Tommaso
Pincio è l'autore di La ragazza che non era lei, da poco edito
da Einaudi Stile Libero (pp. 308, € 14,80), che alcuni critici
hanno definito "il romanzo dell'anno", come abbiamo
riportato nel numero scorso di questa Newsletter. In più si
è poi orchestrata una sorta di battaglia politica tra Pincio
e un altro giovane scrittore Alessandro Piperno, autore di Con
le peggiori intenzioni (ed. Mondadori, € 17,00) facendo
passare il primo di sinistra, il secondo di destra, ma lo
scontro sembra che si sia esaurito presto per mancanza di
motivazioni.
Come si sa, Tommaso Pincio è lo pseudonimo che Marco Colapietro si è dato italianizzando
il nome dello scrittore americano che più di tutti ammira:
Thomas Pynchon. Il critico Filippo
La Porta
ha dichiarato d'essere assolutamente certo che tra Pynchon
e Pincio non esiste alcuna parentela letteraria, ma quel che
è certo è che Marco
Colapietro qualche legame deve averlo sentito, una certa devozione
deve averla provata, quel sentimento di gratitudine e insieme
di rivalità che è dell'allievo verso il maestro deve averlo
nutrito se ha scelto quel nome tra i tanti di altrettanto
grandi scrittori, sempre rimanendo in America, da Scott Fitzgerald a Saul Bellow, da John Dos Passos
a J. D. Salinger,
da Jack Kerouac a Raymond Carver. Escluso Don
De Lillo perché ha già un nome italiano.
Tornando all'oggi, Tommaso Pincio è sotto i riflettori per
il suo nuovo romanzo. Ed è stato oggetto di due pezzi giornalistici:
il resoconto della presentazione di La
ragazza che non era lei alla Caffetteria del Melbookstore
in via Nazionale a Roma, firmata da Edoardo
Camurri sulla Domenica
del Sole 24 Ore del 12 giugno, e la recensione
di Angelo Guglielmi
sull'Unità del 28 giugno.
Quella di Camurri è una cronaca minuto per minuto dell'avvenimento,
spruzzata di ironia, a volte divertente, a volte un tantino
acidula. L'incontro era fissato per le 18,30 in una saletta con 35 posti (7 file di 5
sedie ciascuna), ma, scrive il cronista, «alle 18,28 siamo
in tre. Alle 18,32 sempre in tre. Alle 18,40 si aggiunge una
coppia che ordina una granita… Ore 18,47 ancora niente Pincio.
Ore 18,50, Fruuuuuuu Fruuuuuuu Fruuuuuuu fa il frullatore
che frulla, Ore 18,52. Arriva Pincio. Siamo otto. Con lui
Severino Cesari, direttore della collana
Stile Libero di Einaudi». Pincio, già intravisto prima da
Camurri, «indossa capelli spettinati, barbetta incolta e maglietta
alternativa con raffigurazione stampata del dio Siva». Si
comincia con Cesari che per «5 minuti e 28 secondi legge una
recensione di Emanuele
Trevi al libro di Pincio in cui Trevi sostiene che il
libro di Pincio è bellissimo. Pincio si dice d'accordo. Poi
Cesari continua a leggere. Si accorge però che nella sua "importantissima"
recensione Trevi sbaglia il titolo del romanzo di Pincio e
lo confonde con un altro di David Foster Wallace: La ragazza
dai capelli strani. Non importa. Alle 19,13 siamo in dodici».
A questo punto parla Pincio che racconta d'aver perso la
voce per leggere il suo libro a Severino Cesari e ne sintetizza
così la trama: «Ragazza carina che finisce in un mondo brutto».
Poi, sollecitato da Cesari a parlare della realtà, risponde:
«Fin da piccolo ho avuto problemi di adattamento con il mondo
reale» e continua dicendo che «la realtà è uno strumento che
il potere utilizza per i suoi fini». Siamo alla fine. Camurri
annota: «Dietro di me uno manda un sms. Severino Cesari legge
qualche passo de La ragazza che non era lei. Si fa tardi.
Alle 20,01 un commesso della libreria avverte che è tempo
di chiudere. Non si possono fare domande. Ci si alza. In otto.
