanda interessante: perché dalla metà degli anni sessanta Cases abbandona Lukács? La sua risposta tende a uscire dal privato e dal culturale, per tenersi stretto al politico: «Eravamo tutti, anche se non spudoratamente, dei seguaci di Lukács, il quale diceva che il peggiore dei socialismi era comunque superiore al migliore dei capitalismi», ma a quel punto era divenuto chiaro che quell’alternativa «in realtà non c’era. E non c’era perché il comunismo era fondato sulla menzogna tanto quanto la civiltà cristiano-borghese». Il comunismo, però, in quanto progetto restava comunque necessario, seppure nei limiti di una idea regolativa kantiana, perché «senza di essa rimangono soltanto rassegnazione e passività».

Fu di questo umore che trovai Cesare Cases, nei primi anni ottanta, quando mi capitò di conoscerlo per aver io tradotto i tre volumi postumi di Lukács intitolati Ontologia dell’essere sociale, pubblicazione che non avvenne presso Einaudi e non ebbe in pratica alcuna risonanza né in Italia né altrove. Erano passati i tempi della battaglia delle idee. C’incontrammo a Milano in casa di un amico comune di estrema sinistra che ancora sperava di accendere il dibattito teorico. La mia convinzione era, e tuttora resta, che in quell’opera il maggior filosofo marxista del novecento avesse posto le basi per la comprensione della nuova epoca in arrivo. Cases – che era il contrario dell’immagine da me costruita, nella mia immaginazione, di un altezzoso «scettico blu», come l’aveva soprannominato Giulio Einaudi, di un accademico pignolo, rigido e duro, dalla battuta brusca, scostante e anche maligna (aveva sbertucciato con verve goliardica, sui miei diletti Quaderni piacentini, le innocue debolezze scientifiche di un professore da cui avevo ricavato l’unico trenta della mia vita), quell’uomo dimesso si mostrava invece soave ascoltatore, curioso di capire, pieno di domande attente, per giunta persona alla mano, senza pretese né complimenti – Cases mi lasciò della mia opinione senza farmi intendere se avesse cambiato la sua, di opinione, circa il marxista Lukács, ormai da lui abbandonato come teorico.

Pochi anni dopo, nel 1985, pubblicò il volume Su Lukács. Vicende di un’intepretazione, per chiarire del tutto il proprio distacco attraverso una aperta descrizione delle cose. Nel frattempo io avevo anche visto a Budapest, nell’Archivio Lukács, le fotocopie di un bel pacco di sue lettere all’amico (quando glielo dissi, mi guardò lontano e tacque) e – a partire da una intervista che István Eörsi, il segretario, aveva fatto a Lukács nel 1971, addirittura nei suoi ultimi giorni di vita – avevo lavorato a rendere leggibili in italiano, con note rimandi e chiarimenti, gli appunti che Lukács aveva steso in vista di una autobiografia filosofica, la quale doveva intitolarsi Pensiero vissuto. Cesare apprezzò il  lavoro, mi disse che dopo il mio intervento quegli appunti in apparenza sconclusionati erano diventati degni di attenzione, ma nessun cenno a cambiare idea. Ne fui deluso, perché ritenevo che in quell’autobiografia fosse condensato in termini anche personali, di vissuto per l’appunto, il nuovo del pensiero lukácsiano: cioè il punto di vista di chi, portatore vivente di un pensiero fattosi pura scienza filosofica, esterno alla totalità del mondo, ne comprendeva la nuova epoca come culmine della preistoria e simultaneamente, dialetticamente, inizio della vera storia dell’uomo, con il suo nuovo soggetto, l’individuo non soltanto «particolare» ma «generico», l’individuo capace di porsi all’altezza della propria specie, il genere umano, in un pianeta unificato dalla tecnica e dall’economia.

L’autore di Marxismo e neopositivismo, lo splendido pamphlet iniziale, del 1958, che aveva avuto palesemente a suo modello la Sacra famiglia. Critica della critica critica di Karl Marx e Friedrich Engels, in realtà si sentiva invece solo un testimone. E probabilmente dalla metà degli anni sessanta, a mano a mano andò davvero sentendosi un «testimone sempre più melanconico di un mondo frammentario» (Giulio Schiavoni sul Manifesto), di un mondo che aveva consumato, semmai lo aveva posseduto, il carattere della totalità (esistenziale). Non bisognava nutrire eccessiva fiducia nel ruolo degli intellettuali in vista della trasformazione del mondo. Questi infatti erano, a dirla tutta, «testimoni secondari», passavano «per caso» accanto agli eventi del mondo in frantumi e poi, «quando i supertestimoni [avevano] già spopolato», raccontavano non «tutto», ma indizi e sintomi. Esterni come erano ai singoli eventi, avevano bensì un punto di vista critico, ma lo esercitavano nell’esperienza diretta del mondo, non osservandolo da fuori, scientificamente, in quanto totalità. La lukácsiana «totalità» teorica diveniva quindi oggetto di una utopia esistenziale, di fronte alla disarmante frammentarietà della vita. Schiavoni vi aggiunge una battuta illuminante dell’«ebreo non ebreo» Cases: ebrei o no, siamo tutti superflui di fronte al potere. «Buona utopia a tutti», così terminò nel 1990 la sua lectio magistralis, l’addio all’Università di Torino.

Cesare Cases lasciò (teoricamente) György Lukács perché il maestro, alla fine della vita, gli indicava come oggi imprescindibile un salto, un ruolo che non era il suo, quello del filosofo che osserva dall’esterno conoscitivo la totalità sociale, mentre lui era un critico, un critico a tutto tondo, una vetta in quel ruolo, ma in quanto tale restava parte della società criticata. Era quindi costretto a percepire la «totalità» esistenzialmente e non come oggetto della conoscenza, gli risultava perciò una utopia e il «fine ultimo» una mera idea regolativa. Mentre il filosofo ribadiva la necessità (in tutti i sensi) di un «nuovo inizio», il critico rimaneva ammaliato dal proprio ruolo di frusta, di ironista, di bastian contrario, di gaio o desolato e atterrito fenomenologo del nulla. Era la deriva volterriana: Adorno, Benjamin, Kraus, Nietzsche, Kafka, oppure dall’altra parte Goethe, Thomas Mann, Musil, Dürrenmatt, Max Frisch e lo stesso Bert Brecht. Una volta si descrisse così: «Sono sempre scisso fra tentazioni estremistiche, di gran lunga prevalenti, perché non è chi non veda che il mondo ha bisogno di essere radicalmente riformato, e controspinte controriformistiche, quando giudico l’impresa disperata. Non essendo cattolico, come lo era a suo modo Bertolt Brecht, non posso tenere i piedi in entrambe le staffe». Un critico perfetto. 

                                                                                                        Alberto Scarponi