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Newsletter n.4 Luglio 2005

Letteratura orale


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Dagli album anni ’70 di Marco Paolini alle storie di guerra di Ascanio  Celestini

Marco PaoliniIl fenomeno (e moda) del “teatro di narrazione” travalica ormai anche in ambito editoriale e impone una scrittura originariamente nata per essere interpretata, performata sulla scena come una forma di “letteratura orale”, fuori dai consueti canoni e percorsi della letteratura drammaturgica tradizionalmente intesa. Dopo la versione televisiva dei suoi Album teatrali, ecco che l’Einaudi pubblica di Marco Paolini Gli album vol. 1: Storie di certi italiani, un libro con due dvd annessi per complessivi 290 minuti di visione (€ 27), in cui si compendia la lunga narrazione scenica autobiografica dell’attore veneto che s’intreccia con la vicenda dell’Italia negli anni ’60 e ’70. Lo storico Giovanni De Luna ne parla sull’Unità  sottolineando che si tratta di un libro da vedere e ascoltare, leggi frasi ed immagini subito Paolini che le recita: «… quelle parole si staccano dalla pagina, acquistano una sonorità da scena teatrale, si riempiono del calore dell’invettiva, della leggerezza dell’arguzia… Alla fine la storia degli Anni Settanta – perché di questo e solo di questo in realtà tratta il libro – finalmente esce dalle distorsioni e dall’oblio: il suo carico eccessivo, quel surplus di violenza che ne accompagna il ricordo e che reca fastidio a chi non vede l’ora di dimenticare, nel farsi spettacolo diventa finalmente riconoscibile, trasmissibile anche a chi non c’era. La memoria autoriferita e narcisistica di un’intera generazione (“io c’ero”, “mi ricordo perfettamente”) scompare d’incanto per lasciare il posto a un racconto che avvince, coinvolge e, soprattutto, avvicina lettori e spettatori alla conoscenza storica».

Sempre da Einaudi è uscito Storie di uno scemo di guerra, che contiene il testo dell’ultimo spettacolo di un altro preclaro esponente del teatro di narrazione, il 33enne romano Ascanio Celestini. Con l’attore-autore capitolino ritorniamo indietro alla Seconda guerra mondiale, all’arrivo a Roma degli americani il 4 giugno del 1944, all’affastellarsi dei racconti orali di una popolazione oramai in ginocchio, mentre il centro della narrazione irradia dai ricordi del padre dell’attore, allora un bambino di otto anni, che segue per le strade semideserte il genitore impegnato nell’impresa tragicomica dell’acquisto di un maiale. Osserva Emanuele Trevi sul manifesto che «Celestini srotola il suo racconto seguendo linee di figure e di pensieri che assomigliano ad altrettante melodie… Celestini mentre accetta di confrontarsi con un modo narrativo addirittura più “arcaico” che semplicemente “antico”, nello stesso tempo lo sovverte, gli imprime il sigillo di una sua maniera. Perché la circolarità dell’ascolto e del racconto scaturito dall’ascolto, e subito destinato a trasformarsi di nuovo in oggetto di ascolto, non è necessariamente virtuosa… lui è sempre lì, al centro dell’enunciazione letteraria come stesse al centro di un palcoscenico mentale, immateriale, ma a suo modo ben concreto. Il suo lavoro arriva per ultimo, ma è decisivo. Conferisce all’informe delle esperienze ascoltate l’unica forma possibile… Fino al momento in cui, anche lui costretto a congedarsi mentre cala il sipario sulla scrittura-spettacolo, tocca a noi, che leggiamo, continuare il gioco».