Il centenario della morte di Jules Verne dà modo a
Antonio Caronia, su l’Unità
del 23 marzo, di sollevare alcuni problemi interessanti. In
primo luogo, quello del rapporto fra letteratura di genere, di
cui Verne fu iniziatore, e il «movimento letterario contemporaneo»,
richiamato da Émile Zola
in una stroncatura della serie dei «viaggi straordinari».
La serialità e l’assunzione a proprio campo tematico
d’un solo settore della vita, d’un solo ambiente mentale, erano
scelte di chi forse, osserva Caronia,
«al fondo, condivideva gli stessi valori dei suoi detrattori»
e non si considerava vero scrittore. Eppure oggi, a distanza e
dopo «gli apprezzamenti critici più sofisticati
di Michel Butor,
di Roland Barthes,
di Jean Chesnaux»,
vediamo come lo straordinario di Verne
(che prendeva le mosse da una
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Jules Verne
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attenta riflessione sullo strano tematizzato
nelle opere di Poe, allora tradotte da Baudelaire)
non fecesse altro che registrare «l’immaginario
dell’epoca dell’imperialismo classico», ponendosi così «all’origine
di alcune tra le più importanti trasformazioni dell’immaginario
della piena modernità». Importante inoltre è che Verne
non fu «soltanto un cantore delle “magnifiche sorti e progressive”
dell’uomo occidentale», di cui allargò lo sguardo allo spazio extraterrestre,
ai popoli esotici, ai poteri della tecnica e al futuro imminente,
ma fu anche uno scrittore che segnalava
la dimensione quotidiana e antieroica dell’uomo, l’indifferenza
nei suoi confronti della natura e «il sostanziale fallimento dei
progetti umani di conquista del mondo». D’altronde, è il commento
finale di Caronia, la fantascienza stessa, che deriva anche da Verne, «si realizza come esperimento
di simulazione che riguarda il linguaggio e i suoi artifici, non
una realtà empirica» (parole di Carlo Pagetti).
Si tratta di letteratura, dunque, con buona pace di Zola e dei detrattori
della narrativa di genere.
A.S.
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