Al bar viene offerto un aperitivo. Pincio rimane a firmare
un autografo». Questa la conclusione: «Ingoio una tartina
con gamberetti. Fruuuuuuu Fruuuuuuu Fruuuuuuu frulla il frullatore».
La recensione di un critico letterario qual è Angelo Guglielmi
è già di per sé un riconoscimento da incorniciare. Ma Guglielmi
comincia addirittura con queste parole: «Tommaso Pincio è
uno scrittore di grande talento ma è anche uno scrittore furbo:
e la furbizia la vince sul talento». Nel senso che non si
preoccupa di crearsi un antagonista per ottenere una vittoria
significativa, lui vince con grande sicurezza poiché «scrive
un romanzo piacevole e ambizioso, scorrevole e appassionante,
ma avanza scegliendo la strada più comoda, aggirandosi tra
le suggestioni del giallo e le indicazioni del romanzo antropologico-storico
di marca Usa». La ragazza che non era lei racconta gli
ultimi cinquant'anni della storia del mondo, osserva il critico,
«in omaggio (e in obbedienza) alla civiltà globale… supertecnologizzata,
disumana, violenta, consumistica» che piega i giovani, ai
quali non resta che la fuga oppure l'azione terroristica.
Guglielmi sottolinea che Pincio «si aggira tra hippy, sessantottini
e terroristi con grande abilità (e sapiente ambiguità) imbastendo
una storia in cui confluiscono fughe, perdizioni, ma anche
amori e complicità, passioni e sfoghi schizofrenici, maternità
ma anche matricidi, incenso e marijuana, sesso (con stupro
del supposto cadavere della ragazza che non era lei) eccidi gratuiti, controlli polizieschi, persecuzioni,
attentati, perfino pacchi-dinamite e insomma l'intero armamentario
poetico-violento che ha intessuto la nostra vita (la vita
del mondo) negli ultimi cinquant'anni».
Due i protagonisti: la ragazza "che non era lei",
tanto inquieta e confusa che pur di fuggire in un qualsiasi
altrove accetta la prima occasione ma se ne pente, e il ragazzo,
un malnato e malcresciuto in una comunità hippy, solo, senza
nome (si fa chiamare Z), senza parola (perché non ha imparato
a parlare da bambino ma da ragazzo e, in odio all'inquinamento
della lingua, ha deciso di abolire le vocali), il quale si
scopre un genio della matematica e cerca di salvarsi con i
numeri. Ma invano.
Si potrebbe forse dire che l'antagonista che sembrava mancare
in realtà poi emerge vestendosi dei panni sporchi e prepotenti
della società globale di cui s'è detto sopra. E poi la storia
del mezzo secolo trascorso che intesse la trama ha poco a
che fare con la storia reale e più con la favola, una favola
nera, piena di mostri e di trappole. E' pur vero che il giovane
Pincio, per ragioni d'età, ha sofferto soltanto la metà di
quei cinquant'anni e dunque descrive un po' a manciate il
primo quarto di secolo, lasciandosi invece suggestionare dalle
paure del secondo. Il romanzo infatti scivola nella fantascienza
rappresentando (è vero, con grande talento) la devastazione
e il degrado del mondo a venire, in cui anche la geografia
è stata distrutta. Una umanità sopravvissuta a una guerra
spaventosa e che vive grazie alla produzione escrementi, in
un tempo dilatato senza punti di riferimento. E l'elemento
chiave della fine della civiltà che Pincio inventa è la polvere,
una polvere rossa, che un vento costante sparge ovunque, negli
oggetti e nei corpi, e che quando si trasforma in tempesta
accumula fino a seppellire uomini e cose. Una polvere soffocante,
accecante e velenosa, che è anche un subdolo mezzo di polizia,
essendo in realtà ogni granello un occhio del potere, una
microspia che sorveglia la gente.
Guglielmi, esprimendo qualche dubbio, cita l'opinione di Filippo La Porta secondo il quale
la nostra letteratura «non riesce a dire il tragico», ma il
quadro che ci consegna La
ragazza che non era lei non è certamente di semplice intrattenimento.
Il viaggio attraverso una California futuribile in effetti
è un viaggio all'inferno. E non si conclude con l'happy end.
M.V.