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Petroni fu particolarmente contento dell'invito, che era contemporaneamente
rivolto anche ad Alfonso Gatto, Attilio Bertolucci
e Giorgio Caproni. Quattro firme eccellenti
ma tutte di sinistra e per la Fiera quella decisione segnò
un importante cambio di linea.
Al centro dello scontento di
Guglielmo Petroni (Lucca 1911 - Roma 1993) la vicenda travagliata
del suo romanzo Il mondo è una prigione, apparso nella
rivista Botteghe oscure nel 1948. E' stato lo stesso scrittore
a raccontarla. Consegnò il manoscritto a
un editore che però fallì quando erano pronte le bozze; lo diede
a un altro editore ma anche questo, pur avendo preparato le bozze,
inspiegabilmente non lo stampò; per il terzo tentativo «decisi
che, in fondo, esisteva davvero un editore che correva dove altri
fallivano e titubavano; quello era l'editore che la Resistenza portava
quale insegna e quello faceva al caso mio. Invece
no, anche questa volta avevo capito male, di "resistenze"
ce n'era già più d'una e la mia non coincideva con la sua».
L'editore in questione è Einaudi evidentemente, come sostiene Stefano
Giovanardi in una nota all'attuale riedizione del romanzo presso
Feltrinelli (pp. 142, € 7,00) in occasione del sessantesimo anniversario
della Liberazione.
Tornando ad
allora, finalmente nel 1949 lo pubblicò Mondadori, ma gli
episodi sgradevoli non finirono.
Il mondo è una prigione è la
storia autobiografica di un trentenne di Lucca che viene
catturato dai nazisti e dai fascisti a Roma mentre distribuisce
volantini che incitano alla Resistenza. Rinchiuso in varie prigioni
e poi nella casa degli orrori di Via Tasso è sottoposto a
interrogatori e a torture interminabili. «Furon tre giorni
d'interrogatorio quasi ininterrotto - scrive Petroni nel romanzo
- tre giorni snervanti i quali mi diedero stranamente una specie
di forza che mi pareva di avere del tutto perduta dentro la cella.
Ora erano cortesi e perfino affabili, ora
chiamavano un energumeno col petto ricoperto di medaglie e di croci,
mi mettevano bocconi su una scrivania e mi frustavano ridendo come
se facessero per giuoco». E più avanti:«provavo
il senso di infinita solitudine, l'impressione che tutto il mondo
si era dimenticato di me». Finalmente, scampato a quell'inferno,
si domanda in una sorta di monologo interiore che cosa vuol dire
libertà e quale sarà il futuro suo e di tutti gli altri. Dall'affettuoso
ricordo di Franco Cordelli sul Corriere della sera - Roma
del 5 maggio riportiamo questi giudizi: «il
suo stile viene di lì, dalla Lucchesia, è lo stile asciutto, lapidario,
marmoreo che apparteneva anche a Mario Tobino».
Ogni volta che Petroni viene trasferito
da una prigione all'altra avverte «un'ombra di malinconia»,
ha addirittura «nostalgia di ciò che è stato pere quanto deludente,
avvilente, umiliante». Petroni, «fluttuante tra conscio
e inconscio», è alla fine consapevole che «noi
siamo strumenti di una coscienza che ha ben altro peso di quello
della nostra individualità».
Dopo l'entusiasmo iniziale di
critici del livello di Pietro Pancrazi,
Emilio Cecchi e Geno Pampaloni cominciarono
i distinguo, le accuse e le stroncature soprattutto da parte della
cultura di sinistra. Qualcuno disse che trattava la lotta di liberazione
«con un'ombra di disfattismo». Per Petroni fu un colpo
durissimo: «Ciò rappresentò un dolore per me che la Resistenza
l'avevo fatta nel segno del Partito comunista. La rivista Rinascita
pubblicò addirittura un articolo dove si affermava che questo libro
era una specie di denigrazione della Resistenza».
Questa sorta di ostracismo continuò anche successivamente, in occasione
della pubblicazione del romanzo La casa si muove, collocato
anch'esso nell'abito della Resistenza, che venne bocciato da Cesare
Pavese e Natalia Ginzburg della Einaudi e che uscì nel
'50 presso Mondadori presentato da Giacomo Debenedetti. Ma
Guglielmo Petroni era insoddisfatto, si sentiva trascurato tanto
che in una lettera del 1967 scriveva:«Non
fa davvero piacere sentirsi dire che il lavoro di una intera vita
non vale nemmeno un pacchetto di sigarette».
Adesso ci si augura che il rilancio
di Il mondo è una prigione
gli renda giustizia. Proprio l'11 maggio, per iniziativa del sindaco
di Roma Walter Veltroni, sono state ricordate in Campidoglio
la figura e l'opera di Guglielmo Petroni con le relazioni di
Alberto Asor Rosa e Sandro Portelli, le letture
di Moni Ovadia e gli interventi di Andrea Camilleri,
Franco Ferrarotti, Roman Vlad, Maria Luisa Spaziani e Giorgio
Montefoschi. Nell'occasione il Corriere della sera ha
pubblicato il testamento inedito di Petroni, datato 13 agosto 1963,
trent'anni prima della morte. E' un documento breve, tenerissimo
nei confronti della moglie e dei figli, che lui redige perché, scrive,
«la Puci (la moglie, Carlaluisa de Vecchi, n.d.r.)
ha ragione, non si sa mai. Occorre vincere una certa superstizione».
Naturalmente lo scrittore non ha beni da lasciare, tranne poche
cose e i diritti d'autore. «Poiché la possibilità che io lasci
qualche sostanza è pura ipotesi - dice - rammento il sacrificio
ch'io feci volontariamente di quelle agiatezze
che potevano venirmi e venirci a danno d'un piccolo ideale di onestà
letteraria».
M.V.
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