L’articolo di Lorenzo
Scandroglio su La Stampa del 16 giugno
delinea un panorama della letteratura australiana contemporanea,
a partire dall’antinomia fondamentale di natura e cultura.
Già un libro fondamentale del secondo novecento, Picnic
a Hanging Rock di Joan Lindsam, del
1967, tradotto in Italia da Sellerio e noto soprattutto –
come spesso succede – per la riduzione cinematografica del
regista Peter Weir del 1975, poneva il binomio di natura
e cultura all’interno di una trama in cui la “cultura” era
quella vittoriana e rigida delle allieve di una prestigiosa
scuola, e la natura era naturalmente quella australiana, selvaggia
e mitica, capace di attrarre e sedurre fino a fare perdere
i punti di riferimento della “civiltà”, ivi compresi quelli
cronologici. La natura che non è solo
“nature”, ma proprio “wilderness”,
lato selvaggio e oscuro, allegoricamente estensibile ad ogni
lato oscuro della natura anche umana, ma in questo paese con
una presenza reale, tutt’altro che metaforica. Wilderness,
natura, “bush” - altra parola molto
connotata, che non vuol dire solo banalmente “cespuglio” come
indica il dizionario, ma connota un intrico impenetrabile
e inespugnabile – si contrappongono alla vita ultramoderna
e ipercivilizzata di città come
Sydney e Melbourne. Per sentire respirare l’Australia bisogna
uscire da questi agglomerati, addentrarsi nel deserto e nelle
zone rocciose o fitte di vegetazione. Su questi parametri
si muovono, in modi e stili diversi, autori come Henry Lawson, A.B.Banjo Paterson, il poeta Les Murray
(perfino papabile per il Nobel) e
Tim Winton, di cui Fazi ha recentemente tradotto Dirt
Music. Poi ci sono autori che discendono dalla nobile
e diseredata etnia degli aborigeni, come Doris
Pilkington (il suo nome nativo è però
Nugi Garimara)
di cui Giano Editore ha appena pubblicato Barriera per conigli, storia vera e crudele
ambientata nei “campi di rieducazione” per i figli dei matrimoni
misti tra bianchi e aborigeni.
T.C.