Il fenomeno (e moda) del “teatro di
narrazione” travalica ormai anche in ambito editoriale e impone
una scrittura originariamente nata per essere interpretata,
performata sulla scena come una forma di “letteratura orale”,
fuori dai consueti canoni e percorsi
della letteratura drammaturgica
tradizionalmente intesa. Dopo la versione televisiva dei suoi Album teatrali, ecco che l’Einaudi pubblica
di Marco Paolini Gli album vol. 1: Storie di certi italiani,
un libro con due dvd annessi per
complessivi 290 minuti di visione (€
27), in cui si compendia la lunga narrazione scenica autobiografica
dell’attore veneto che s’intreccia con la vicenda dell’Italia
negli anni ’60 e ’70. Lo storico Giovanni De Luna ne parla
sull’Unità sottolineando che si tratta di un libro
da vedere e ascoltare, leggi frasi ed immagini subito Paolini
che le recita: «… quelle
parole si staccano dalla pagina, acquistano una sonorità da
scena teatrale, si riempiono del calore dell’invettiva, della
leggerezza dell’arguzia… Alla fine la storia degli Anni Settanta
– perché di questo e solo di questo in realtà tratta il libro
– finalmente esce dalle distorsioni e dall’oblio: il suo carico
eccessivo, quel surplus di violenza che ne accompagna il ricordo
e che reca fastidio a chi non vede l’ora di dimenticare, nel
farsi spettacolo diventa finalmente riconoscibile, trasmissibile
anche a chi non c’era. La memoria autoriferita
e narcisistica di un’intera generazione (“io c’ero”, “mi ricordo
perfettamente”) scompare d’incanto per lasciare il posto a
un racconto che avvince, coinvolge e, soprattutto, avvicina
lettori e spettatori alla conoscenza storica».
Sempre da Einaudi
è uscito Storie di
uno scemo di guerra, che contiene il testo dell’ultimo
spettacolo di un altro preclaro esponente del teatro di
narrazione, il 33enne romano Ascanio Celestini. Con l’attore-autore capitolino ritorniamo
indietro alla Seconda guerra mondiale, all’arrivo a Roma
degli americani il 4 giugno del 1944, all’affastellarsi
dei racconti orali di una popolazione oramai in ginocchio,
mentre il centro della narrazione irradia dai ricordi del
padre dell’attore, allora un bambino di
otto anni, che segue per le strade semideserte il
genitore impegnato nell’impresa tragicomica dell’acquisto
di un maiale. Osserva Emanuele
Trevi sul manifesto
che «Celestini srotola il suo racconto seguendo linee di
figure e di pensieri che assomigliano ad altrettante melodie…
Celestini mentre accetta di confrontarsi
con un modo narrativo addirittura più “arcaico” che semplicemente
“antico”, nello stesso tempo lo sovverte, gli imprime il
sigillo di una sua maniera. Perché la circolarità dell’ascolto
e del racconto scaturito dall’ascolto, e subito destinato
a trasformarsi di nuovo in oggetto di ascolto, non è necessariamente virtuosa… lui è sempre lì,
al centro dell’enunciazione letteraria come stesse al centro
di un palcoscenico mentale, immateriale, ma a suo modo ben
concreto. Il suo lavoro arriva per ultimo, ma è decisivo.
Conferisce all’informe delle esperienze ascoltate l’unica
forma possibile… Fino al momento in cui, anche lui costretto
a congedarsi mentre cala il sipario sulla scrittura-spettacolo,
tocca a noi, che leggiamo, continuare il gioco».
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