Come càpita
a volte d'estate, qualcuno tenta
di aprire qualche discussione pesante. (Il nostro è periodo talmente refrattario
alla riflessione di fondo, che il più spesso è in questi interstizi
vacanzieri che s'intrudono le idee, quando le strutture portanti
della medialità, della politica
e del mercato lasciano fare.) Stavolta è Pierluigi Panza che sul Corriere della Sera del 15 giugno
2005 solleva il problema Foucault.
La ricorrenza-pretesto è che nel 1975, trent'anni
fa, il «maître-à-penser
dell'antiumanesimo iniziava il suo corso al Collège de France
su "Les anormaux"»
e introduceva la tesi che la psichiatria era, sotto forma
di sapere (medico), solo una forma di «dominio per proteggere
la società» dai diversi. di qui l'antipsichiatria e lo smantellamento di almeno una
delle «istituzioni totali», il manicomio. Senza però – argomenta
oggi Gianni Vattimo, interpellato
da Panza, – sostituirvi «alcunché e
così oggi chi ha un pazzo in famiglia spera nella ricostituzione
dei manicomi».
Insomma, Foucault
è stato un cattivo terapeuta della società, di cui pure ha
bene analizzato le malattie.
Anzi le sue diagnosi restano assai puntuali. Lo dimostrano
i casi odierni, ad esempio, delle «madri assassine» oppure
dei serial killer, laddove la psichiatria sa «descrivere le
ragioni» del gesto criminoso, ma non assumere un atteggiamento
determinato verso l'individuo concreto.
Il suo antiumanesimo – osserva con chiarezza
nella stessa pagina di giornale Dario Fertillo
– «indifferente ai valori della civiltà e attento esclusivamente
allo studio delle pratiche di controllo e dominio», «tutto
preso a liberare l'individuo astratto dei suoi studi dalle
costrizioni dell'educazione, dell'igiene, della sessualità,
del rapporto con la malattia», perse di vista il senso
reale delle cose.
Di qui, ed è il tasto politico su cui batte un po' inutilmente
Panza, l'abbaglio di Foucault
nel 1979 circa la rivoluzione iraniana: ne vide l'impulso
antidispotico, ma non volle dire nulla sui processi sommari
dei khomeinismo. Epperò
comprese che dopo quella rivoluzione ogni stato arabo sarebbe
«diventato potenzialmente una polveriera». Così come
comprenderà che la nostra società minaccia
di divenire un oggetto di controllo «panottico» da parte di occhi occulti.
Il manifesto ha accettato la discussione proposta e ha obiettato, una
decina di giorni dopo, per la penna di Stefano Catucci,
che non si può restringere una analisi
filosofica del mondo ai suoi "esiti" politici (e
si tratta dell'obiezione metodologica che dagli anni cinquanta
ha teso a rendere inutilizzabile per la "critica culturale"
dell'Europa un testo invece assai illuminante come La distruzione
della ragione di Lukács, come
è peraltro ben noto a Catucci, esperto
studioso di Lukács), non si può
fare tale restrizione, a meno di non voler privare la società
della necessaria "critica della cultura". Ma si
tratta di una obiezione apparente,
proprio perché Panza è del tutto
d'accordo e afferma senza equivoci l'attualità di Foucault
come critico culturale della società odierna. Tanto da ricordare,
magari un po' alla rinfusa, ma con partecipazione segni che
a lui appaiono chiari della sua attiva presenza culturale
oggi: dai 30 mila contatti annuali del suo sito alla pubblicazione
della rivista Foucault
studies, e in Italia libri e riviste che se ne occupano con impegno, da Pier Aldo Rovatti
su Aut-Aut, ai volumi di Salvatore Natoli
(La verità in gioco, Feltrinelli)
e di Duccio Trombadori (Colloqui con Foucault,
Castelvecchi).
A.S.