Sull’Unità del
15 settembre 2005 Lello
Voce intervista Paolo
Fabbri, organizzatore di un convegno a Venezia, alla Fondazione
Cini, dal titolo criptico di Le
architetture di Babele¸ per domandarsi se la babele contemporanea
delle lingue sia una catastrofe o una risorsa. Paolo Fabbri
risponde salomonicamente che, dipende, «le lingue possono
costruire le alterità più radicali, e votarsi alla uccisione
di altre, o convivere nella più proficua commutazione di codice».
La questione è, evidentemente, politica. Fabbri, che ha l’intelligenza
del punto di vista innovativo, sgombra il terreno culturale
per indurci alla scelta politica del secondo corno, quello
democratico, del dilemma, chiarendo che, primo, ormai ci siamo liberati «dall’idea
che le lingue e le culture classiche avessero il monopolio
della bellezza e della conoscenza»; secondo,
la situazione materiale pare sia «che i due quinti degli uomini
parlino solo una dozzina di lingue, ma tra questo e l’estinzione
di massa (si favoleggia del 90%!?) ci corre», giacché pare
anche che «siano ancora vivi gli ultimi locutori di metà delle
6.500 madrelingue parlate sulla madreterra»; quindi le lingue
vive si difendono, alcune non muoiono (es. il basco), altre
rinascono (es. l’ebraico), altre sopravvivono impoverendosi
(i pidgin), altre poi nascono ex novo (le lingue creole);
terzo, nella mondializzazione
(termine derivato da Derrida che semplicemente «caratterizza
la portata del fenomeno» e va preferito a globalizzazione
che implica invece l’uniformità) figura centrale diviene la
migrazione, «di
uomini, d’informazioni e di oggetti: capitali, saperi, tecniche»;
il che allude, palesemente, di nuovo a una questione politica;
infine, quarto, l’affermazione di una lingua unica,
l’inglese, sarebbe una catastrofe (dato l’impoverimento culturale
che ciò introdurrebbe nella «comunità immaginaria di valori
e di relazioni» di cui una lingua ha bisogno per esistere
e date le sue contraddizioni: ha un registro bilingue, si
differenzia al contatto con le altre lingue, si limita solo
ad alcuni registri della comunicazione), mentre d’altronde
è già in atto l’alternativa, cioè la visione comparatistica
e traduttiva. La traduzione, secondo Paolo Fabbri, diviene
il cardine della scelta politica di cui s’è detto, perché
«non sopprime le lingue, le arricchisce», (quando naturalmente
sia frutto di un lavoro formativo culturalmente adeguato),
tanto più che la traduzione di un testo «va sempre rifatta,
perché cambiano le lingue in gioco». Questo per dire quanto
la cultura abbia bisogno di politica e quanto la politica
abbia a che fare con la cultura.
A.S.