Sul Corriere
della Sera del 27 aprile Ermanno Paccagnini presenta il nuovo romanzo di Claudio
Magris, Alla cieca in uscita
da Garzanti e, con qualche argomento attenuativo, lo definisce
d’emblée un capolavoro. Gli argomenti attenuativi sono:
«Se, come s’addice anche all’etimologia, per “capolavoro” s’ha
da intendere un’opera che si offra al tempo stesso quale punto
d’approdo d’un percorso creativo e di tale densità strutturale
e di pensiero che il tempo non potrà che contribuire a ulteriormente
fermentare nei suoi significati», allora l’uso di tale termine
è in questo caso appropriato. Ma l’impressione che si deriva dalla
lettura del pezzo di Paccagnini
è che tale definizione nasca in lui dall’impatto diretto di lettore
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Claudio Magris
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con l’esecuzione
tematica, narrativa e stilistica stessa (di tale scrittura troviamo
un brevissimo assaggio a piè di pagina, redazionalmente
intitolato Ma cos’è la vita? Tutt’al
più un avverbio) di un romanzo che spazia cronologicamente dal
1802 – anno dell’annessione della Tasmania come colonia penale alla
Gran Bretagna – al dicembre 1991, quando Gorbachëv seppellisce «la nostra floscia bandiera
rossa», per narrare «dell’uomo perennemente naufrago sballottato
e tradito, del “grande silenzio del mondo
sul dolore e sull’infamia”» e in definitiva del «faccia a faccia
con la medusa della nostra esistenza». Paccagnini
sembra proprio convinto, vedremo.
A.S.
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