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Newsletter n.4 Luglio 2005

Garboli 2


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L’attrazione fatale per Antonio Delfini, uomo-bambino e autore smarrito  di un romanzo italiano andato in frantumi

Antonio Delfini, raccontiSulle pagine del Giornale Marino Biondi rievoca il peculiare, fecondo rapporto sia letterario che amicale nato negli anni Quaranta tra Cesare Garboli e Antonio Delfini. Il critico viareggino nel 1946 era un ragazzo di appena 18 anni, ma il suo legame con Delfini (allora 39enne) divenne subito forte e coinvolgente, tramutandosi in una fedeltà personale e intellettuale che è durata ben oltre la morte dell’anomalo scrittore modenese avvenuta nel 1963. Scrive Biondi: «Che cosa Garboli ammirava in lui, oltre al fatto incontestabile di esistere in modalità unica e non seriale, fra la norma più odiosamente obesa della piccola provinciale irrealtà quotidiana e l’alterazione di una pazzia fanciullesca? L’essere e il continuare a essere fanciullo, smarrito nella selva della prima vita, perduto in quello che Dante avrebbe chiamato il vestibolo, il territorio scuro e tentacolare del disordine silvestre, delle torbide aspirazioni, delle velleità eterne, in cui il fanciullo… vive altresì misteriosamente nella più accorata e struggente disperazione… Garboli leggeva le pagine delfiniane come un archeologo visionario i relitti di un romanzo italiano che fosse andato in frantumi, un satyricon emiliano-versiliese, che si ricomponesse illusoriamente su graffiti pallidamente intonacati, conservando inalterati sia la sostanza che l’evanescenza del tempo… Continuava a vivere in quei disegni a stampa un autore che non era tale, nulla in lui del letterato nazionale, corporativo e saccente, grave e tronfio, pavonesco e multicolore (l’ipocrita molièriano), ma un orfano-fanciullo che brancolava come un cieco sulla vita-storia ancora e sempre enigmatica che gli era toccata in sorte. A Garboli, ossessionato dal problema del tempo e dell’inconoscibile storia, l’uomo-bambino, tenero e stravolto, creatura anch’essa pascoliana, offriva il destro per un esperimento di magia, di una vivida negromanzia, apparendo e sparendo davanti a lui come un lemure immortale».