Da qualche tempo, com’è noto (a chi nota tali cose), Salman Rushdie
è impegnato nel Pen Club di New York
e in aprile ha organizzato una settimana letteraria intitolata
Pen World Voices.
Antonio Monda presenta l’evento il 13 aprile sulla Repubblica
mediante una intervista, dove però lo
scrittore risulta insolitamente sfocato. Forse a causa dell’atmosfera
spensierata che si crea in tali festival, inficiati, dice Rushdie, dalla «cultura della celebrità», che sarebbe quello
che noi di solito chiamiamo star system. Per cui «il lettore
non si accontenta più del
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Salman Rushdie
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libro», bizzarramente, «ma vuole il contatto diretto con
l’autore». E anche lui, Rushdie,
confessa di apprezzare in tali evenienze piuttosto «l’opportunità
di conoscere altri scrittori e dialogare» con loro, ma non durante
l’incontro ufficiale, meglio «in un bar alla fine». E
allora cui prodest un festival? Beh, – deduciamo, – al pubblico:
i reading (li chiama così, non festival),
pur assumendo dimensioni di massa, «riescono tuttavia a generare
una reazione chimica», come avviene tra gli attori e il pubblico
negli happening. Anche in lui? No, no:
lui, leggendo in pubblico, semplicemente si rende conto di qualche
passaggio troppo debole (il non detto è che, evidentemente, Rushdie continua a pensare alla scrittura). Ma questo «approccio
di massa» cambierà la letteratura?, chiede
sapiente l’intervistatore. «Mi auguro di no», risponde sfocato (come
dicevamo), salottiero, ma pure un tantino inquieto, l’intervistato.
«Spero che la letteratura rappresenti sempre una necessità e qualcosa
di personale.» E conclude con un lapalissiano
richiamo ai fondamentali: «Un libro trova la propria completezza
nel momento in cui viene letto».
Insomma i festival, a parte le vaghe reazioni chimiche, non
sono propriamente utili né al pubblico (salvo la spinta
pubblicitaria) né agli scrittori (salvo gli incontri nei bar). Ma allora perché, oltre a quello di New York di propria competenza,
viene a cibarsi anche quello di Roma? Per turismo? Per «gratitudine», perché gli organizzatori romani hanno garantito
la presenza italiana a New York: 2 scrittori. Dev’essere
faticoso organizzare festival letterari di massa.
[Va svelato, in limine, che la
pagina della Repubblica voleva essere con tutta evidenza
un soffietto pubblicitario per il lancio del Festival Letterature
di Roma. Di New York importava poco, tanto che maldestramente di
quest’ultimo si sono
fornite date sbagliate e incongrue.]
A.S.
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