La decadenza (forse terminale) della
critica letteraria viene esaminata
da uno dei più raffinati studiosi delle nostre lettere, Mario Lavagetto, nel recente pamphlet Eutanasia della critica, edito da Einaudi. Osserva Lavagetto che più
si fa diluviale la produzione di libri e più la critica sembra
condannata ad una sorta di afasia.
L’ambizione di diventare una scienza appare, oggi, definitivamente
naufragata, e così la critica oscilla tra studi iperspecialistici
riservati a “pochi felici” e l’obbedienza alla
mode culturali, non di rado manipolate da mass-media
e uffici stampa editoriali. Di fatto la critica sembra al
presente incapace di di
leggere i testi per quello che contengono e cercano di significare.
Niente più autonomia, ma soltanto eteronomia dell’opera letteraria.
Recensendo il saggio di Lavagetto,
Paolo Mauri
(Repubblica) ha
scritto: «Se la
critica cambia e affossa la critica precedente dobbiamo dunque
concludere che essa sia la più fragile delle discipline? Direi
che dipende da chi se ne fa carico, fermo restando che quello
del critico è (… Debenedetti)
“l’alloro più tardo, il più amaro”. Chi ha letto le pagine
quasi testamentarie di Garboli
sull’incertezza del proprio mestiere sa bene di cosa sto parlando…
Concordo con Lavagetto: il frastuono
prodotto dall’industria culturale è in grado di assordare
chiunque. La critica ha invece bisogno di non smarrire la
strada, di rinnovare il suo rapporto sempre
in fieri con la letteratura… Non azzardiamo previsioni, che
sarebbero fuori luogo, e del resto
i cultori dell’apocalisse quotidiana
sono da tempo all’opera un po’ dovunque. Credo che a Lavagetto
stia a
cuore la civiltà dell’operazione critica,
che è poi la ricchezza, detto in senso lato, dell’umanesimo.
Se è così, il suo piccolo e prezioso
libro non può che essere preso come l’auspicio di una nuova
stagione».