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Newsletter n.4 Luglio 2005

Paolo Boringhieri


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IN PRIMO PIANO
Giulio Einaudi
Lo snobismo, l'egemonia culturale della sinistra e le falle del revisionismo storico




La sua parabola di editore di nicchia decollò nel segno di Freud

Sigmund FreudPaolo Boringhieri, conversando con Paolo Di Stefano (Corriere della sera, 12.06.05) rievoca gli episodi e i personaggi conosciuti durante la sua lunga carriera di editore, iniziata nel 1949 a 23 anni, quando fu assunto alla casa editrice di Giulio Einaudi. Il problema allora era la Collana Viola di studi religiosi, etnologici e psicologici, nata «da un'idea di Cesare Pavese, il quale convinse Giulio», ricorda Boringhieri, e Pavese ne era responsabile con la consulenza di Ernesto De Martino. La collana provocava molti dissensi politici: da Roma Muscetta esprimeva la sua ostilità, anche Calvino aveva dubbi e parlava di «etnografia dei negretti». Dopo un periodo all'ufficio stampa e la cura della collana scientifica, nel 1950 alla morte di Pavese la Collana Viola venne affidata a Boringhieri. In realtà la Viola, osserva Boringhieri «era un corpo estraneo rispetto alla casa editrice, dove primeggiava l'interesse politico. Allora quello religioso e quello etnograficoi erano campi del sapere considerati con sospetto dalla cultura italiana e soprattutto Muscetta, per dirla in volgare, era un po' un trinariciuto. Giulio era un  togliattiano, ma al fondo un liberale figlio di suo padre». A quel tempo l'interesse politico era rilevante: «E beh, sì, la politica - ricorda il vecchio editore - fino all'Ungheria si sentiva, ma non come un peso, era un'utopia accettata con entusiasmo da molti. Io ero più cauto, come Luciano Foà» che poi avrebbe fondato l'Adelphi. «Foà accarezzò più volte il progetto di fondere l'Adelphi e la Boringhieri».

All'interno della Einaudi Felice Balbo fu un maestro per Paolo Boringhieri, Luciano Foà e Giorgio Colli erano amici di gioventù con i quali aveva molto affinità sul piano politico-culturale: «Foà era un uomo di sinistra, arrivò all'Einaudi come segretario generale. Colli venne a trovarlo, lavorava per il Pci e aveva accesso alla Germania Est. Per questo con Foà coltivò a lungo il progetto di pubblicare Nietzsche in tedesco, che poi si realizzò con Adelphi», Un altro del giro era Bobi Bazlen «altro personaggio indimenticabile, me lo fece conoscere Foà che attingeva a lui come a un pozzo di conoscenza sulla Mitteleuropa». Nel 1955 «Giulio Einaudi era al culmine della sua gloria, il re dei re anche all'estero, gli editori americani venivano a Torino apposta per lui. Solo che aveva fatto il passo più lungo della gamba». Su consiglio del banchiere Raffaele Mattioli cedette una serie di titoli alla Mondadori e le Edizioni Scientifiche a Boringhieri, che due anni dopo lasciò lo Struzzo perché «ci tenevo a dimostrare che si poteva avviare un'editoria scientifica, mettendo insieme scienza della natura, matematica e scienze umane. Così saltai il fosso. Come Edizioni Boringhieri comprai l'opera di Freud in un'ottima edizione inglese con apparati critici migliori dell'edizione tedesca». A quel punto arrivò Cesare Musatti. Spiega Boringhieri: «C'era una cappa culturale, per cui spingersi fino a Freud richiedeva un coraggio eccessivo: il marxismo ostentato diffidava di Freud e della psicologia. Quando decidemmo di tradurlo, Musatti lasciò che si mettesse il suo nome ma non fu lui il vero motore: se c'era da sgobbare si tirava indietro volentieri. Certo, fu Musatti a introdurre la psicoanalisi in Italia, era perfetto a livello italiano, ma sul piano internazionale non era un grande psicoanalista. Renata Colorni si sobbarcò il coordinamento di Freud».

Con Giulio Bollati si erano conosciuti alla Einaudi negli anni cinquanta e quando Boringhieri si mise in proprio fu Bollati a proporgli il logo Celum stellatum e nel 1987 mise il nome in ditta. Il fatto è, dice Boringhieri, che la mia «era una piccola casa di nicchia, ma con un marchio forte, purtroppo non era più in grado di investire. Dunque l'aiuto di Romilda, la sorella di Giulio Bollati, avrebbe garantito la sopravvivenza». Ma il sodalizio finisce nel '93. Conclude Paolo Boringhieri: «Bollati si mise a rifare, in piccolo, l'Einaudi, abbandonando il concetto di nicchia e aprendo molto alla letteratura, ma senza ottenere grandi rafforzamenti: la sorella a un certo punto gli disse che così non si poteva andare avanti. Ne venne fuori un pasticcetto. Oggi non è più la mia casa editrice e l'editoria non è più la mia editoria artigianale».

                                                                                                                  M.V.