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Newsletter n.4 Luglio 2005

Heidegger


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Faye insiste: c'era in lui una chiara adesione alla visione nazista del mondo

Martin HeideggerSul Corriere della Sera del 3 giugno 2005 Frediano Sessi conto di un nuovo libro, Heidegger, l'introduction du nazisme dans la philosophie (Paris, Albin Michel, 2005), sul rapporto fra Heidegger e il nazismo.

Nel dopoguerra, in un primo tempo aveva avuto corso più o meno generale (salvo le critiche di Karl Lowith, allievo di Heidegger, e l'analisi di György Lukács in Distruzione della ragione, 1953) l'opinione secondo cui nell'autore di Essere e tempo (1927) era esistita una distanza intenzionale fra pratica politica corriva e invece autonoma ricerca filosofica. Poi era arrivata la denuncia di Hugo Ott e Victor Farias, che a suo tempo fece qualche rumore perché rivelava che Heidegger era stato precisamente un fautore attivo del nazismo, anche se in termini generici e soltanto politici. Ora lo studioso francese Emmanuel Faye con questo libro precisa e documenta che i legami furono sistematici e filosofici: dal 1920 con pensatori razzisti e protonazisti, quindi dal 1933, per esempio con Erich Rothacker, rettore dell'Università di Bonn, che elabora un piano nazionale di educazione nazista e organizza campi di studio cui Heidegger partecipa, approvando per altro la teoria di distruzione umana programmata, da Rothacker esposta nel suo Filosofia della storia. Inoltre, in seminari del periodo 1933-1935, fino a oggi inediti, Faye trova una esplicita adesione alla visione del mondo hitleriana, che riconosce senza giri di parole come il nemico da «annientare» per salvare il popolo tedesco sia anzitutto «l'ebreo assimilato».

Resta in piedi la questione qui da Sessi ricordata citando Emmanuel Levinas, il quale, «nonostante tutto l'orrore » associato al  nome di Heidegger, «che niente arriverà mai a dissipare», ne considera tuttavia fondamentale l'opera filosofica, fino a giudicare Essere e tempo un libro eterno. Azzardiamo: forse potremmo pensare che non sempre i filosofi (come del resto gli scrittori e gli intellettuali in genere), quando scendono nella pratica, sono i migliori interpreti di se stessi.

                                                                                                            A.S.