Non molti anni fa quando si parlava di gialli s'intendeva
un genere minore, che aveva poco commercio con la letteratura
ma molto con il mercato. C'era soprattutto, se non unicamente,
il giallo Mondadori, che aveva inventato il logo, pubblicando il primo
numero della collana nel settembre del 1929, e aveva catturato
schiere sempre più fitte di lettori appassionati, in ansiosa
attesa dell'uscita in edicola (per un periodo mensile, poi
quindicinale). Gli autori, in genere americani, erano classificati
di serie B, rinchiusi in una sorta di ghetto che la critica
ufficiale non solo non prendeva in considerazione ma anzi,
se per caso vi si imbatteva, volgeva lo sguardo altrove. Basta
citarne qualcuno: Edgard Wallace, Agatha Christie, Conan Doyle,
James Cain, S. S. van Dine, James Ellroy, Raymond Chandler, Patricia Highsmith, Ed McBain, Cornell Woolrich.
Erano ritenuti libri usa e getta, letture da viaggio, volumetti
che compravi al momento di partire sulle bancarelle presenti
sui marciapiedi delle stazioni ferroviarie e lasciavi all'arrivo
sui sedili dello scompartimento. Il successo commerciale era
un'aggravante e peggio ancora quello dei film, nonostante
le trasposizioni cinematografiche fossero opera di registi
e attori di grande talento. Tra i primi, Howard
Hawks, Billy Wilder, Alfred Hitchcock; tra i secondi,
Humphrey Bogart, Dick Powell, James Stewart, Cary Grant, Robert Mitchum.
Gli italiani erano praticamente assenti. Giusto un nome resta,
quello di Giorgio Scerbanenco per gli anni cinquanta-sessanta.
Più tardi Leonardo
Sciascia e la coppia Fruttero-Lucentini.
Passati diversi decenni la fortuna ha preso a girare, la
critica a farsi disponibile. E finalmente dalla lettura è
nata l'attenzione, poi la considerazione, infine l'apprezzamento.
Da tenere in conto che anche la TV ha fatto la sua parte. Oggi
siamo arrivati alla conquista di un posto di tutto rispetto
nel panorama culturale da parte di gialli, noir, polizieschi
e thriller e al riconoscimento del diritto alla cittadinanza
letteraria per i loro autori. «Sono caduti gli steccati -
dichiara Massimo Turchetta,
direttore generale delle edizioni Mondadori - il genere ormai
mescola gli stili, i registri, acquistando sempre più spessore
e complessità» e per quel che riguarda gli scrittori «prima
ancora che con bravi giallisti abbiamo a che fare con bravi
autori tout court
e il pubblico è stato attratto dalla qualità».
Un'inchiesta di Marco Cicala pubblicata dal Venerdì, settimanale de la Repubblica,
prende spunto da questo dato: «In un decennio i polizieschi
made in Italy sono cresciuti del 1700 per cento». E come fotografia
della «nuova realtà - dice Cicala - arriva in libreria Crimini (pp. 389, € 15,50), raccolta in
cui Einaudi Stile Libero mette per la prima volta insieme
racconti inediti dei big di casa nostra: Andrea Camilleri,
Niccolò Ammaniti, Carlo Lucarelli, Giorgio
Faletti, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Marcello
Fois, Sandrone Dazieri, Diego De Silva, Antonio Manzini.
"Un giro d'Italia in nero" lo definisce nell'introduzione
il curatore De Cataldo». La vera novità forse risiede nel
fatto che la scrittura gialla ha individuato un nuovo modo
per «raccontare i volti di un Paese. Dal Nordest di Carlotto
alla Sicilia di Camilleri, dalla Sardegna di Fois alla Bologna
di Lucarelli». Ma non è soltanto la diversa ambientazione
a distinguere questi scrittori. Carlotto per esempio afferma
che nell'Italia di oggi «emergono nuove culture criminali
difficili da decifrare, gli industriali fuggono dal Nordest.
Gli spunti d'ispirazione si sprecano». Lucarelli invece è
un po' deluso perché ha notato negli ultimi tempi «lavorando
per cinema e tv, una crescente pruderie a raccontare storie davvero noir,
vale a dire poco rassicuranti, Magari con poliziotti corrottissimi
come protagonisti». La televisione non lesina la produzione
di fiction gialle e poliziesche, ma Dazieri rileva che «a
parte l'eccezione di Montalbano, vediamo trame light, violenza
edulcorata, le istituzioni mai messe in crisi, rese problematiche…
prodotti per famiglie». Al contrario Ammaniti vuole scrivere
di «anime nere. Patologie. Perversioni. Situazioni estreme»,
odia la figura del detective privato ed è convinto che non
riuscirebbe «a portare avanti un personaggio seriale: ne voglio
sempre uno nuovo». Giorgio
Faletti, passato da comico di cabaret a inventore di thriller,
sostiene che ci sono «affinità fra umorismo e suspense: in
entrambi i casi devi cercare l'effetto, la risata o lo spavento,
devi giocare a scacchi con il pubblico».
Tornando all'Italia, paese dei grandi misteri irrisolti,
ricorda Cicala, De Cataldo, autore di gialli e magistrato
di professione, crede che «il vero punto di svolta sia stato
la morte di Pier Paolo Pasolini. Il vuoto lasciato dall'ultimo
grande intellettuale, che diceva "io so i nomi dei responsabili
ma non ho le prove". Gli italiani sanno tutto, anche
in assenza di certificazione giudiziaria. Si può guadagnare
l'impunità, ma è impossibile nascondere il fatto». Non è d'accordo
Carlotto che dice senza mezzi termini: «Questo Paese ha perso
il senso della verità. Non abbiamo a che fare con una realtà
noir opposta a una realtà bianca. Piuttosto con una dominante
grigia. E così ribattezzerei il genere letterario». Secondo
Fois «dalle mie parti la verità non esiste. Ognuno ha la sua».
Ma Lucarelli conclude: «Resta ferma la necessità che da qualche
parte la 'verità vera' ci sia. E che non bisogna smettere
di tornare sui casi in cui non è stata trovata».
Prima di chiudere va detto che i giallisti italiani non sono
soltanto i dieci di Crimini.
Bisogna ricordare, tra gli altri, il decano Loriano Macchiavelli e Corrado
Augias, Laura Grimaldi, Attilio Veraldi, Luca Di Fulvio, Franz
Krauspenhaar, Augusto De Angelis, Sabina Morandi.