La
quarta edizione del festival internazionale "Letterature"
si è chiuso a giugno a Roma con l’incontro con Amos
Oz, e con un suo intervento sul tema «Paura, speranza»,
riportato sul Corriere
della sera, in cui lo scrittore pacifista, consegna alla
nostra riflessione una serie di considerazioni sulla guerra
e sulla situazione in Palestina e sul ruolo della scrittura.
Oz utilizza la metafora di un villaggio situato alle pendici di un vulcano
sul punto di eruttare, e immagina una serie di persone che
la notte non riescono a dormire, non tanto per paura dell’eruzione,
quanto per le preoccupazioni collegate alla routinerietà
della vita spicciola. La vita impone la sua dittatura, la
sua volontà di continuare nonostante
tutto. E’ quanto, sostiene lo scrittore, sta accadendo in
maniera sotterranea in Palestina, anche se dalle opposte fazioni,
frange estremiste gettano kamikaze nella mischia o progettano
di farlo. Da questo desiderio di normalità bisogna quindi
partire, cercando di mettersi nei panni dell’altro.
Oz sostiene che dovere dello scrittore è onorare la propria responsabilità
verso il linguaggio, dunque in una temperie tragica come quella
che vivono ebrei e palestinesi, denunciare il linguaggio portatore
di violenza o di aggressione.
Dice Oz: «Ove parole piene di odio vengano
brandite come un’ascia, non tarderà a fare la sua comparsa
la vera ascia. Lo scrittore può essere il vigile del fuoco
del linguaggio, o almeno il rivelatore di fumo. Può e quindi
deve».
Oz ritiene che i tempi siano maturi
e che la maggioranza degli ebrei israeliani e degli arabi
palestinesi siano pronti a firmare un compromesso concreto
per la definizione dei due stati. Pronti seppur non felici.
E aggiunge:«…il conflitto israelo-palestinese (…) è una tragedia. Una tragedia nel senso
classico del termine: è uno scontro tra due cause giuste».
Lo scrittore
si affida a una metafora per spiegare
la sua posizione: «Se vi trovate sul luogo di un grave incidente
automobilistico, o di una scena violenta, la vostra prima
responsabilità non è quella di condannare colui che guidando
ha causato l’incidente, ma piuttosto di aiutare i feriti».
«Rimandiamo
il discorso – conclude Oz
– su chi è colpevole o chi è più colpevole; chi ha iniziato,
o chi dovrebbe esser condannato, al momento in cui il sangue
smetterà di scorrere».
Sono certamente
ragioni su cui riflettere, anche se, le differenze tra vittime
e carnefici, tra aggrediti e aggressori, pur in una situazione
confusa come quella palestinese, non sono cose che ci si può
permettere di mettere da parte, e rimandare al dopo, perché
proprio il dopo non ne porti un insopportabile peso.
M.G.