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Newsletter n.4 Luglio 2005

Letteratura gialla


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In Italia un boom a scoppio ritardato per un genere non più considerato di serie B

Giancarlo De CataldoNon molti anni fa quando si parlava di gialli s'intendeva un genere minore, che aveva poco commercio con la letteratura ma molto con il mercato. C'era soprattutto, se non unicamente, il giallo Mondadori, che aveva inventato il logo, pubblicando il primo numero della collana nel settembre del 1929, e aveva catturato schiere sempre più fitte di lettori appassionati, in ansiosa attesa dell'uscita in edicola (per un periodo mensile, poi quindicinale). Gli autori, in genere americani, erano classificati di serie B, rinchiusi in una sorta di ghetto che la critica ufficiale non solo non prendeva in considerazione ma anzi, se per caso vi si imbatteva, volgeva lo sguardo altrove. Basta citarne qualcuno: Edgard Wallace, Agatha Christie, Conan Doyle, James Cain, S. S. van Dine, James Ellroy, Raymond Chandler, Patricia Highsmith, Ed McBain, Cornell Woolrich. Erano ritenuti libri usa e getta, letture da viaggio, volumetti che compravi al momento di partire sulle bancarelle presenti sui marciapiedi delle stazioni ferroviarie e lasciavi all'arrivo sui sedili dello scompartimento. Il successo commerciale era un'aggravante e peggio ancora quello dei film, nonostante le trasposizioni cinematografiche fossero opera di registi e attori di grande talento. Tra i primi, Howard Hawks, Billy Wilder, Alfred Hitchcock; tra i secondi, Humphrey Bogart, Dick Powell, James Stewart, Cary Grant, Robert Mitchum. Gli italiani erano praticamente assenti. Giusto un nome resta, quello di Giorgio Scerbanenco per gli anni cinquanta-sessanta. Più tardi Leonardo Sciascia e la coppia Fruttero-Lucentini.

Passati diversi decenni la fortuna ha preso a girare, la critica a farsi disponibile. E finalmente dalla lettura è nata l'attenzione, poi la considerazione, infine l'apprezzamento. Da tenere in conto che anche la TV ha fatto la sua parte. Oggi siamo arrivati alla conquista di un posto di tutto rispetto nel panorama culturale da parte di gialli, noir, polizieschi e thriller e al riconoscimento del diritto alla cittadinanza letteraria per i loro autori. «Sono caduti gli steccati - dichiara Massimo Turchetta, direttore generale delle edizioni Mondadori - il genere ormai mescola gli stili, i registri, acquistando sempre più spessore e complessità» e per quel che riguarda gli scrittori «prima ancora che con bravi giallisti abbiamo a che fare con bravi autori tout court e il pubblico è stato attratto dalla qualità».

Un'inchiesta di Marco Cicala pubblicata dal Venerdì, settimanale de la Repubblica, prende spunto da questo dato: «In un decennio i polizieschi made in Italy sono cresciuti del 1700 per cento». E come fotografia della «nuova realtà - dice Cicala - arriva in libreria Crimini (pp. 389, € 15,50), raccolta in cui Einaudi Stile Libero mette per la prima volta insieme racconti inediti dei big di casa nostra: Andrea Camilleri, Niccolò Ammaniti, Carlo Lucarelli, Giorgio Faletti, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Marcello Fois, Sandrone Dazieri, Diego De Silva, Antonio Manzini. "Un giro d'Italia in nero" lo definisce nell'introduzione il curatore De Cataldo». La vera novità forse risiede nel fatto che la scrittura gialla ha individuato un nuovo modo per «raccontare i volti di un Paese. Dal Nordest di Carlotto alla Sicilia di Camilleri, dalla Sardegna di Fois alla Bologna di Lucarelli». Ma non è soltanto la diversa ambientazione a distinguere questi scrittori. Carlotto per esempio afferma che nell'Italia di oggi «emergono nuove culture criminali difficili da decifrare, gli industriali fuggono dal Nordest. Gli spunti d'ispirazione si sprecano». Lucarelli invece è un po' deluso perché ha notato negli ultimi tempi «lavorando per cinema e tv, una crescente pruderie a raccontare storie davvero noir, vale a dire poco rassicuranti, Magari con poliziotti corrottissimi come protagonisti». La televisione non lesina la produzione di fiction gialle e poliziesche, ma Dazieri rileva che «a parte l'eccezione di Montalbano, vediamo trame light, violenza edulcorata, le istituzioni mai messe in crisi, rese problematiche… prodotti per famiglie». Al contrario Ammaniti vuole scrivere di «anime nere. Patologie. Perversioni. Situazioni estreme», odia la figura del detective privato ed è convinto che non riuscirebbe «a portare avanti un personaggio seriale: ne voglio sempre uno nuovo». Giorgio Faletti, passato da comico di cabaret a inventore di thriller, sostiene che ci sono «affinità fra umorismo e suspense: in entrambi i casi devi cercare l'effetto, la risata o lo spavento, devi giocare a scacchi con il pubblico».

Tornando all'Italia, paese dei grandi misteri irrisolti, ricorda Cicala, De Cataldo, autore di gialli e magistrato di professione, crede che «il vero punto di svolta sia stato la morte di Pier Paolo Pasolini. Il vuoto lasciato dall'ultimo grande intellettuale, che diceva "io so i nomi dei responsabili ma non ho le prove". Gli italiani sanno tutto, anche in assenza di certificazione giudiziaria. Si può guadagnare l'impunità, ma è impossibile nascondere il fatto». Non è d'accordo Carlotto che dice senza mezzi termini: «Questo Paese ha perso il senso della verità. Non abbiamo a che fare con una realtà noir opposta a una realtà bianca. Piuttosto con una dominante grigia. E così ribattezzerei il genere letterario». Secondo Fois «dalle mie parti la verità non esiste. Ognuno ha la sua». Ma Lucarelli conclude: «Resta ferma la necessità che da qualche parte la 'verità vera' ci sia. E che non bisogna smettere di tornare sui casi in cui non è stata trovata».

Prima di chiudere va detto che i giallisti italiani non sono soltanto i dieci di Crimini. Bisogna ricordare, tra gli altri, il decano Loriano Macchiavelli e Corrado Augias, Laura Grimaldi, Attilio Veraldi, Luca Di Fulvio, Franz Krauspenhaar, Augusto De Angelis, Sabina Morandi.

                                                                                                                  M.V.