Sono
ormai decine e decine i libri dedicati a Silvio Berlusconi, da quando dodici anni
fa «è sceso in campo per salvare l'Italia dai comunisti»,
come si compiace di rimarcare ad ogni occasione tra l'incredula
noia degli astanti. Forse è il suo record migliore sotto l'aspetto
quantitativo, appena insidiato da quello delle gaffes nazionali
e internazionali, anche se le due materie in realtà non sono
comparabili visto che dell'una l'attuale Presidente del Consiglio
dei Ministri della Repubblica Italiana è l'oggetto e dell'altra
il soggetto. Tra libri inchiesta, da ricordare il recente
L'ombra del potere
di David Lane,
corrispondente da Roma dell'inglese Economist
(ed. Laterza, traduzione di Fabio
Galimberti, pp. 429, € 19,00), che denuncia l'anomalia
mediatica, finanziaria, politica e istituzionale del nostro
premier. Ma oltre ai saggi intesi a documentare i discutibili
percorsi imprenditoriali di Berlusconi, le biografie non autorizzate,
le opere buffe, i durissimi pamphlet, da qualche tempo si
è fatto avanti un altro genere, il thriller con Berlusconi
nel ruolo della vittima.
L'ultimo è un'opera collettiva intitolata 2005 dopo Cristo e firmata Babette Factory da quattro scrittori trentenni
che rispondono ai nomi di Nicola
Lagioia, Francesco Pacifico, Christian
Raimo e Francesco
Longo, (ed. Einaudi Stile Libero, pp. 408, € 15,80). Fanno
parte della scuderia della casa editrice romana Minimum Fax
e i primi tre hanno già pubblicato romanzi e racconti. La
storia inventata dai quattro si svolge in una grande villa
in Maremma dove un grande vecchio elabora un piano per uccidere
il premier con l'aiuto di un killer inaffidabile e di un conduttore
televisivo in crisi, in mezzo a un gruppo eterogeneo di studenti
fuori corso, anarchici, una giornalista precaria. In un'intervista,
anche questa collettiva, pubblicata da Brunella Schisa sul Venerdì del 10 giugno, viene chiarito il
motivo di quello pseudonimo: «Dal film Il
pranzo di Babette e da quella grandiosa tavola imbandita
che costa alla protagonista tutto il denaro vinto in una lotteria»,
dice Pacifico. Bisogna precisare che Il
pranzo di Babette, prodotto in Danimarca nel 1987, diretto
da Gabriel Axel,
protagonista Stéphane
Audran, ebbe il premio Oscar come miglior film straniero.
«Anche noi crediamo di aver messo nel libro tutto ciò che
avevamo, senza risparmio», commenta Lagioia e Raimo aggiunge:
«Anche il fatto che Babette sia la protagonista di Rumore bianco di Don De Lillo ha contato». Sull'idea è Lagioia a parlare:«Viviamo da
anni in un mondo bidimensionale creato da Berlusconi e volevamo
cercare una terza dimensione» e Raimo aggiunge: «Abbiamo avuto
a che fare con Berlusconi per dieci anni. Lo abbiamo considerato
il responsabile di tutte le nostre frustrazioni, alla fine
ci siamo resi conto che prenderlo come capro espiatorio per
tutto era un meccanismo sterile». Ma forse alla fine i quattro
sono diventati eccessivamente compassionevoli, tanto che Raimo
ammette: «Sì, potevamo fare molto di peggio». E' un fatto
che Giovanna Zucconi sulla
Stampa del 5 giugno
fa notare che tutto sommato i coautori della Babette Factory
hanno affidato il loro libro alla casa editrice Einaudi, che
fa parte dell'impero Berlusconi.
Dario Fertilio sul Corriere della Sera del 6 giugno si diverte a sviscerare il caso.
Innanzi tutto rileva che 2005
dopo Cristo «si inserisce ormai in un vero e proprio genere
letterario antiberlusconiano» dato che «c'è anche chi in tempi
recenti ha immaginato un vero e proprio attentato (vedi Giuseppe
Caruso in Chi ha ucciso Silvio Berlusconi, editore
Ponte alla Grazie)». E aggiunge che «in maniera alquanto più
raffinata Franco Cordelli ne Il duca di Mantova (ed. Rizzoli) ha descritto invece un personaggio
che somiglia tanto all'autore stesso, intento a ruminare fosche
considerazioni sulla "deriva autoritaria" dell'Italia
e alla possibilità di interromperla grazie al decesso del
detestato Berlusconi». Poi anche «Oliviero Beha in Sono stato io (ed. Marco
Tropea) si avventura in un simile terreno: qui però l'idea
del Silvicidio vale soprattutto come metafora, tiene a precisare
l'autore». Ma c'è di più: «Come dimenticare Killing Berlusconi
organizzato in un teatro di Rotterdam nel novembre scorso,
in cui il pubblico era invitato ad esprimersi sulla condanna
a morte del premier italiano?».
Se sia una moda o un gioco Fertilio è andato a chiederlo
alla psicoanalista Silvia
Vegetti Finzi che prima esclude che i veri killer
scrivano libri ma poi fa notare, racconta il giornalista,
che «questi scontri immaginari "sottolineano sempre più
l'aspetto teatrale della politica, il suo personalismo, l'antagonismo
che scatena"». Ma perché sia preso di mira Berlusconi
«secondo la Vegetti Finzi dipende dal fatto che soltanto il
capo del governo "rappresenta il sogno realizzato, potenza
e ricchezza, moglie splendida e ville magnifiche"».
M.V.