La critica letteraria
sarà sempre più marginale e irrilevante, ma i critici non si arrendono e continuano,
quasi come “voces clamantes
in deserto”, a sfornare analisi e lamentazioni e a proporre
ricette che restano, comunque, inascoltate.
Interrogato da Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera, lo studioso Giulio
Ferroni si abbandona a
un lungo cahier de doléances,
a partire dalla disastrosa riforma della scuola, di cui incolpa
in egual misura i ministri Berlinguer
e Letizia Moratti «… responsabili della generale
tendenza all’evaporazione del sapere, che va di pari passo
con l’evaporazione della critica». Altrettanto pessimista
è Ferroni sulla situazione nazionale: «In Italia, ma non solo
in Italia, non vedo un pensiero filosofico-politico,
si fanno solo conflitti tra neoconservatori che sono
in difesa distruttiva del modello occidentale e una risposta
no global deformata in senso anarchicheggiante».
Il docente romano rimpiange, pur con dei distinguo, le figure
di intellettuali scomodi come Franco Fortini o Leonardo
Sciascia e, naturalmente Pasolini
che «… vedeva il mondo con acume, anche se forse oggi non
regge molto, però era capace di guardare in alto, affrontava
le grandi questioni e sapeva farle ricadere sul pubblico.
Oggi conta l’etichetta di schieramento e il rilievo mediatico, Vasco Rossi è diventato un maestro celebrato
in università. Sono sorpreso che gli intellettuali lo apprezzino
come un modello da proporre ai giovani». Il 62enne critico
romano sembra volgersi indietro e guarda a vecchi maestri
di impegno letterario come Gadda, Montale, Fenoglio
e anche Bilenchi e Luzi che
pure «veniva considerato un democristiano». Circa la tesi
di Romano
Luperini che l’11 settembre abbia
mandato in soffitta il postmoderno, schiudendo la strada a una “nuova modernità”,
Ferroni obietta: «La visione ottimistica dello scorrimento
telematico e della riduzione dei conflitti, tipica del postmoderno,
non ha portato a un’apertura, ma
a un’ulteriore chiusura. Vedo un mondo che si gira in se stesso:
mi pare che le strade della modernità non si siano riaperte,
ma si siano chiuse per sempre con i conflitti tra i fondamentalismi.
Al postmoderno come deriva dell’alleggerimento, simbolicamente
rappresentato dall’informatica, si è sostituito un orizzonte
distruttivo».
Gli ha replicato sempre sul Corsera lo stesso Luperini: «Secondo Ferroni,
gli anni del postmoderno hanno chiuso ogni prospettiva.
Quanto oggi sta accadendo, dopo le Torri Gemelle, si situa
ancora all’interno di una fase segnata dalla mancanza di
impegno, dal trionfo dell’universo massmediologico,
dalla caduta di prestigio della letteratura e dei valori
umanistici, a cui Ferroni contrappone una sorta di religione
laica della letteratura. Però non siamo agli anni Trenta,
la “letteratura come vita” ha fatto il
suo tempo e la repubblica delle lettere non esiste
più. E neppure siamo più forse
nel postmoderno. Qualcosa sta cambiando: nella realtà materiale,
anzitutto, e poi anche nella cultura e nella letteratura…
A mio avviso una fase si è chiusa e siamo agli inizi di
una nuova che non ha ancora nome. Nell’impostazione di Ferroni
analisi apocalittica della situazione e culto della letteratura
sono strettamente collegati. Ferroni
non vede le contraddizioni e perciò s’arrocca nella religione
delle lettere. Sono d’accordo sul giudizio complessivo su
Fortini… Ma… Fortini ha insistito
sempre sul valore della letteratura e sui “limiti della
poesia”, vale a dire sui pericoli impliciti in qualunque
religione delle lettere. Il criterio di verità della letteratura
non sta nella letteratura, ma fuori».