Su ttL,
tuttoLibri, il supplemento quasi
soltanto letterario della Stampa, del 16 aprile Marco
Belpoliti ci parla di un libro (Corpi
che parlano. Il nudo nella letteratura italiana del novecento,
Bruno Mondadori) con cui l’autore Marco
Antonio Bazzocchi, ha disegnato
una sorta di mappa letteraria delle trasformazioni psico-sociali
subite negli ultimi trenta anni dai corpi in Italia.
Pasolini nei «capelloni» vedeva con dispiacere
la rinuncia alla ostentazione eterosessuale
maschile. Barthes nel medesimo
fenomeno leggeva l’affermazione del «neutro» come «sfida all’antagonismo
“naturale” dei sessi», ma in generale interpretava il comportamento
dei giovani, soprattutto quando incominciarono
a farsi
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Pier Paolo Pasolini
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modellare i corpi dalla moda
secondo stereotipi cinematografici – come un tentativo di negare
la propria incertezza fisica. Secondo la mappa letteraria di Bazzocchi,
il punto di svolta si ha negli anni sessanta, quando autori come
Moravia, Calvino e Morante si trovano separati
su questo piano da scrittori innovativi come Sanguineti
(Capriccio italiano, 1963), Arbasino
(La bella di Lodi, 1972), Celati (Comiche,
1970 e La banda dei sospiri, 1976), ma
sarà Tondelli che negli anni ottanta con Altri libertini
e poi con Un weekend postmoderno (1990) a rappresentare l’idioletto
corporeo delle nuove generazioni e di una nuova epoca. Dove
non esistono più codici fissi, ma solo un flusso continuo di mode
e segni intesi come «emergenze emotive». Di per sé il corpo
non dice nulla (in proposito Belpoliti
cita Il silenzio del corpo di Ceronetti),
non è più il luogo della lotta tra le pulsioni e il dominio su di
esse, ma è una superficie glabra, che viene segnata dalle
mode per coprire quel silenzio. Eppure, conclude
Belpoliti, i nostri migliori scrittori
giovani (oltre Tondelli, sembra di capire, Aldo Nove e Tiziano
Scarpa) sono venuti raccontando nei loro libri «il bisogno di
far parlare, nonostante tutto, i corpi, di farli uscire dal silenzio
rumoroso» delle mode.
A.S.
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