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Newsletter n.3 Maggio 2005

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Dialetti, anche astrusi, dilagano nelle pagine dei romanzi nazionali

Torna un vecchio dubbio: l'uso di espressioni dialettali con la loro grafia astrusa e il loro suono pesante arricchiscono o corrompono le pagine di narrativa? La domanda si pone di fronte all'uscita in questi ultimi mesi di una serie di romanzi in cui parole o frasi dialettali sono impiegate in abbondanza. Ne dà conto Maria Serena Palieri in una pagina dell'Unità (8 aprile 2005) con un'analisi intitolata Il sapore forte del dialetto, dedicata a cinque titoli esemplari: La festa del ritorno di Carmine Abate (ed. Mondadori, pp- 161, € 7,80), Colomba di Dacia Maraini (ed. Rizzoli, pp. 373, € 17,00), Morso di luna nuova di Erri De Luca (ed. Mondadori, pp.97, € 12,00), Labilità di Domenico Starnone (ed. Feltrinelli, pp.301, € 16,00) e L'ordine dell' addio dell'esordiente



Dacia Maraini

Emilia Bersabea Cirillo (ed. Diabasis, pp. 199, € 13,00).

Per ciascun autore la Palieri traccia un breve ritratto, per ciascun testo un giudizio critico. In evidenza, ovviamente, l'uso del dialetto. «Çë borë e bukur na ka prunë Befana» è una delle espressioni in arabëreshe, la lingua delle comunità italo-albanesi, utilizzate da Abate, che ci sembrano, nota la Palieri, «più dei graffiti che frasi di senso compiuto… e hanno anche graficamente un peso diverso, sembrano scolpite sulla pagina». Da ricordare che Abate, vissuto in Germania e in Trentino, è laureato in linguistica con De Mauro.

Dacia Maraini con il suo ultimo romanzo Colomba, in buona misura autobiografico, compie un'esplorazione dell'Abruzzo e ci restituisce, scrive Maria Serena Palieri, «una terra e una cultura che non sono sue di nascita. E allora ecco il dialetto: l'abruzzese irrompe sulla pagina a segnare la diversità antropologica. Chi usa parole come "quatrane" o espressioni come "che t'pozzan vàtt" è figlio di questa regione e conosce, dell'Abruzzo, i segreti».

Poi c'è il napoletano, osserva la critica letteraria, quello classico del testo teatrale di De Luca e quello del romanzo di Starnone (per esempio «Cachillstrùunzvulévacajievìo», cioè «che quello stronzo voleva che ci venissi io») «usato per riportare con bruschezza, come con un paio di schiaffi, il protagonista nel suo sé iniziale».

Infine l'avellinese Cirillo, in cui, secondo la Palieri, «il gioco tra lingua e dialetto arriva al massimo della chiarezza» perché la protagonista vive in un mondo «con una sua grammatica perfetta e algida» dove si parla italiano mentre «l'altro, il mondo che conosce la verità sanguinaria che lei rimuove… si esprime in dialetto».

In conclusione, bisogna fare distinzione tra poesia dialettale e dialetto in narrativa. Maria Serena Palieri ricorda che nel 1988 quando la giuria del Premio Viareggio stava decidendo di premiare il poeta dialettale Raffaello Baldini, due poeti come Giorgio Caproni e Giovanni Giudici contestarono la scelta sostenendo che «la poesia in dialetto non poteva essere premiata perché "era in una lingua ignota" (a giudizio di Caproni) e "di per sé misteriosa, un artificio, come nuotare con le pinne" (secondo Giudici)», ma poi per autori come Marin, Guerra, lo stesso Baldini, Zavattini e molti altri «s'è trovato il posto, grande e asimmetrico». Diversa la questione per la prosa. Il dramma è che, a parere della Palieri, «l'italiano oggi va riducendosi a gran velocità alle duemila, forse duecentoi parole usate in televisione… e i dialetti sono dei forzieri» a cui attingere per dare alla lingua dei narratori «sapori forti» e «regalare parole per esprimere sentimenti altrimenti fuori uso».

C'è forse di peggio: si possono usare espressioni dialettali tanto saporite per nascondere la scipitezza del dettato, sparpagliare parole o frasi incomprensibili per solleticare la curiosità più superficiale del lettore, che altrimenti chiuderebbe il libro per noia. Oppure, è un modo per stimolare la solidarietà di chi legge, ammiccando o dandogli di gomito: «anvedi quer fregnone» o «varda se chel le l'è mia stupid». O invece, nel caso migliore, l'impasto tra lingua e dialetto è un'invenzione stilistica intesa a riassumere un modo d'essere, è l'autentica rappresentazione di una realtà dalle molte sfaccettature, è infine l'unica via per esprimere appieno la complessità esistenziale di un personaggio.


                                                                                                   M.V.