Moriva dieci anni fa Luciano
Anceschi, fondatore della
rivista Il Verri, uno dei maggiori studiosi
letterari del secondo Novecento, docente di Estetica per oltre
trent’anni all’Università di Bologna, illuminato critico militante,
sostenitore e fiancheggiatore teorico delle più importanti
tendenze artistiche di avanguardia tra gli anni ’50 e gli
anni ’70. Beppe Sebaste rievocando la sua figura sulle
pagine dell’Unità
ha scritto tra l’altro: «La “missione” di Anceschi, nato a Milano nel 1911… è tutta compresa nella sua
biografia di uomo di ricerca nell’ambito misterioso e sottile
dell’estetica, dello studio della poesia, della letteratura,
dell’arte. Ma ciò che la contraddistingue è che in lui lo studio delle
poetiche, delle opere, degli eventi dell’arte e della poesia…
si è sempre collocato all’interno di uno studio del nostro
modo di vedere, di considerare e di esprimerci sull’arte,
la poesia, le opere. Dalla distinzione di “poetica” nel senso
della filosofia – che risalirebbe ad Aristotele come
teorizzazione esterna alla poiesis
– e di “poetica” nel senso delle idealità e dei precetti che
orientano le scelte e le opere degli autori – come riflessione
dell’artista sul proprio fare, implicita o esplicita – Anceschi
ha mostrato, con una serie sterminata di esempi, un metodo
di lettura forse “liberale” (alla Richard
Rorty), ma tutt’altro che debole. Quella di Anceschi è un’attenzione e un’accoglienza ai fenomeni estetici
che va alla radice del nostro sguardo, e la spiegazione delle
opere diviene spiegazione del mondo, e della nostra più o
meno perplessa coscienza di abitarlo… Ogni volontà di comprensione,
ha scritto ancora Anceschi, giunge
a irrigidirsi, e lo mostra nel suo tono assertorio,
definitivo e perfino didattico, “spia evidente di una condizione
limitante, il segno di un limite accettato”. Ma anche questo,
anche il limite, non è solamente un connotato negativo: “è
il segno che indica il messaggio, il significato di un messaggio”.
“Non conosco nessun punto di vista, in arte che sia inferiore
a un altro”, ripeteva con Mallarmé.
Ma, lo si capisce, il suo metodo
travalica i confini dell’arte e della poesia, rendendoli esemplari
della condizione umana».
A questo maestro indiscusso di
fenomenologia critica è dedicato il libro di Cesare Sughi L’allievo perenne. I miei anni con Luciano Anceschi
edito da Pendragon.
Ne ha parlato sul Corriere
della Sera Severino Colombo: «… l’autore non perde
l’occasione di rimarcare che Anceschi
è “uno dei grandi dimenticati della nostra cultura”. Ciò
che più sta a cuore a Sughi è metterne
in luce le straordinarie qualità di maestro: l’atteggiamento
aperto, lo “stile socratico del suo insegnamento”, la sua
capacità di trasmettere conoscenza e al tempo stesso imparare
dai suoi allievi, “il suo modo unico di incorporarsi con
gli studenti”». La ricordava anche Umberto Eco, in un convegno del 2003,
la straordinaria apertura di credito di
Anceschi verso i giovani, una curiosità impensabile oggi,
ciò che ha contrassegnato il suo percorso di maestro libertario,
anti-dogmatico, di maestro veramente di un’altra civiltà
culturale.