ritorna all'homepage

Newsletter n.5 Ottobre/Novembre 2005

Calvino


Torna al sommario


IN PRIMO PIANO ARTICOLI
Pasolini 1
A trent'anni dalla morte resta la parabola ambigua di un poeta sostanzialmente patetico e viscerale
(M.Lunetta)

Pasolini 2
Un poeta civile che ha voluto sfidare la morte e che, in un certo senso, ha perso vincendo

(A.Tricomi)

Il doppio volto dell’autore delle “Città invisibili”. A  vent’anni dalla scomparsa l’eredità complessa del nostro scrittore più cosmopolita

A due decenni dalla sua scomparsa l’eredità di Italo Calvino, il nostro autore del secolo scorso indubitabilmente più cosmopolita, appare ancora contraddittoria e fonte di rinnovate contestazioni critiche. Se Asor Rosa lo colloca al centro del secondo Novecento letterario italiano, come campione di una modernizzazione estetica in posizione mediana tra gli sperimentalismi della neo-avanguardia e il tradizionalismo lirico-realista della nostra narrativa, Carla Benedetti lo contrappone e lo pospone a Pasolini, rimproverandogli una freddezza stilistica e una incapacità a farsi interprete e leader critico della mutazione culturale-antropologica che investe l’Italia a partire dagli anni ’60. La critica più giovane sembra oscillare tra il recupero del primigenio, felice neorealismo romanzesco di Il sentiero dei nidi di ragno, dove si riverbera “a caldo” il clima e le esperienze fatte nella Resistenza, e l’ammirazione per le postreme Lezioni americane, dove l’arabesco saggistico sulla “leggerezza” pare essere diventato, con il senno di poi, il vero manifesto estetico di tutta l’ultima narrativa post-modernistica e pulp e “cannibale” italica. I lettori più sofisticati dividono i loro consensi tra il vivido ritratto psico-storico di La giornata di uno scrutatore e le prose “enciclopediche”, ricche di un acuto bricolage cognitivo di Palomar. Se i suoi titoli long-seller prediletti rimangono Il barone rampante, Marcovaldo, Le città invisibili, Le cosmicomiche, Ti con zero, tra ingegnosa novellistica e suggestioni favolistiche, a quasi tutti non piace affatto Se una notte d’inverno un viaggiatore, con cui nel 1979 Calvino provò a incarnare la metanarrazione post-mod, superato in tromba però da Il nome della rosa, di Umberto Eco, cento volte meno scrittore di lui, ma di lui assai più abile confezionatore da semiologo e narratologo principe qual era ed è.        

Per Enzo Siciliano (Repubblica): «Calvino è scrittore dai due volti. Non due volti inconciliati. Anzi, dialettici fra loro, riscattati sempre da una intensità di pensiero che fra noi ha avuto scarso riscontro, se non in Moravia, in Pasolini, in Sciascia; e da una qualità di stile che al Novecento faceva tornare i conti, nella prosa italiana, dei caratteri che dovrebbero esserle propri, eleganza e chiarezza, o come scriveva Foscolo, “lingua esatta e pronuncia intera”… Equilibrista funambolo sull’orlo di un trampolino, compitando i gesti del salto in alto, del tuffo mortale, e delle più agghiaccianti piroette spese nel vuoto, Calvino, dietro lo schermo di un ironico sorriso, sembra lusingare o propiziare i sapidi stratagemmi dell’arte narrativa, per denunciarne l’inconsistenza, il vacuo, il delusivo, ma nel momento in cui li addita, pare assaporarne ogni nota. Là si fa plastico l’universo dei suoi baroni rampanti, delle distanze interstellari, delle città invisibili, dei destini incrociati, dei Kublai Kan evocati con armonici mozartiani. Quella che apparirebbe una fuga dal mondo non lo è poi per niente. Il confronto con la Storia non è mai taciuto, e chiama lo scrittore a un continuo, spietato rendiconto. Il rendiconto è talvolta esplicito, talvolta filigranato, trama portante di un più complesso tessuto. Ecco perché i due volti di cui parlavo sono complementari: l’uno senza l’altro non sarebbe».

                                                                                                                  M.P.