Elio Gioanola è in Italia uno dei pochi critici
psicanalitici della letteratura (accanto a Giacomo Debenedetti,
Stefano Agosti, Francesco Orlando, Mario Lavagetto
«e pochissimi altri», elenca Paolo Di Stefano recensendo
sul Corriere della Sera del 18
marzo l’ultimo libro di Gioanola, Psicanalisi e interpretazione letteraria,
Jaca Book). Sul piano metodico, l’attenzione al «fantasmatico profondo» comporta un ritorno dell’autore al
centro della critica, ma senza sopravvalutarne la biografia per
così dire esterna. Decade comunque il
testo per così dire assoluto, come (estremizziamo) nuda struttura
formale o come pura espressione ideologica. Invece, il testo si raccorda all’autore
in quanto ne esprime,
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Luigi Pirandello
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oltre che le idee, l’inconscio.
La cosa è importante perché, inoltre, in Italia la tradizione idealistica,
con il suo «storicismo radicale», ha impedito a lungo che l’inconscio
venisse preso in considerazione.
Premesse interessanti. Solo che, almeno nella recensione giornalistica soggetta
alle regole della notizia gustosa (ma il sospetto è che accada qui
quel che talora accade alla psicanalisi), tutto si riduce a un catalogo di casi clinici. Di Stefano li presenta comunque come una «mappa» illuminante, e forse è un invito
alla lettura diretta del libro. Infatti, che Pirandello
fosse «uno schizoide sano di mente» e sessuofobico,
che Svevo soffrisse di una nevrosi
isterica (per cui «tutti i personaggi sveviani
comprano l’amore»), che Tozzi covasse un fantasma paterno
autoritario (contro cui si ribellava con la violenza espressionistica
della sua scrittura), che Campana fosse vittima di un delirio
psicotico, che in Gadda si configurasse la sindrome di «un nevrotico
ossessivo che spesso si spinge fino alla paranoia», che per Pascoli
la figura paterna costituisse un ingombro sulla via della propria
identificazione con la madre, che D’Annunzio usasse esibizionismo
e delirio d’onnipotenza come copertura di una reale attrazione per
la morte, che in Pavese il senso di inappartenenza
producesse una malinconia leopardiana, che Saba
fosse «un narciso radicale», che Montale andasse in caccia
del padre, sono tutte notizie curiose, ma aspettano di acquisire
un senso.
Forse Sanguineti (la cui
«ossessione della parola» e il cui «cerebralismo» sono psicanaliticamente
intesi come difesa dal senso di inesistenza),
con intelligenza giornalistica interpellato da Di Stefano, a questo
punto ha troppo facilmente ragione a obiettare che «chiunque abbia
a che fare con le parole è ossessionato dai materiali verbali» e
che lui preferisce pensare che «le pulsioni profonde si configurino
in concreto storicamente e socialmente», per cui, «al di là di quel
che muove l’inconscio, noi non facciamo altro che comunicare materiali
ideologicamente orientati».
A.S.
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