«Con un gioco di specchi gli scrittori hanno spesso sfruttato
le pagine delle loro opere per dire la loro sui problemi della
scrittura, della stampa e della lettura», lo sostiene lo studioso
francese Roger Chartier, che ha dedicato numerosi
saggi ai temi del libro e della sua fruizione e proprio in
questi giorni ha pubblicato presso Gallimard-Seuil Inscrire
et effacer (pp. 209, € 22,00), che presto Laterza tradurrà
per noi. In un'intervista rilasciata a Fabio
Gambaro e apparsa su la Repubblica del 2 giugno
2005, Chartier osserva che tra il XVI e il XIX secolo oggetti
e pratiche della scrittura furono utilizzati in molti modi
provocando due opposte ossessioni. La prima era «un'angoscia
molto diffusa all'epoca - ma ancora oggi d'attualità - relativa
al rischio di un'eventuale perdita del patrimonio scritto,
dove spesso la scomparsa di un'opera scritta viene percepita
come una mutilazione della civiltà»; l'altra ossessione, prosegue
il saggista, è «l'eccesso generato da una scrittura che prolifera
senza limiti, dando luogo a un patrimonio scritto sempre più
ingestibile».
Alla domanda di Gambaro sull'episodio della tipografia nel
Don Chisciotte, Chartier fa notare che in quelle pagine Cervantes si chiede «se lo scrittore debba scrivere per il mercato
oppure debba disinteressarsi del commercio dei libri, considerato
semplice corruzione mercantile» ossia pone il tema di «due
strategie di pubblicazione che domineranno tutta la cultura
moderna e contemporanea».
Al vecchio dibattito sulla contrapposizione tra gloria e
denaro, dice Chartier, nel XVIII secolo si aggiungevano «la
definizione della proprietà letteraria riconosciuta all'autore
e la riflessione sulla natura del testo. Se un testo è innanzi
tutto un insieme di idee, sosteneva Condorcet, esso non può essere proprietà
di un solo individuo, giacché le idee appartengono a tutti.
Se invece un testo è in primo luogo una forma originale, un
modo del tutto singolare di utilizzare il linguaggio per esprimere
sentimenti e idee, come pensava Diderot ma anche Kant, allora la proprietà letteraria dell'autore è pienamente giustificata».
E venendo ai giorni nostri, nonostante la desacralizzazione
della scrittura, «chi scrive libri - afferma il saggista francese
- gode ancora di un certo prestigio».
Quanto alla lettura, Roger Chartier sostiene che oggi «si
legge sempre di più» ma con modalità diverse dal passato dato
che «prevalgono le letture estensive, rapide, disinvolte,
parziali e frammentarie. E' il trionfo della lettura zapping,
favorita dalle nuove tecnologie».
Che dire? Dobbiamo farci forza e accettare la realtà? Considerato
che viviamo nell'era della velocità, non ci resta che rassegnarci
alla novità che esiste un unico modo di leggere consentito
dalle corse a perdifiato dietro una finta lepre a motore,
ed è quello parziale, frammentario, ma soprattutto disinvolto.
La lettura non è più un piacere, per qualcuno è un obbligo
(vecchia abitudine scolar-familiare? ingrediente dello status
symbol? esigenza di mostrarsi informato? orpello personale
nella vita di società?) ma, per favore, purché si faccia in
fretta. Perciò dovremo essere contenti se il nostro prossimo
romanzo verrà leggiucchiato qua e là, oppure letto a metà,
una pagina sì e una no, o sfogliato rapidamente cercando l'inizio
dei capitoli, o scorso con il dito sulla pagina per cogliere,
se la fortuna aiuta, il brano significativo. L'emozione in
soffitta, la conoscenza in cantina, il sogno nel tombino.
M.V.