Sulle pagine del Giornale
Marino Biondi rievoca
il peculiare, fecondo rapporto sia letterario che amicale nato negli anni Quaranta tra Cesare Garboli
e Antonio Delfini.
Il critico viareggino nel 1946 era un ragazzo di appena 18 anni, ma il
suo legame con Delfini (allora 39enne) divenne subito forte
e coinvolgente, tramutandosi in una fedeltà personale e intellettuale
che è durata ben oltre la morte dell’anomalo scrittore modenese
avvenuta nel 1963. Scrive Biondi: «Che cosa Garboli ammirava in lui,
oltre al fatto incontestabile di esistere in modalità unica
e non seriale, fra la norma più odiosamente obesa della piccola
provinciale irrealtà quotidiana e l’alterazione di una pazzia fanciullesca? L’essere
e il continuare a essere fanciullo,
smarrito nella selva della prima vita, perduto in quello che
Dante avrebbe chiamato il vestibolo, il territorio scuro e
tentacolare del disordine silvestre, delle torbide aspirazioni,
delle velleità eterne, in cui il fanciullo… vive altresì misteriosamente
nella più accorata e struggente disperazione… Garboli leggeva le pagine delfiniane
come un archeologo visionario i relitti di un romanzo italiano
che fosse andato in frantumi, un satyricon
emiliano-versiliese, che si ricomponesse
illusoriamente su graffiti pallidamente
intonacati, conservando inalterati sia la sostanza che l’evanescenza
del tempo… Continuava a vivere in quei disegni a stampa un
autore che non era tale, nulla in lui del letterato nazionale,
corporativo e saccente, grave e tronfio, pavonesco
e multicolore (l’ipocrita molièriano), ma un orfano-fanciullo che brancolava come un
cieco sulla vita-storia ancora e sempre enigmatica che gli
era toccata in sorte. A Garboli,
ossessionato dal problema del tempo e dell’inconoscibile
storia, l’uomo-bambino, tenero e stravolto,
creatura anch’essa pascoliana,
offriva il destro per un esperimento di magia, di una vivida
negromanzia, apparendo e sparendo davanti a lui come un lemure
immortale».