Insistendo a indagare il
tema “letteratura e impegno” nel Novecento italiano, Paolo Di Stefano ha interpellato Franco Cordelli, critico teatrale del suo
giornale (Corriere della
Sera), romanziere di forte impasto concettuale e metaforico,
nonché acuto e brillante saggista letterario. Cordelli
parla dei suoi romanzi “politici” come Pinkerton,
ispirato “obliquamente” all’assassinio di Moro, e l’ultimo
Il Duca di Mantova che si sviluppa a partire dall’ossessione rappresentata
da Berlusconi per milioni di italiani di sinistra. Ma è soprattutto
quando riesamina il Novecento letterario che dà uno
scossone a certa vulgata critica imposta dall’accademia. Riguardata
nella prospettiva dell’impegno, per
Cordelli, la letteratura italiana
si segnala soprattutto per due nomi: Paolo
Volponi e Ottiero Ottieri. «Volponi si è
sporcato le mani, spendendo e consumando la sua vita in una
vera passione politica e prendendo parte attiva nel processo
infrastrutturale di crescita del
paese. Di tutto questo, compreso il suo lavoro alla Olivetti, ha dato una complessa
testimonianza nei suoi romanzi. Volponi è
il Marx della letteratura italiana». Laddove l’altro sarebbe,
invece, Il Freud: «Ottieri ha vissuto le stesse
esperienze cruciali, gli stessi conflitti
della modernità. Era un borghese che si confrontava con i
cittadini che venivano dalla premodernità,
come un intellettuale che si pone il compito di agevolare
il transito nel mondo moderno. Pagò di persona, soffrendo
le pene dell’inferno, ma analizzando dall’interno il male.
La vera spina dorsale del Novecento fu la generazione degli
anni ’20 e i due maggiori non sono né Calvino e Pasolini,
né Sciascia e Primo Levi, ma Volponi
e Ottieri». Per Cordelli
Calvino è uno scrittore di derivazione estera, il cui
unico significativo libro è Palomar,
operetta di divagazioni intelligenti. Circa Pasolini,
dice: «È una calda e fertile presenza, ma la sua vita è più
importante della sua opera: Pasolini è importante
come non scrittore, o meglio, è l’unico vero scrittore d’avanguardia».