Domenica 17 luglio 2005 è morta Gina Lagorio,
a 83 anni. È morta a Milano, dopo due anni di malattia, un
ictus, raccontati in un libro, Càpita,
inedito ma già consegnato all'editore.
Nata in Piemonte, a Bra, Gina Lagorio si fa adolescente e donna
in Liguria, dove vive la guerra e si sposa con Emilio Lagorio
protagonista della Resistenza a Savona. Dopo la morte del
marito nel 1964 (alla figura del quale dedica uno dei suoi
migliori romanzi, Approssimato per difetto, 1971
e più tardi un secondo appassionato volumetto,
Raccontiamoci com'è andata. Memoria di
Emilio Lagorio e della Resistenza
a Savona, 2003) resta a Savona per una decina d'anni,
finché nel 1974 si trasferisce a Milano per lavorare nella
casa editrice di Livio Garzanti, che diverrà il suo secondo marito.
Garzanti, con dignitosa discrezione, come sarebbe
piaciuto a lei, sul Corriere della Sera del
18 luglio ricorda il loro «sodalizio mentale e sentimentale
durato per 35 anni» come «un rapporto verissimo e ignoto agli
altri».
Raccontare era per Gina Lagorio
«una seconda maniera di essere»,
ci dice Marina Gersony sul Giornale, un modo per conseguire la
conoscenza del mondo. Eppure le circostanze della vita la
fanno esordire non subito («ho fatto l'insegnante per campare
e per fare la moglie e la madre», cita Gersony), quantunque Giulio
Ferroni sull'Unità insista a collocarne l'esordio,
con il racconto Il silenzio, a 21 anni, nel 1963, al
momento della scomparsa di Beppe Fenoglio,
per rilevarne la radice piemontese (anche il titolo Raccontiamoci
com'è andata, nota Ferroni, è preso da Fenoglio,
cui d'altronde dedica una pionieristica monografia critica:
Fenoglio, 1970), mentre Paolo
Di Stefano sul Corriere della Sera ricorda
che il suo primo libro fu Il polline, nel 1966, dalla
geografia pavesiana. In realtà il
successo le venne con Un ciclone chiamato Titti, 1969, sulla nascita della prima figlia, e nel 1971
con Approssimato per difetto. La chiave autobiografica
è infatti la sua «cifra narrativa» più propria, «una sintesi
alquanto inusitata fra intimismo e realismo, o meglio fra
la necessità di esprimere per via romanzesca vicende, miti
e fantasmi strettamente legati al proprio vissuto» e quella
di incastonare il tutto nella realtà storica (Stefano Giovanardi
sulla Repubblica).
Divenuta, dopo il trasferimento a Milano, «presenza essenziale
della società colta milanese» (Ferroni), nel 1987 diverrà
anche deputata per la Sinistra indipendente, lasciandosi guidare
da una passione democratica che (continua Ferroni) «era del
resto tutta una cosa con quella culturale e letteraria».
Su quest'ultimo piano
infatti Gina Lagorio si fa condurre dall'idea «di "salvare",
anche nel presente postmoderno, il valore della grande cultura
"classica", l'attenzione ai grandi autori e alle
grandi esperienze». Sul piano più generale ha «una cura eccezionale
per la "dignità" delle vite». Così – conclude
Ferroni – «ci ha lasciato la testimonianza di una stagione
autentica, fatta di attenzione, di curiosità, di una sicura
capacità di discernere, immune dai confusi veleni postmoderni».
Infatti, come scrive, ancora sull'Unità,
Furio Colombo, «le sembrava impossibile guardare da
un'altra parte, le sembrava impossibile usare la letteratura»
come alibi «per non sapere e non dire». Legata moralmente alla Resistenza,
s'indignava per i giorni che stiamo
vivendo, voleva «un'Italia pulita e accanitamente decisa a
difendere la propria reputazione di paese perbene».
A.S.