A
due decenni dalla sua scomparsa l’eredità di
Italo Calvino, il nostro autore del secolo
scorso indubitabilmente più cosmopolita, appare ancora contraddittoria
e fonte di rinnovate contestazioni critiche. Se Asor Rosa lo colloca al centro del secondo Novecento letterario italiano,
come campione di una modernizzazione estetica in posizione
mediana tra gli sperimentalismi della neo-avanguardia e
il tradizionalismo lirico-realista della nostra narrativa, Carla Benedetti lo contrappone e lo pospone
a Pasolini,
rimproverandogli una freddezza stilistica e una
incapacità a farsi interprete e leader critico della mutazione
culturale-antropologica che investe
l’Italia a partire dagli anni ’60. La critica più giovane
sembra oscillare tra il recupero del primigenio, felice
neorealismo romanzesco di Il sentiero dei nidi di ragno, dove si riverbera
“a caldo” il clima e le esperienze fatte nella Resistenza,
e l’ammirazione per le postreme Lezioni
americane, dove l’arabesco saggistico sulla “leggerezza”
pare essere diventato, con il senno di poi, il vero manifesto
estetico di tutta l’ultima narrativa post-modernistica e
pulp e “cannibale” italica. I lettori più sofisticati dividono i loro consensi tra il vivido ritratto
psico-storico di La
giornata di uno scrutatore e le prose “enciclopediche”,
ricche di un acuto bricolage cognitivo di Palomar.
Se i suoi titoli long-seller prediletti
rimangono Il barone rampante, Marcovaldo, Le città invisibili, Le cosmicomiche, Ti
con zero, tra ingegnosa novellistica e suggestioni favolistiche,
a quasi tutti non piace affatto Se
una notte d’inverno un viaggiatore, con cui nel 1979
Calvino provò a incarnare la metanarrazione
post-mod, superato in tromba però
da Il nome della rosa,
di Umberto Eco,
cento volte meno scrittore di lui, ma di lui assai più abile
confezionatore da semiologo e narratologo principe
qual era ed è.
Per
Enzo Siciliano
(Repubblica): «Calvino è scrittore dai due volti. Non due volti inconciliati. Anzi, dialettici fra loro, riscattati sempre
da una intensità di pensiero che
fra noi ha avuto scarso riscontro, se non in Moravia, in
Pasolini, in Sciascia; e da una qualità di stile che al Novecento faceva
tornare i conti, nella prosa italiana, dei caratteri che
dovrebbero esserle propri, eleganza e chiarezza, o come
scriveva Foscolo, “lingua esatta e pronuncia intera”… Equilibrista
funambolo sull’orlo di un trampolino, compitando i gesti
del salto in alto, del tuffo mortale, e delle più agghiaccianti
piroette spese nel vuoto, Calvino, dietro lo schermo di
un ironico sorriso, sembra lusingare o propiziare i sapidi
stratagemmi dell’arte narrativa, per denunciarne l’inconsistenza,
il vacuo, il delusivo, ma nel
momento in cui li addita, pare assaporarne ogni nota. Là
si fa plastico l’universo dei suoi baroni rampanti, delle
distanze interstellari, delle città invisibili, dei destini
incrociati, dei Kublai Kan evocati con armonici mozartiani.
Quella che apparirebbe una fuga dal mondo non
lo è poi per niente. Il confronto con la
Storia non è mai taciuto, e chiama lo scrittore
a un continuo, spietato rendiconto. Il rendiconto è talvolta esplicito, talvolta filigranato, trama portante
di un più complesso tessuto. Ecco perché
i due volti di cui parlavo sono complementari: l’uno senza
l’altro non sarebbe».
M.P.