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Newsletter n.3 Maggio/Giugno 2005

Letteratura e psicanalisi


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Ma l'inconscio nel testo non sarà un sintomo ideologico?

Elio Gioanola è in Italia uno dei pochi critici psicanalitici della letteratura (accanto a Giacomo Debenedetti, Stefano Agosti, Francesco Orlando, Mario Lavagetto «e pochissimi altri», elenca Paolo Di Stefano recensendo sul Corriere della Sera del 18 marzo l’ultimo libro di Gioanola, Psicanalisi e interpretazione letteraria, Jaca Book). Sul piano metodico, l’attenzione al «fantasmatico profondo» comporta un ritorno dell’autore al centro della critica, ma senza sopravvalutarne la biografia per così dire esterna. Decade comunque il testo per così dire assoluto, come (estremizziamo) nuda struttura formale o come pura espressione ideologica. Invece, il testo si raccorda all’autore in quanto ne esprime,



Luigi Pirandello

oltre che le idee, l’inconscio. La cosa è importante perché, inoltre, in Italia la tradizione idealistica, con il suo «storicismo radicale», ha impedito a lungo che l’inconscio venisse preso in considerazione.

Premesse interessanti. Solo che, almeno nella recensione giornalistica soggetta alle regole della notizia gustosa (ma il sospetto è che accada qui quel che talora accade alla psicanalisi), tutto si riduce a un catalogo di casi clinici. Di Stefano li presenta comunque come una «mappa» illuminante, e forse è un invito alla lettura diretta del libro. Infatti, che Pirandello fosse «uno schizoide sano di mente» e sessuofobico, che Svevo soffrisse di una nevrosi isterica (per cui «tutti i personaggi sveviani comprano l’amore»), che Tozzi covasse un fantasma paterno autoritario (contro cui si ribellava con la violenza espressionistica della sua scrittura), che Campana fosse vittima di un delirio psicotico, che in Gadda si configurasse la sindrome di «un nevrotico ossessivo che spesso si spinge fino alla paranoia», che per Pascoli la figura paterna costituisse un ingombro sulla via della propria identificazione con la madre, che D’Annunzio usasse esibizionismo e delirio d’onnipotenza come copertura di una reale attrazione per la morte, che in Pavese il senso di inappartenenza producesse una malinconia leopardiana, che Saba fosse «un narciso radicale», che Montale andasse in caccia del padre, sono tutte notizie curiose, ma aspettano di acquisire un senso.

Forse Sanguineti (la cui «ossessione della parola» e il cui «cerebralismo» sono psicanaliticamente intesi come difesa dal senso di inesistenza), con intelligenza giornalistica interpellato da Di Stefano, a questo punto ha troppo facilmente ragione a obiettare che «chiunque abbia a che fare con le parole è ossessionato dai materiali verbali» e che lui preferisce pensare che «le pulsioni profonde si configurino in concreto storicamente e socialmente», per cui, «al di là di quel che muove l’inconscio, noi non facciamo altro che comunicare materiali ideologicamente orientati».


                                                                                               A.S.