ritorna all'homepage

Newsletter n.4 Luglio 2005

Fine del postmoderno


Torna al sommario


IN PRIMO PIANO
Giulio Einaudi
Lo snobismo, l'egemonia culturale della sinistra e le falle del revisionismo storico




Ferroni: torniamo all’umanesimo letterario. Luperini: è una proposta anacronistica, sta nascendo una nuova era ancora senza nome

Giulio FerroniLa critica letteraria sarà sempre più marginale e irrilevante, ma i critici non si arrendono e continuano, quasi come “voces clamantes in deserto”, a sfornare analisi e lamentazioni e a proporre ricette che restano, comunque, inascoltate. Interrogato da Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera, lo studioso Giulio Ferroni si abbandona a un lungo cahier de doléances, a partire dalla disastrosa riforma della scuola, di cui incolpa in egual misura i ministri Berlinguer e Letizia Moratti «… responsabili della generale tendenza all’evaporazione del sapere, che va di pari passo con l’evaporazione della critica». Altrettanto pessimista è Ferroni sulla situazione nazionale: «In Italia, ma non solo in Italia, non vedo un pensiero filosofico-politico, si fanno solo conflitti tra neoconservatori che sono in difesa distruttiva del modello occidentale e una risposta no global deformata in senso anarchicheggiante». Il docente romano rimpiange, pur con dei distinguo, le figure di intellettuali scomodi come Franco Fortini o Leonardo Sciascia e, naturalmente Pasolini che «… vedeva il mondo con acume, anche se forse oggi non regge molto, però era capace di guardare in alto, affrontava le grandi questioni e sapeva farle ricadere sul pubblico. Oggi conta l’etichetta di schieramento e il rilievo mediatico, Vasco Rossi è diventato un maestro celebrato in università. Sono sorpreso che gli intellettuali lo apprezzino come un modello da proporre ai giovani». Il 62enne critico romano sembra volgersi indietro e guarda a vecchi maestri di impegno letterario come Gadda, Montale, Fenoglio e anche Bilenchi e Luzi che pure «veniva considerato un democristiano». Circa la tesi di Romano Luperini che l’11 settembre abbia mandato in soffitta il postmoderno, schiudendo la strada a una “nuova modernità”, Ferroni obietta: «La visione ottimistica dello scorrimento telematico e della riduzione dei conflitti, tipica del postmoderno, non ha portato a un’apertura, ma a un’ulteriore chiusura. Vedo un mondo che si gira in se stesso: mi pare che le strade della modernità non si siano riaperte, ma si siano chiuse per sempre con i conflitti tra i fondamentalismi. Al postmoderno come deriva dell’alleggerimento, simbolicamente rappresentato dall’informatica, si è sostituito un orizzonte distruttivo».

Gli ha replicato sempre sul Corsera lo stesso Luperini: «Secondo Ferroni, gli anni del postmoderno hanno chiuso ogni prospettiva. Quanto oggi sta accadendo, dopo le Torri Gemelle, si situa ancora all’interno di una fase segnata dalla mancanza di impegno, dal trionfo dell’universo massmediologico, dalla caduta di prestigio della letteratura e dei valori umanistici, a cui Ferroni contrappone una sorta di religione laica della letteratura. Però non siamo agli anni Trenta, la “letteratura come vita” ha fatto il suo tempo e la repubblica delle lettere non esiste più. E neppure siamo più forse nel postmoderno. Qualcosa sta cambiando: nella realtà materiale, anzitutto, e poi anche nella cultura e nella letteratura… A mio avviso una fase si è chiusa e siamo agli inizi di una nuova che non ha ancora nome. Nell’impostazione di Ferroni analisi apocalittica della situazione e culto della letteratura sono strettamente collegati. Ferroni non vede le contraddizioni e perciò s’arrocca nella religione delle lettere. Sono d’accordo sul giudizio complessivo su Fortini… Ma… Fortini ha insistito sempre sul valore della letteratura e sui “limiti della poesia”, vale a dire sui pericoli impliciti in qualunque religione delle lettere. Il criterio di verità della letteratura non sta nella letteratura, ma fuori».