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Newsletter n.4 Luglio 2005

Letteratura e Resistenza


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Lo snobismo, l'egemonia culturale della sinistra e le falle del revisionismo storico




Un’antologia anti-neorealista curata da Gabriele Pedullà, la primogenitura di Uomini e no di Vittorini e l’ultimo romanzo di Giuseppe D’Agata

Gabriele PedullàNel sessantesimo anniversario della Liberazione e della fine della guerra partigiana si torna a parlare della letteratura prodotta direttamente o indirettamente dal movimento resistenziale. In particolare lo fa Piero Gelli su Alias in un ampio articolo in cui esamina l’antologia curata da Gabriele Pedullà Racconti della Resistenza (Einaudi). L’importanza del volume risiede per Gelli nel fatto che un giovane e valente critico come il 33enne Pedullà si adopera con sicurezza di giudizio e sagacia argomentativa a infrangere il luogo comune che vedeva la Resistenza per sempre legata ed espressa dalla letteratura neorealista: «… il suo “altrove” resistenziale gli permette di valutare le differenze tra chi, ognuno a suo modo, la resistenza visse e epicizzò, e chi scelse soltanto di trasfigurarla; oppure gli consente di dilatare i confini e, nello stesso tempo, di riconoscere che dall’oleografia del movimento, gli scrittori, o almeno i migliori di loro, uscirono immuni. Se l’equazione resistenza-neorealismo appartiene alla “vulgata” storicista, fin dalla precoce inchiesta (1951) curata da Carlo Bo, preceduta dal drastico giudizio di Niccolò Gallo e, a seguire, dalle analisi di Asor Rosa, di Falaschi, di Muscetta, per citare solo le migliori, Pedullà la risolve proprio con le sue scelte precipue che puntualizzano un’asserzione: l’irriducibilità del movimento a un’opzione stilistica predeterminata». Tra le scelte di Pedullà, Gelli loda assai quella di Zanzotto «con il suo bellissimo 1944: Faier, una meditazione ontologica sulla morte, che va oltre il pretesto bellico», mentre non condivide l’antipatia del critico per Moravia «presente qui con uno dei suoi racconti più insulsi, più inutile che “marginale”… ».   

In tema di ricorrenze, sull’Unità, Giancarlo Ferretti rammenta un doppio anniversario: nel giugno del 1945 usciva il romanzo di Elio Vittorini Uomini e no, e pochi mesi dopo, a settembre, lo scrittore siciliano licenziava il primo numero de Il Politecnico, la più importante rivista culturale del dopoguerra. «Uomini e no, primo romanzo italiano della e sulla Resistenza, esce con una sovraccoperta di Ennio Morlotti e con un risvolto tra politica e poesia. Il successo di pubblico è significativo, con circa 16.000 copie vendute in pochi mesi, mentre le recensioni che si succedono tra estate, autunno e oltre, sono complessivamente riduttive. Ai critici il romanzo appare irrisolto per due motivi connessi tra loro: la contraddittorietà del protagonista, il gappista Enne 2, diviso tra la lotta armata e la relazione amorosa con Berta (che “non è una compagna” e che vive tuttora con il marito), e la conseguente incontrollata tensione espressiva della narrazione. Anche in seguito Uomini e no avrà una fortuna contrastata e limitata. Ma l’impatto del romanzo con la realtà e le istanze di questi mesi è molto forte, anche per quanto lo lega al nascente Politecnico. Nella Nota che accompagna il libro infatti Vittorini, a proposito della necessità di una “rigenerazione della società italiana”, anticipa la traccia di quel ruolo autonomamente politico della cultura che sarà un leitmotiv del giornale».

La Resistenza come alimento della scrittura non è però soltanto declinato al passato. Nutre tuttora nuovi libri come l’ultimo romanzo dello scrittore bolognese Giuseppe D’Agata. Pubblicato da Flaccovio I ragazzi del coprifuoco è una narrazione di dichiarata matrice autobiografica, in cui la rievocazione dell’esperienza partigiana dell’autore-protagonista s’intreccia con l’incontro al presente col suo vecchio comandante gappista, che giace in un ospedale, prossimo a morire di cancro. Ha scritto Michele Serra (Repubblica): «Un romanzo sulla Resistenza oggi sorprende il lettore come fosse un vezzo anacronistico e “fuori moda”. E addirittura come se lo scriverlo avesse nuovamente a che fare con la clandestinità, tanto potente è stata l’onda revisionista… D’Agata interfaccia immagini e sensazioni della vita declinante, e medicalizzata, con il flusso vivido dei ricordi: il jazz, le Chesterfield fumate in punta di spillo per sfruttare l’intero mozzicone, le azioni notturne di attacchinaggio, il carcere, il rischio, l’urgenza biologica prima che ideologica di combattere per la libertà. Non una sola riga del libro si accampa a spiegare o rivendicare, la sola premura di D’Agata è raccontare, e nel racconto esprimere la struggente semplicità di una scelta compiuta per amore della vita (della musica. del calcio, delle ragazze, del biliardo, degli amici), contro l’ossessione nera, “romantica” e necrofila, dei repubblichini».