ritorna all'homepage

Newsletter n.4 Luglio 2005

Amos Oz


Torna al sommario


IN PRIMO PIANO
Giulio Einaudi
Lo snobismo, l'egemonia culturale della sinistra e le falle del revisionismo storico




«Lo scrittore deve essere il vigile del fuoco del linguaggio, o almeno il rivelatore di fumo»

Amos OzLa quarta edizione del festival internazionale "Letterature" si è chiuso a giugno a Roma con l’incontro con Amos Oz, e con un suo intervento sul tema «Paura, speranza», riportato sul Corriere della sera, in cui lo scrittore pacifista, consegna alla nostra riflessione una serie di considerazioni sulla guerra e sulla situazione in Palestina e sul ruolo della scrittura.

Oz utilizza la metafora di un villaggio situato alle pendici di un vulcano sul punto di eruttare, e immagina una serie di persone che la notte non riescono a dormire, non tanto per paura dell’eruzione, quanto per le preoccupazioni collegate alla routinerietà della vita spicciola. La vita impone la sua dittatura, la sua volontà di continuare nonostante tutto. E’ quanto, sostiene lo scrittore, sta accadendo in maniera sotterranea in Palestina, anche se dalle opposte fazioni, frange estremiste gettano kamikaze nella mischia o progettano di farlo. Da questo desiderio di normalità bisogna quindi partire, cercando di mettersi nei panni dell’altro.

Oz sostiene che dovere dello scrittore è onorare la propria responsabilità verso il linguaggio, dunque in una temperie tragica come quella che vivono ebrei e palestinesi, denunciare il linguaggio portatore di violenza o di aggressione.

Dice Oz: «Ove parole piene di odio vengano brandite come un’ascia, non tarderà a fare la sua comparsa la vera ascia. Lo scrittore può essere il vigile del fuoco del linguaggio, o almeno il rivelatore di fumo. Può e quindi deve».

Oz ritiene che i tempi siano maturi e che la maggioranza degli ebrei israeliani e degli arabi palestinesi siano pronti a firmare un compromesso concreto per la definizione dei due stati. Pronti seppur non felici. E aggiunge:«…il conflitto israelo-palestinese (…) è una tragedia. Una tragedia nel senso classico del termine: è uno scontro tra due cause giuste».

Lo scrittore si affida a una metafora per spiegare la sua posizione: «Se vi trovate sul luogo di un grave incidente automobilistico, o di una scena violenta, la vostra prima responsabilità non è  quella di condannare colui che guidando ha causato l’incidente, ma piuttosto di aiutare i feriti».

«Rimandiamo il discorso – conclude Oz – su chi è colpevole o chi è più colpevole; chi ha iniziato, o chi dovrebbe esser condannato, al momento in cui il sangue smetterà di scorrere».

Sono certamente ragioni su cui riflettere, anche se, le differenze tra vittime e carnefici, tra aggrediti e aggressori, pur in una situazione confusa come quella palestinese, non sono cose che ci si può permettere di mettere da parte, e rimandare al dopo, perché proprio il dopo non ne porti un insopportabile peso.

 

                                                                                 M.G.