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Newsletter n.3 Maggio/Giugno 2005

Festival letterari


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Per Rushdie sono inutili, meglio farsi due chiacchiere al bar

Da qualche tempo, com’è noto (a chi nota tali cose), Salman Rushdie è impegnato nel Pen Club di New York e in aprile ha organizzato una settimana letteraria intitolata Pen World Voices. Antonio Monda presenta l’evento il 13 aprile sulla Repubblica mediante una intervista, dove però lo scrittore risulta insolitamente sfocato. Forse a causa dell’atmosfera spensierata che si crea in tali festival, inficiati, dice Rushdie, dalla «cultura della celebrità», che sarebbe quello che noi di solito chiamiamo star system. Per cui «il lettore non si accontenta più del



Salman Rushdie

libro», bizzarramente, «ma vuole il contatto diretto con l’autore». E anche lui, Rushdie, confessa di apprezzare in tali evenienze piuttosto «l’opportunità di conoscere altri scrittori e dialogare» con loro, ma non durante l’incontro ufficiale, meglio «in un bar alla fine». E allora cui prodest un festival? Beh, – deduciamo, – al pubblico: i reading (li chiama così, non festival), pur assumendo dimensioni di massa, «riescono tuttavia a generare una reazione chimica», come avviene tra gli attori e il pubblico negli happening. Anche in lui? No, no: lui, leggendo in pubblico, semplicemente si rende conto di qualche passaggio troppo debole (il non detto è che, evidentemente, Rushdie continua a pensare alla scrittura). Ma questo «approccio di massa» cambierà la letteratura?, chiede sapiente l’intervistatore. «Mi auguro di no», risponde sfocato (come dicevamo), salottiero, ma pure un tantino inquieto, l’intervistato. «Spero che la letteratura rappresenti sempre una necessità e qualcosa di personale.» E conclude con un lapalissiano richiamo ai fondamentali: «Un libro trova la propria completezza nel momento in cui viene letto».

Insomma i festival, a parte le vaghe reazioni chimiche, non sono propriamente utili né al pubblico (salvo la spinta pubblicitaria) né agli scrittori (salvo gli incontri nei bar). Ma allora perché, oltre a quello di New York di propria competenza, viene a cibarsi anche quello di Roma? Per turismo? Per «gratitudine», perché gli organizzatori romani hanno garantito la presenza italiana a New York: 2 scrittori. Dev’essere faticoso organizzare festival letterari di massa.

[Va svelato, in limine, che la pagina della Repubblica voleva essere con tutta evidenza un soffietto pubblicitario per il lancio del Festival Letterature di Roma. Di New York importava poco, tanto che maldestramente di quest’ultimo si sono fornite date sbagliate e incongrue.]


                                                                                                                    A.S.