ritorna all'homepage

Newsletter n.4 Luglio 2005

Anceschi


Torna al sommario


IN PRIMO PIANO
Giulio Einaudi
Lo snobismo, l'egemonia culturale della sinistra e le falle del revisionismo storico




Moriva dieci anni fa il fondatore del Verri, critico anti-dogmatico,  dimenticato maestro di fenomenologia  estetica

Luciano AnceschiMoriva dieci anni fa Luciano Anceschi, fondatore della rivista Il Verri, uno dei maggiori studiosi letterari del secondo Novecento, docente di Estetica per oltre trent’anni all’Università di Bologna, illuminato critico militante, sostenitore e fiancheggiatore teorico delle più importanti tendenze artistiche di avanguardia tra gli anni ’50 e gli anni ’70. Beppe Sebaste rievocando la sua figura sulle pagine dell’Unità ha scritto tra l’altro: «La “missione” di Anceschi, nato a Milano nel 1911… è tutta compresa nella sua biografia di uomo di ricerca nell’ambito misterioso e sottile dell’estetica, dello studio della poesia, della letteratura, dell’arte. Ma ciò che la contraddistingue è che in lui lo studio delle poetiche, delle opere, degli eventi dell’arte e della poesia… si è sempre collocato all’interno di uno studio del nostro modo di vedere, di considerare e di esprimerci sull’arte, la poesia, le opere. Dalla distinzione di “poetica” nel senso della filosofia – che risalirebbe ad Aristotele come teorizzazione esterna alla poiesis – e di “poetica” nel senso delle idealità e dei precetti che orientano le scelte e le opere degli autori – come riflessione dell’artista sul proprio fare, implicita o esplicita – Anceschi ha mostrato, con una serie sterminata di esempi, un metodo di lettura forse “liberale” (alla Richard Rorty), ma tutt’altro che debole. Quella di Anceschi è un’attenzione e un’accoglienza ai fenomeni estetici che va alla radice del nostro sguardo, e la spiegazione delle opere diviene spiegazione del mondo, e della nostra più o meno perplessa coscienza di abitarlo… Ogni volontà di comprensione, ha scritto ancora Anceschi, giunge a irrigidirsi, e lo mostra nel suo tono assertorio, definitivo e perfino didattico, “spia evidente di una condizione limitante, il segno di un limite accettato”. Ma anche questo, anche il limite, non è solamente un connotato negativo: “è il segno che indica il messaggio, il significato di un messaggio”. “Non conosco nessun punto di vista, in arte che sia inferiore a un altro”, ripeteva con Mallarmé. Ma, lo si capisce, il suo metodo travalica i confini dell’arte e della poesia, rendendoli esemplari della condizione umana».

A questo maestro indiscusso di fenomenologia critica è dedicato il libro di Cesare Sughi L’allievo perenne. I miei anni con Luciano Anceschi edito da Pendragon. Ne ha parlato sul Corriere della Sera Severino Colombo: «… l’autore non perde l’occasione di rimarcare che Anceschi è “uno dei grandi dimenticati della nostra cultura”. Ciò che più sta a cuore a Sughi è metterne in luce le straordinarie qualità di maestro: l’atteggiamento aperto, lo “stile socratico del suo insegnamento”, la sua capacità di trasmettere conoscenza e al tempo stesso imparare dai suoi allievi, “il suo modo unico di incorporarsi con gli studenti”». La ricordava anche Umberto Eco, in un convegno del 2003, la straordinaria apertura di credito di Anceschi verso i giovani, una curiosità impensabile oggi, ciò che ha contrassegnato il suo percorso di maestro libertario, anti-dogmatico, di maestro veramente di un’altra civiltà culturale.