Nel sessantesimo anniversario della
Liberazione e della fine della guerra partigiana si torna
a parlare della letteratura prodotta direttamente o indirettamente
dal movimento resistenziale. In particolare lo fa Piero Gelli su Alias
in un ampio articolo in cui esamina l’antologia curata da
Gabriele Pedullà Racconti della Resistenza (Einaudi). L’importanza
del volume risiede per Gelli nel
fatto che un giovane e valente
critico come il 33enne Pedullà si
adopera con sicurezza di giudizio e sagacia argomentativa
a infrangere il
luogo comune che vedeva la
Resistenza per sempre legata ed espressa
dalla letteratura neorealista: «… il suo “altrove” resistenziale gli permette di
valutare le differenze tra chi, ognuno a suo modo, la resistenza
visse e epicizzò, e chi scelse soltanto di trasfigurarla; oppure gli
consente di dilatare i confini e, nello stesso tempo, di riconoscere
che dall’oleografia del movimento, gli scrittori, o almeno
i migliori di loro, uscirono
immuni. Se l’equazione resistenza-neorealismo appartiene alla
“vulgata” storicista, fin dalla precoce inchiesta (1951) curata da Carlo
Bo, preceduta dal drastico
giudizio di Niccolò Gallo e, a seguire, dalle analisi di Asor
Rosa, di Falaschi, di Muscetta,
per citare solo le migliori, Pedullà
la risolve proprio con le sue scelte precipue che puntualizzano
un’asserzione: l’irriducibilità del movimento a un’opzione
stilistica predeterminata». Tra le scelte di Pedullà,
Gelli loda assai quella di Zanzotto
«con il suo bellissimo 1944:
Faier, una meditazione ontologica
sulla morte, che va oltre il pretesto bellico», mentre non condivide l’antipatia del critico per
Moravia «presente qui con uno dei suoi racconti più
insulsi, più inutile che “marginale”… ».
In tema di ricorrenze, sull’Unità, Giancarlo Ferretti
rammenta un doppio anniversario:
nel giugno del 1945 usciva il romanzo di Elio
Vittorini Uomini
e no, e pochi mesi dopo, a settembre, lo scrittore siciliano
licenziava il primo numero de Il
Politecnico, la più importante rivista culturale del
dopoguerra. «Uomini e no, primo romanzo italiano della e sulla Resistenza, esce
con una sovraccoperta di Ennio
Morlotti e con un risvolto tra
politica e poesia. Il successo di pubblico è significativo, con circa 16.000 copie vendute in pochi mesi,
mentre le recensioni che si succedono tra estate, autunno
e oltre, sono complessivamente riduttive. Ai critici il
romanzo appare irrisolto per due motivi connessi tra loro:
la contraddittorietà del protagonista, il gappista Enne 2, diviso tra la lotta armata e la relazione
amorosa con Berta (che “non è una compagna” e che vive tuttora
con il marito), e la conseguente incontrollata tensione
espressiva della narrazione. Anche in seguito Uomini e no avrà una fortuna contrastata e limitata.
Ma l’impatto del romanzo con la realtà e le istanze
di questi mesi è molto forte, anche per quanto lo lega al
nascente Politecnico. Nella Nota che accompagna
il libro infatti Vittorini,
a proposito della necessità di una “rigenerazione della
società italiana”, anticipa la traccia di quel ruolo autonomamente
politico della cultura che sarà un leitmotiv
del giornale».
La Resistenza come
alimento della scrittura non è però soltanto declinato al
passato. Nutre tuttora nuovi libri come l’ultimo romanzo
dello scrittore bolognese Giuseppe D’Agata. Pubblicato da Flaccovio I ragazzi
del coprifuoco è una narrazione di dichiarata matrice
autobiografica, in cui la rievocazione dell’esperienza partigiana
dell’autore-protagonista s’intreccia con l’incontro al presente
col suo vecchio comandante gappista, che giace in un ospedale, prossimo a morire di cancro.
Ha scritto Michele Serra
(Repubblica):
«Un romanzo sulla Resistenza oggi sorprende il lettore come
fosse un vezzo anacronistico e
“fuori moda”. E addirittura come se lo scriverlo avesse
nuovamente a che fare con la clandestinità, tanto potente
è stata l’onda revisionista… D’Agata interfaccia
immagini e sensazioni della vita declinante, e medicalizzata,
con il flusso vivido dei ricordi: il jazz, le Chesterfield
fumate in punta di spillo per sfruttare l’intero mozzicone,
le azioni notturne di attacchinaggio, il carcere, il rischio,
l’urgenza biologica prima che ideologica di combattere per
la libertà. Non una sola riga del libro si accampa a spiegare
o rivendicare, la sola premura di D’Agata
è raccontare, e nel racconto esprimere la struggente
semplicità di una scelta compiuta per amore della vita (della
musica. del calcio, delle ragazze,
del biliardo, degli amici), contro l’ossessione nera, “romantica”
e necrofila, dei repubblichini».
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