Nell’articolo di Franco
Volpi su Repubblica
viene riesaminata la posizione politico filosofica di Ernst Jünger, alla luce del lavoro filologico di Michel Vanoosthuyse,
docente di letteratura tedesca a Montpellier, che nel suo
libro Fascisme et literature
pure, la fabrique d’Ernst Jünger,
documenta come l’opera dello scrittore riveli l’ideologia
che la ispira: una «Weltanschauung
germanica della forza e della purezza, della decisione e dell’eroismo,
del sangue e del suolo, di cui Jünger
rappresenterebbe la versione nobile ed aristocratica, mascherata
a volte dietro un’ostentata francofilia».
Le posizioni ideologiche di Jünger,
dopo quelle di Schmitt ed Heidegger, vengono dunque sottoposte a vaglio critico.
Vanoosthuyse documenta le sistematiche
riscritture dei testi, che però non
è certo debbano necessariamente essere interpretate nel senso
di una sorta di camuffamento, ma, osserva Volpi: «Potrebbe
essere che la ragione delle riscritture sia da cercare meno nel bisogno di purificare
il proprio passato – che probabilmente
Jünger non sentiva – quanto piuttosto
nella transizione dall’eroismo nichilistico
ed estetizzante della prima fase, alla visione simbolica del
mondo, caratterizzata dalla centralità del Vitale contro il
Cerebrale, della seconda».
E’ chiaro che l’autore è portatore di un’ideologia di destra,
ma non sembra si possa sostenere una sua contiguità stretta
con nazismo, infatti, aldilà dell’ammirazione espressa da
Hitler sulla sua scrittura, «i ponti
d’oro» che gli avrebbe gettato Goebbels, da lui non furono mai attraversati.
M.G.