Oggi è tecnicamente possibile, almeno in teoria, conservare
e rendere facilmente reperibile ogni pagina scritta, ricorda Emanuela
Scarpellini, sul Giornale
del 28 aprile, rendendo conto di una neobattaglia (digitale) avviata
da un privato, Google, il potente motore di ricerca Internet, che
ha deciso di approntare in 10 anni una propria biblioteca digitale
di 4,5 miliardi di pagine ovvero 15 milioni di libri culturalmente
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Il Logo del
motore di ricerca
californiano
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rilevanti con l’aiuto di 3 università americane (Harvard,
Stanford, Michigan), una inglese (Oxford) e la – per chi scrive non meglio identificata
– biblioteca di New York. Il progetto Google print prevede:
la scansione automatica dei testi moderni
e contemporanei; la scansione
manuale, in India e nelle Filippine, dei testi di pregio; la scansione
in laboratori statunitensi specializzati dei testi tecnicamente
difficoltosi. Questa impresa, sebbene si presenti come la
più importante, non è tuttavia la prima negli Usa, dove – informa
Scarpellini – ne esistono già almeno altre due, quella di Amazon, funzionale al commercio librario, e quella
del Mit, detta Million
Book Project.
A tale sfida il 27 aprile 2005 l’Europa ha risposto, su iniziativa
della Biblioteca nazionale francese, firmando, per mano dei direttori
di 19 biblioteche nazionali, un impegno a creare «una grande e organizzata
digitalizzazione delle opere appartenenti
al patrimonio del continente». Hanno firmato tutti, con qualche
eccezione: la Gran Bretagna, che però appoggia l’iniziativa, il
Portogallo, che comunque ha inviato un impegno scritto, Creta e Malta, il cui
impegno è stato solo orale. Si attende una risposta dalla Lettonia.
A.S.
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