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Newsletter n.4 Luglio 2005

Pasolini


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A trent'anni della morte Ronconi, La Porta, Abbate e Beha riaprono il fronte delle polemiche

Locandina del film "Accattone"Pier Paolo Pasolini è sempre stato un caso, da quando è nato all'arte, dagli anni giovanili di Casarsa. Era un genio, inquieto e irrequieto, irregolare e sregolato, grintoso e disperato, ingordo e dissipatore, introverso ed esibizionista. Un caso letterario come poeta, un caso letterario come narratore, un caso come regista cinematografico, un caso come autore teatrale, un caso come giornalista. E il suo privato, la persona Pier Paolo,  un caso umano, un caso morale e alla fine, come orrendo sigillo, un caso giudiziario. Difficile da capire per intero. Le sue opere diseguali, alcune da applausi, altre da respingere, ma sempre nel segno dell'arte. Adesso, a trent'anni dalla morte, il caso riesplode. Tutto comincia con la prefazione di Luca Ronconi, regista teatrale di gran talento innovativo, al volume I teatri di Pasolini pubblicato da Stefano Casi presso Ubulibri (pp. 320, € 26,00), prefazione pubblicata parzialmente sul Corriere della sera del 1° maggio con un commento di Maurizio Porro. Titolo di Porro: Ronconi: com'era brutto il cinema di Pasolini, titolo di Ronconi: Edipo re imbarazzante. E in Medea una Callas baffuta. Stroncature senza appello. In realtà, a leggere il testo, non è che Ronconi sia così brutalmente e totalmente critico. Intanto dice che ha messo in scena due volte Calderon e una volta Affabulazione e Pilade, aggiunge che Orgia «è un lavoro che mi piace molto» e soprattutto afferma che «Per parlare di Pasolini uomo di teatro credo si debba partire dalla contraddizione tra la lettura oggettiva delle sue opere e la lettura del suo Manifesto per un nuovo teatro. Penso che il fraintendimento a lungo esistente su di lui dipenda dalle sue dichiarazioni e non dalla sua opera». Quanto al cinema di Pasolini, il giudizio di Ronconi è negativo ma salva tre film Accattone, Uccellacci e uccellini, Teorema, che non è poco.

A imbracciare il fucile di precisione è contemporaneamente Filippo La Porta, che sul Corriere della sera del 21 giugno scorso spara questa sentenza: «Pasolini non serve a niente. Con la sua opera non si costruisce alcunché: né una linea politica né una teoria letteraria né una morale per il nuovo millennio… è stato utilizzato enfaticamente come una specie di santino dalla destra e dalla sinistra, da registi e da scrittori, da professori e da cardinali. Non può evidentemente essere un modello». La Porta prosegue la sua analisi sottolineando la «miracolosa trasparenza esistenziale» dello scrittore e aggiunge: «Credo che un nesso così stringente, così radicale tra biografia e pensiero sia un fatto rarissimo nella nostra cultura, malata di elegante retorica ed estremismo verbalistico». E conclude dicendo che vuol correggere in parte l'assunto da cui è partito: «Pasolini può servire, ma solo se sappiamo attraversarne l'opera senza impazienza, senza voler chiudere in una improbabile dialettica le sue doloranti e vitalissime contraddizioni».

Gli risponde fulmineo quanto polemico Fulvio Abbate su l'Unità del giorno dopo, opponendo che Pasolini «oggi serve ancora di più», anzi servirebbe se ci fosse, perché «dopo di lui questo Paese, spiace doverlo ammettere, non ha più avuto una figura di intellettuale che abbia fatto, se non altrettanto, un minimo del suo lavoro di coscienza critica». E più avanti: «Pasolini custodiva dentro di sé e subito consegnava al mondo - con i suoi film, i suoi articoli di giornale, i suoi libri, il suo comportamento - parole terse, chiare, obiettivi immediati, la sensazione dell'esistenza di un sentimento di opposizione all'esistente, la rabbia, l'incanto, il sogno di una possibile poetica, e non certo un sistema di pensiero codificato come una sacra scrittura o una tavola dei logaritmi della storia, come sembra invece suggerire La Porta». A testimoniare l'ammirazione e l'affetto di Abbate per Pier Paolo Pasolini, accanto all'articolo un trafiletto annuncia l'uscita del suo libro C'era una volta Pasolini in abbinamento con l'Unità a 5,90 € in più.

Abbate torna sull'argomento con una pagina su l'Unità del 27 giugno, ma questa volta non è dell'intellettuale che si occupa, ma della vittima di un crudele omicidio. Lo spunto è la nuova confessione di Pino Pelosi, a suo tempo condannato come colpevole del delitto, che, intervistato in televisione da Franca Leosini su Raitre, ha dichiarato di non essere lui l'assassino di Pasolini, ma tre delinquenti sconosciuti, adulti e non ragazzi, con accento del Sud, dileguatisi subito dopo aver infierito sullo scrittore e regista.

L'ultima citazione, per ora, riguarda il libro di Oliviero Beha Crescete e prostituitevi, edito da Bur Rizzoli, pp.161, € 8,20, di cui l'Unità del 24 giugno pubblica un brano. Beha, che appartiene al gruppo degli epurati della Rai assieme a Biagi, Santoro, Luttazzi, Massimo Fini, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Paolo Hendel, propone una radiografia spietata dell'Italia di oggi, denunciando la mancanza di valori che ci affligge, le brutture che devastano la scuola e la sanità, la corruzione che inquina la giustizia, le minacciose pressioni su stampa, editoria, radio, televisione per soffocare la libertà d'espressione. Ma non c'è, dice Beha, chi dia voce a questa indignazione. E scrive: «L'unico che pare possedere il vigore mentale per un'eredità pasoliniana, sia pure minore, è Adriano Sofri. Ma è un caso a parte». E alla fine del quadro desolato dell'italica palude, «in cui manca l'aria, in un buio che oscura destra e sinistra», Beha sostiene che «per scrivere tutto questo con la convinzione necessaria a svegliare le coscienze, magari sul Corriere della sera in omaggio alla libertà di stampa, ci vorrebbe un Pasolini. Ma dov'è? E c'è ancora il Corriere della sera?».

P.S. Una nota a margine merita la mostra fotografica Scatti per Pasolini di Mario Dondero, fotoreporter sensibile ed elegante, dai modi gentili e discreti. Gli dedica un breve pezzo Enzo Golino sull'Espresso del 30 giugno scorso facendo notare come Dondero, nella mostra organizzata dal Comune di Falconara Marittima, «metta in scena il poeta corsaro al tempo in cui gira La rabbia, La ricotta, Comizi d'amore e poi insieme a Laura Betti, Parise, Moravia, Dacia Maraini, o accanto alla madre Susanna nell'immagine forse più rivelatrice». A queste immagini si aggiungono i ritratti di «persone a lui care (Elsa Morante, la Callas, Volponi, Siciliano)» e di altre ancora attive nella Roma degli Anni Sessanta, come ricorda  Dondero nell'intervista a Massimo Raffaelli, curatore del catalogo insieme a Elisa Dondero (5 Continents Editions, pp.79, € 19,00).

                                                                                                                   M.V.