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Newsletter n.4 Luglio 2005

Foucault


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Il suo anti-umanesimo radicale perse di vista il senso reale delle cose?

Michel FoucaultCome càpita a volte d'estate, qualcuno tenta di aprire qualche discussione pesante. (Il nostro è periodo talmente refrattario alla riflessione di fondo, che il più spesso è in questi interstizi vacanzieri che s'intrudono le idee, quando le strutture portanti della medialità, della politica e del mercato lasciano fare.) Stavolta è Pierluigi Panza che sul Corriere della Sera del 15 giugno 2005 solleva il problema Foucault.

La ricorrenza-pretesto è che nel 1975, trent'anni fa, il «maître-à-penser dell'antiumanesimo iniziava il suo corso al Collège de France su "Les anormaux"» e introduceva la tesi che la psichiatria era, sotto forma di sapere (medico), solo una forma di «dominio per proteggere la società» dai diversi. di qui l'antipsichiatria e lo smantellamento di almeno una delle «istituzioni totali», il manicomio. Senza però – argomenta oggi Gianni Vattimo, interpellato da Panza, – sostituirvi «alcunché e così oggi chi ha un pazzo in famiglia spera nella ricostituzione dei manicomi».

Insomma, Foucault è stato un cattivo terapeuta della società, di cui pure ha bene analizzato le malattie. Anzi le sue diagnosi restano assai puntuali. Lo dimostrano i casi odierni, ad esempio, delle «madri assassine» oppure dei serial killer, laddove la psichiatria sa «descrivere le ragioni» del gesto criminoso, ma non assumere un atteggiamento determinato verso l'individuo concreto.

Il suo antiumanesimo – osserva con chiarezza nella stessa pagina di giornale Dario Fertillo – «indifferente ai valori della civiltà e attento esclusivamente allo studio delle pratiche di controllo e dominio», «tutto preso a liberare l'individuo astratto dei suoi studi dalle costrizioni dell'educazione, dell'igiene, della sessualità, del rapporto con la malattia», perse di vista il senso reale delle cose.

Di qui, ed è il tasto politico su cui batte un po' inutilmente Panza, l'abbaglio di Foucault nel 1979 circa la rivoluzione iraniana: ne vide l'impulso antidispotico, ma non volle dire nulla sui processi sommari dei khomeinismo. Epperò comprese che dopo quella rivoluzione ogni stato arabo sarebbe «diventato potenzialmente una polveriera». Così come comprenderà che la nostra società minaccia di divenire un oggetto di controllo «panottico» da parte di occhi  occulti.

Il manifesto ha accettato la discussione proposta e ha obiettato, una decina di giorni dopo, per la penna di Stefano Catucci, che non si può restringere una analisi filosofica del mondo ai suoi "esiti" politici (e si tratta dell'obiezione metodologica che dagli anni cinquanta ha teso a rendere inutilizzabile per la "critica culturale" dell'Europa un testo invece assai illuminante come La distruzione della ragione di Lukács, come è peraltro ben noto a Catucci, esperto studioso di Lukács), non si può fare tale restrizione, a meno di non voler privare la società della necessaria "critica della cultura". Ma si tratta di una obiezione apparente, proprio perché Panza è del tutto d'accordo e afferma senza equivoci l'attualità di Foucault come critico culturale della società odierna. Tanto da ricordare, magari un po' alla rinfusa, ma con partecipazione segni che a lui appaiono chiari della sua attiva presenza culturale oggi: dai 30 mila contatti annuali del suo sito alla pubblicazione della rivista Foucault studies, e in Italia libri e riviste che se ne occupano con impegno, da Pier Aldo Rovatti su Aut-Aut, ai volumi di Salvatore Natoli (La verità in gioco, Feltrinelli) e di Duccio Trombadori (Colloqui con Foucault, Castelvecchi). 

                                                                                                       A.S.