Nel dopoguerra, in un primo tempo aveva avuto corso più o
meno generale (salvo le critiche di Karl
Lowith, allievo di Heidegger, e
l'analisi di György Lukács
in Distruzione della ragione, 1953) l'opinione secondo
cui nell'autore di Essere e tempo (1927) era esistita
una distanza intenzionale fra pratica politica corriva e invece
autonoma ricerca filosofica. Poi era arrivata la denuncia
di Hugo Ott
e Victor Farias, che a suo
tempo fece qualche rumore perché
rivelava che Heidegger era stato
precisamente un fautore attivo del nazismo, anche se in termini
generici e soltanto politici. Ora lo studioso francese Emmanuel
Faye con questo libro precisa
e documenta che i legami furono sistematici e filosofici:
dal 1920 con pensatori razzisti e protonazisti,
quindi dal 1933, per esempio con Erich
Rothacker, rettore dell'Università di Bonn, che elabora un
piano nazionale di educazione nazista
e organizza campi di studio cui Heidegger
partecipa, approvando per altro la teoria di distruzione umana
programmata, da Rothacker esposta
nel suo Filosofia della storia. Inoltre, in seminari
del periodo 1933-1935, fino a oggi
inediti, Faye trova una esplicita
adesione alla visione del mondo
hitleriana, che riconosce senza giri di parole come il nemico
da «annientare» per salvare il popolo tedesco sia anzitutto
«l'ebreo assimilato».
Resta in piedi la questione qui da Sessi ricordata citando
Emmanuel Levinas, il quale,
«nonostante tutto l'orrore » associato al
nome di Heidegger,
«che niente arriverà mai a dissipare», ne considera tuttavia
fondamentale l'opera filosofica, fino a giudicare Essere
e tempo un libro eterno. Azzardiamo: forse potremmo pensare
che non sempre i filosofi (come del resto gli scrittori e
gli intellettuali in genere), quando scendono nella pratica,
sono i migliori interpreti di se stessi.
A.S.